Leggere ebook in spiaggia: il Kobo Aura H20 resistente ad acqua e polvere

Mi è caduto un ebook nella vasca: il Kobo Aura H20

Mi è caduto un ebook nella vasca: il Kobo Aura H20

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando è stato annunciato ma finalmente per tutti i lettori digitali idrofobi è arrivato il comunicato ufficiale, il Kobo Aura H20 – uno dei primi ereader impermeabili – esiste ed è qui per restare, almeno per essere un bestseller in vista dell’estate 2015 (a meno di contromosse da parte di Amazon). Uscirà nei negozi a inizio ottobre e ricalca le orme di quel gran pezzo di hardware del Kobo Aura HD che già mi sta regalando grandi soddisfazioni, a proposito, davvero non avete ancora letto la mia recensione? Cliccate qui.

A leggere le caratteristiche tecniche il Kobo Aura H20 non si differenzia molto dal Kobo Aura HD (il top di gamma dell’azienda nippocanadese), è solo un po’ più spesso e pesante, forse proprio in virtù di quel design necessario a fargli ottenere il certificato IP67, vale a dire che l’ereader è stato testato per essere impermeabile fino a 30 minuti in un 1 metro di acqua… sempre che abbiate chiuso l’alloggiamento per la porta USB! Ha lo stesso ottimo schermo da 6,8 pollici, stesso sistema di illuminazione e stesso processore – qui magari potevano osare un po’ di più quelli di Kobo dato che il Kobo Aura H20 costerà 180 euro.

In attesa di metterci le mani sopra, che dire? Spendiamo senza batter ciglio cifre da capogiro per un telefonino e poi nonostante ci riteniamo grandi lettori facciamo i tirchi quando si tratta di comprare un ebook reader, proprio non vi capisco. Iniziassi ora il mio percorso di lettore digitale avrei pochi dubbi, Kobo Aura H20. Sì, lo so benissimo che Amazon per assistenza e assortimento batte Kobo… ma che volete farci, mi piace essere alternativo. Attenzione però, non è ancora “il” lettore definitivo perché lo schermo rimane di vetro e quindi fragile, io vi ho avvisato ;)

Immagine | it.kobo.com

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Laura Imai Messina, Tokyo Orizzontale, fa caldo questa notte e l’eclisse si avvicina

Tokyo orizzontale di Laura Imai Messina

Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina

Tokyo Orizzontale di Laura Imai Messina
Piemme, 2014, 9,99 €

«La tortura il pensiero di un altro incontro fallito, di un altro contatto smarrito tra le vie di Tokyo e che ha la certezza non recupererà mai più. Perché è una donna intelligente e sa che si ritrovano solo le cose che sono state nostre e non quelle che ci hanno sfiorato.».

In apparenza “Tokyo Orizzontale” ha sei personaggi principali; in apparenza, perché fin dal titolo e dalla terza riga di questo romanzo sale prepotente alla ribalta il settimo, la città stessa. Sembra quasi che sia la megalopoli nipponica in persona, prendendo a prestito la voce di una italiana in Giappone, a scegliere di raccontare tre giorni della vita di Sara, Hiroshi, Carmen, Jun, Masako e Hideo (ingiustamente trascurati dai paratesti editoriali – sui tra l’altro cercate il mio P.S. in fondo a questo post – che accompagnano il testo di Messina); anzi, pare sia quasi il suo cuore – Shibuya – a regalarci sei battiti della sua esistenza centenaria. Tokyo è una città giovanissima dal cuore altrettanto giovane dove l’autrice ci ricorda spesso che tutto cambia, letteralmente la Tokyo del 2009 in cui questa storia è ambientata non esiste più.

Poco meno di tredici milioni di abitanti cinque anni fa, oggi forse quindici, anche solo pensare che sia possibile raccontare una storia ambientata a Tokyo dipingendo sei personaggi appena ha dello sfrontato. Per questo “abbiamo bisogno” degli scrittori, perché sono abbastanza folli da imbarcarsi in imprese impossibili. Come fai a far spiccare tre donne a Tokyo su tutte le altre? Come riesci a rendere “reali”, usando solo le parole, tre uomini fra tutti i salaryman che si uccidono di lavoro a Tokyo e per Tokyo? Su Twitter ho scambiato due parole con l’autrice dicendole che mi aveva colpito soprattutto quanto giapponesi fossero i suoi personaggi giapponesi, adesso che ho più di 140 caratteri posso spiegarle meglio questo concetto (e questo pregio di “Tokyo Orizzontale” a mio giudizio) che mi rendo conto può apparire banale.

Come ve li immaginate i personaggi dei romanzi che leggete di solito? Nella mia testa parlano tutti con il mio accento – che mi illudo sia italiano standard quando probabilmente è milanese – ricordo ancora lo shock cognitivo che ho subito quando dopo aver visto il film di “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” ho capito che Alex e Aidi parlavano e pensavano con l’accento bolognese. Chiusa parentesi Brizzi. In “Tokyo Orizzontale”, non so come spiegarvelo meglio, i personaggi lo capisci che parlano in giapponese (a volte in inglese); Hiroshi, Jun, Masako e Hideo ho compreso da subito quanto mi siano estranei (e quanto sia più vicino a Sara e Carmen) leggendo i loro pensieri e osservando le loro azioni. Ovvio, per quello che posso immaginare la vita di un giovane giapponese vista dall’Italia, naturalmente.

Chissà perché. Forse perché il sottoscritto, come l’autrice, è fra i nati negli anni Ottanta e se conosco, o credo di conoscere, una cultura diversa dalla mia – lasciamo da parte quella USA – è proprio quella nipponica. Negli anni ho assorbito, e non credo di essere stato il solo, tantissima cultura pop giapponese attraverso il filtro dei cartoni animati, dei manga, dei videogiochi, dei film e degli spettacoli di Beat Takeshi o i romanzi tradotti di una manciata di scrittori come Yoshimoto Banana e Murakami Haruki: la Tokyo di Laura Imai Messina è già nella mia testa prima che sulla pagina.

Accanto alle vicende che coinvolgono i protagonisti – quando gli “eppure sarebbe stato bello” di Sara si scioglieranno in un indicativo? riuscirà Carmelita a chiedere al Perfetto Sconosciuto come si chiama? a chi Hiroshi confesserà il suo dolore? cosa vuole veramente Jun? per quanto tempo ancora si autoingannerà Masako? Hideo ha davvero rinunciato alla sua vera passione? – scorrono quelle dei tokyoti che un narratore onnisciente si preoccupa di evidenziare di volta in volta, il destino di un ragazzo appena sceso dal treno, quello di una donna che attraversa veloce la strada e così via.

“Tokyo Orizzontale” è un’opera prima bella e imperfetta, bella perché mi ha fatto viaggiare per 9700 chilometri con la fantasia, perché mi ha portato a tifare per la protagonista, perché il suo congegno narrativo anche se in apparenza complesso il giusto è preciso quanto la rete di trasporti della capitale giapponese; imperfetta perché a volte mi ha detto troppo quando avrebbe dovuto tacere, per qualche sbavatura nel linguaggio figlia forse di troppi anni di lontananza dall’Italia (ma esistono gli editor per questo), perché l’avrei chiuso a “cuore.” ma è colpa mia che [attenzione: spoiler] i finali alla めぞん一刻 non mi piacciono.

P.S. Che è successo cara Piemme? Perché avete scelto una copertina che ammicca alla valanga di titoli softcore che ci ha sommerso negli ultimi anni – il cosiddetto effetto Cinquanta sfumature – per un romanzo dove il sesso è sì presente ma di sicuro non centrale? Se l’ebook si salva riportando solo il testo dell’aletta, il libro presenta la parola sesso nello strillo di copertina, in quarta e appunto in aletta. Era davvero necessario?

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The Very Inspiring Blogger Award

TVIB

Ringrazio Alessandra (non seguite ancora il suo blog? Folli, ecco l’indirizzo: http://unalettricedotcom.wordpress.com/) per avermi conferito una nomination per partecipare al The Very Inspiring Blogger Award di quest’anno.

Le regole del premio sono:

1. Ringraziare la/il blogger che vi ha nominato.

2. Elencare le regole e visualizzare il logo del premio.

3. Condividere 7 fatti su di voi.

4. Nominare 15 blogger e notificargli la nomination.

Sette fatti su di me da quando ho visto Now You See Me non è che sia così tranquillo a rivelarli in Rete a cuor leggero ma tant’è, il gioco è questo. Quando una maga in qualche fiera mi leggerà la mano non mi stupirò che sappia tutti gli affari miei (probabilmente ha solo una buona connessione Internet). Ok, il logo l’ho messo in apertura, via che si parte.

  1. Quest’anno sono stato per la prima volta in buona compagnia sotto l’Argentario (mia massima puntata a sud sul lato tirrenico del Paese), fino a Napoli addirittura. A gennaio, con un tempo da far invidia a Porto (freddo e pioggia a catinelle). Cosa dire, mi è piaciuta; sì certo, il centro cade a pezzi, sotto il famigerato arco della Galleria Umberto I protagonista purtroppo delle cronache di questi giorni sono passato anch’io – come ogni bravo turista o passante napoletano che voglia andare in via Toledo – ma è una città che ha energie da vendere, arriverà anche il suo rinascimento. Stupenda la metropolitana (più bella di quella di Milano e mi dispiace ammettero), ottimo il cibo, ospitale la gente. Mi fermo qui. Prendete un treno e andate a visitarla.
  2. Qualche giorno fa sono entrato dentro un contenitore della carta (non è importante dirvi perché), quelli con le quattro rotelle sotto e il coperchio bianco sopra, avete presente? In particolare sono entrato dentro quello fuori dal mio luogo di lavoro che raccoglie la nostra carta (lavorando per una casa editrice ne buttiamo via molta, gli uffici paper free sono lontani dal realizzarsi se con le parole ci dovete avere a che fare per otto ore al dì). Al di là di un déjà vu à la Bastian – avete mai visto il film La Storia Infinita? – posso dirvi che è un’esperienza costruttiva. Siete dentro un oggetto che non è stato concepito per accogliere persone, in fondo è una grossa scatola con le ruote, ma ha il potere comunque di rimettervi un po’ al vostro posto, insegna a essere umili.
  3. In occasione dei Mondiali (lo faccio dal 1998) tento sempre di vedere quante più partite possibili; diciamo che quest’anno l’esclusiva di Sky mi ha un po’ rovinato la festa. Non posso dire di essere un appassionato di calcio durante i campionati nazionali ma ritengo comunque la Coppa del Mondo un’ottima occasione per comprendere il variegato mondo in cui viviamo senza dover viaggiare. Il calcio (ma lo stesso può dirsi di altre discipline sportive) è uno specchio dove emergono verità che abbiamo dimenticato: gli olandesi non sono così pacifici come ce li immaginiamo; gli spagnoli assomigliano agli italiani molto di più di quello che crediamo; i greci sono oggi un popolo che in Europa non abbiamo ancora capito davvero e così via.
  4. Sono diventato il felice possessore di una radio DAB, di che? Una radio DAB riceve i segnali radio in modalità digitale via etere invece che nella tradizionale modulazione di frequenza. Basta disturbi, o si sente o non si sente. Non preoccupatevi, non è previsto nessuno spegnimento dei trasmettitori radio su cui fate affidamento (non è previsto nulla di simile a quello che è successo per la TV), tuttavia era da un po’ che oltre a essere un lettore digitale ci tenevo a essere anche un ascoltatore radio digitale ^__^ Sono appassionato di Radio 24 e le sue trasmissioni, è un sollievo poterla ascoltare con un suono limpido in un’area (quella della Bassa veronese) dove il segnale FM ha qualche problema, credo sia in conflitto con altre emittenti.
  5. Ho partecipato l’anno scorso per la prima volta insieme alla mia ragazza alla Camignada poi Siè Refuge (cliccate qui per saperne di più). È una corsa in montagna che dal lago di Misurina porta i partecipanti fino ad Auronzo di Cadore passando appunto per sei rifugi. Trenta chilometri (in realtà sono un po’ di più) di sofferenza immersi in un paesaggio da favola, le Dolomiti. L’anno scorso ne sono uscito martoriato, l’obbiettivo questa volta è evitare di infortunarsi e migliorare il nostro tempo tanto da non doverla più ripetere. Il problema è che la corsa in montagna non ha nulla a che vedere con la corsa in pianura quindi gli allenamenti di quest’inverno e inizio primavera potrebbero non essere valsi chissà a che. Ho ancora due settimane poi per scegliere le scarpe giuste.
  6. Amo Milano da buon novatese, ovvero non è “la mia città” ma da abitante dell’hinterland la ritengo mia alla pari di chi nel capoluogo lombardo ci è nato o ci abita. Sono un po’ di anni che per lavoro mi sono allontanato e mi dispiace. Sono rammaricato di non tastare il polso tutti i giorni a una città che sta cambiando – e non credo in peggio – dopo che per troppo tempo era rimasta immobile. Milano ed Expo 2015 sono un’opportunità per il Paese intero e la sensazione “da fuori” è che la città stia rimanendo troppo sola mentre tutta imbozzolata sta mutando forma per dotarsi di ali tanto forti da aiutare l’Italia a riprendere il volo. So che i cittadini sono stanchi di tutti i disagi che una metropoli disseminata di cantieri può causare ma abbiate pazienza.
  7. Finiamo con una fatto che sono curioso di scoprire se condivido con qualcuno. Attenzione, dovete appartenere anche a un genere molto specifico di persone, quello che “in inverno si va dai nonni che sono lontani 350 km da casa vostra e ci andate in auto”. Ebbene sì, dovete saperlo tutti, sono uno di quelli che da piccolo contava gli alberi di Natale. Come fare passare a voi e alle vostre sorelle o fratelli un lungo e noioso viaggio in macchina, di sera tardi per giunta? I miei si erano inventati il gioco di cui sopra, nulla di più facile associare alle luci degli alberi natalizi una sfida a chi ne avvista e accumula di più, i bimbi si distraggono e insieme ripassano anche le tabelline, che bellezza. Ora dell’arrivo non era neppure importante essere stati troppo precisi ;)

Ora è giunto il momento di “nominare” quindici blogger come il regolamento vuole, in rigoroso ordine sparso:

1.   http://leggoergosum.wordpress.com/ (Marco Dominici, fonte di riflessioni preziosa sull’editoria di oggi)

2.   http://giupasserini.wordpress.com/ (Giulio Passerini, autore di “Nemici di penna”)

3.   http://triportreat.it/ (Cabiria Magni, travel blogger curiosa e intelligente)

4.   http://sognandoemma.wordpress.com/ (Marta Traverso, che chissà, forse ha finito le sue prove tecniche di sogni)

5.   http://librimetro.wordpress.com/ (tutta la squadra ma in modo speciale Mara Marzocchi e Francesco Tommasini)

6.   http://www.disma.biz/ (Disma Pestalozza, ex collega blogger che scrive troppo poco sul suo coso)

7.   http://www.butta.org/ (Mattia Butta, credo che odi catene del genere ma saprà lui)

8.   http://www.giambellinotolstoi.it/ (Luca De Vito, perché orrei che continuasse a raccontare qui la sua Milano)

9.   http://ilfattostorico.com/ (un intrigante Quotidiano di Storia e Archeologia on-line)

10. http://gerundiopresente.wordpress.com/ (non ricordo in che occasione l’ho scoperto ma vale per recensioni di film e libri di genere)

11. http://mariaceciliaaverame.wordpress.com/ (Maria Cecilia Averame che seguo su Twitter e dovrei seguire più spesso sul suo blog)

12. http://nondisolatraduzione.wordpress.com/ (Chiara Manfrinato, forza, qualche altro bel post? ^___^)

13. http://www.metroricerche.it/blog/ (Giovanni Luca Minici, appassionato di metropolitane, una delle mie paia d’occhi nella Milano che cambia)

14. http://www.libreriacontrovento.it/blog/ (Filomena Grimaldi, non ha più un blog suo suo ma quello della sua nuova libreria, la”Controvento” di Telese Terme, volete mettere?)

15. http://www.cartolinedamacondo.it/ (Federico Bona, sta ancora usando inchiostro elettronico simpatico ma sono in attesa almeno dei migliori libri che ha letto in questi sei mesi)

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14 luglio 2014 · 15:59

Alessandro Gazoia, Come finisce il libro, ma non è che insieme al lettore ne abbia ancora di strada da fare?

Come finisce il libro di Alessandro Gazoia

Come finisce il libro di Alessandro Gazoia

Come finisce il libro: contro la falsa democrazia dell’editoria digitale di Alessandro Gazoia (jumpinshark)
mimimum fax, 2014, 5,99 €

«Infine molti pensano persino che il libro in sé […] sia inadatto ai tempi e destinato a perdere il suo ruolo centrale nella nostra cultura, a scivolare via e sparire […]. E pure di questo tratteremo nelle prossime pagine, sempre che, come spero, tu voglia proseguire nel nostro viaggio, nella ricerca su come continua il libro e come continua il lettore.».

Premessa, invidio a Alessandro Gazoia (aka jumpinshark sul suo blog e su Twitter) oltre alla chiarezza dell’analisi e la maestria nell’elaborazione dei dati (spulciate le note a piè di pagina di questo saggio se dubitate che scriva di cose campate in aria) anche la scrittura facile, quella che nella mia immaginazione ti porta a produrre venti cartelle di Word nel tempo che impiego a mettere sul fuoco una caffettiera e un toast nel tostapane – sono velocissimo in questa routine mattutina. Ah, sono anche tra quelli che “leggeva jumpinshark quando non era famoso” o se volete meno famoso di adesso, mi sono imbattutto nel suo blog nel 2011 mentre tentavo di capire cosa accidenti fosse Boris, una serie televisiva di cui non sapevo nulla ma di cui sentivo parlare continuamente. Negli anni Gazoia è diventato un punto di riferimento sicuro quando volevo approfondire fenomeni come il social reading ad esempio ma non solo.

Veniamo all’ebook pubblicato da mimimum fax – che ha fatto bene, benissimo a dare alle stampe un breve saggio aggiornato sui cambiamenti che sta vivendo l’editoria –, dalla citazione posta in apertura a questa segnalazione avrete capito che Gazoia alla fine dell’introduzione sia da subito onesto con il suo lettore, altro che fine del libro, il libro continua. Nelle tre sezioni che compongono “Come finisce il libro” – Pubblicare, Digitale e Miti/Social – jumpinshark fa il punto sullo stato dell’editoria all’inzio degli anni dieci del XXI secolo partendo correttamente dall’inizio (oggigiorno tutti possono pubblicare, chi è allora lo “scrittore”?), passando per lo svolgimento (che cos’è questo ebook che ci stiamo “mttendo in tasca”? più approfondimento sulla natura monopolista di Amazon in questo nuovo mercato) e una dapprima sconcertante ma poi ficcante incursione nella fanfiction (scrivere gratuitamente di vampiri in rete è bello ma attento che l’editore ti può traviare offrendoti caramelle… e un contratto).

In Pubblicare Gazoia spiega in modo esemplare allo scrittore digitale autopubblicato come “il filtro editoriale [quello che finora l'aveva respinto ndr] sia costituito da una serie di filtri sociali e culturali, e che la «gavetta» [non sia altro che] il percorso tradizionale e ordinato attraverso di essi”. Ovvero, se è vero com’è vero che pubblicare oggi sia facile, facilissimo, il mezzo digitale sia ancora lungi dal garantire quella (seppur minima) permanenza nel mondo off-line e riconoscibilità tra pari che per ora solo la pubblicazione tradizionale garantisce.

Il libro cartaceo pubblicato da un editore riconosciuto nella sua irriducibilità fisica anche se stampato in 3000 copie su una popolazione di sessanta milioni di italiani ha una penetrazione sul mercato incomparabile rispetto a un ebook – sempre che non si voglia diventare re di una nicchia… Soprattutto lascia allo scrittore il ruolo di “scrittore” mentre, come esplica molto bene Gazoia, chiunque di noi si imbarchi in una pubblicazione digitale autogestita dovrà per forza di cose diventare via via editore, editor, grafico, lettore di bozze, ufficio stampa ecc.

Nella sezione intitolata Digitale come accennato Gazoia approfondisce i formati del libro digitale (file epub, mobi, PDF ecc.) e qui a mio parere incorre in un’ingenuità che lo rivela come “figlio del libro” di carta. A un certo punto afferma: “Per bontà della discussione diamo per acquisito che l’ambiente di lettura digitale possa garantire esperienze cognitive pari a quelle di un bel manuale di storia dell’arte”. Ora, jumpinshark magnifica il grado di perfezione tecnica raggiunto dal libro tradizionale, parlando di box e soluzioni tipografiche che l’ebook semplicemente ignora – anch’io ne approfitto per consigliare ai miei lettori di acquistare solo narrativa dagli editori tradizionali e saggistica solo da editori innovativi come quintadicopertina

Tuttavia questo paragone con i manuali illustrati, mondo dal quale provengo, non me lo doveva fare. Di sicuro un ebook di storia dell’arte per ora non è all’altezza di un catalogo illustrato ma per certo anche il libro di illustrazioni più ben fatto è cognitivamente scorretto e nella sua parte più fondamentale: la riproduzione delle immagini. È sicuro Gazoia che il Bertelli, Briganti, Giuliano (per fare un nome solo) riesca a rendere la drammaticità e le dimensioni monumentali de La zattera della Medusa di Géricault? Solo l’1% dei cataloghi illustrati (per limiti tecnici ed economici) può dirsi fedele poi alla cromia originale delle opere riprodotte, provate anche voi a fare un confronto dopo aver visitato una mostra, ciò che avete visto è lì sulla pagina?

Quel che si può rimproverare agli sviluppatori di ebook, e in questo sono d’accordo con l’autore, è il lassismo nella ricerca di soluzioni teniche tali per cui acquistare un libro elettronico possa dirsi sì un investimento “pari a un libro” (da cui la discussione infinita sul prezzo degli ebook). Gazoia dedica infine l’ultima parte di Come finisce il libro a tutti coloro che si divertono in Rete a rielaborare storie e personaggi inventati da altri – da Sherlock Holmes a Twilight –, un campo in cui anche Amazon e gli editori di sempre vogliono entrare per ricavare profitto, ponendosi la domanda delle domande: “Ma siamo davvero di fronte a una vittoria della creatività e della partecipazione popolare, o queste enormi quantità di lavoro gratuito a vantaggio dell’industria dell’intrattenimento non fanno che confermare i rapporti di forza, nel materiale e nell’immaginario?”.

Come avrete capito, “Come finisce il libro” è uno strumento utile e stimolante, mi basta rivedere le note che ho preso sul mio Kobo leggendolo per capirlo, per comprendere come il libro si stia trasformando, dopo aver avuto l’illusione nel secolo passato che non ci fosse più nulla da dire – lo ricorderò per l’ennesima volta, a parlare di libri elettronici e crisi irreversibile del settore appena dieci anni fa ti prendevano per matto –, che il libro fosse un fiume ben irrigimentato da argini secolari. Ecco, il libro è esondato e per il lettore sono arrivati più vantaggi che svantaggi; giudizio mio, leggete il saggio di Gazoia per vedere in questa “liberazione” qualche ombra minacciosa in più ;-)

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CJ McCandless Memorial Foundation, Back to the Wild, ancora in viaggio con Alexander Supertramp

Back to the Wild, le fotografie e gli scritti di Christopher McCandless

Back to the Wild, le fotografie e gli scritti di Christopher McCandless

Back to the Wild a cura della CJ McCandless Memorial Foundation
Traduzione di Rachele Maggiolini
No Borders Magazine, 2014, 15,90 € (edizione limitata)

“Chris era uno di quelli che cambiano la vita degli altri, e non ha smesso di farlo nemmeno dopo” dalla prefazione di Paolo Cognetti.

Scrivo di Back to the Wild, fatalità, mentre aspetto un passaggio in auto verso Milano; a Christopher McCandless, il giovane che il mondo ha conosciuto grazie al libro Nelle terre estreme di John Krakauer e al film Into the Wild di Sean Penn la coincidenza sarebbe piaciuta. Chris aveva deciso di spostarsi per gli Stati Uniti perché “la strada sconfinata era la sua tela, la macchina fotografica il suo pennello e il suo desiderio di vivere ciò che lo muoveva“; si era dato un nuovo nome Alexander Supertramp, aveva viaggiato per due anni abbandonando famiglia, amici e conoscenti dopo essersi diplomato e, chissà, forse non avrebbe più smesso se non avesse trovato la morte in Alaska il 18 agosto 1992.

Nel 2011 i genitori di Chris hanno deciso di pubblicare un libro fotografico che raccogliesse ed ordinasse le testimonianze che Chris aveva lasciato dietro di sé, ben poco di scritto, come rimarca Paolo Cognetti nella prefazione all’edizione italiana voluta dall’associazione culturale No Borders Magazine, tuttavia quel che il nostro giovane autostoppista non ha scritto lo ha lasciato impresso sulla pellicola delle sue macchine fotografiche lasciando appunto a suo padre Walt soprattutto il compito di riconoscere e raccontare di nuovo Chris attraverso le sue fotografie. Non era un fotografo Chris, non cercava inquadrature, non si curava di tempi e luci. I suoi scatti sono documenti storici, ci riportano il mondo dalla sua soggettiva senza alcun filtro.

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Il volume, edizione italiana dicevamo di quella originale inglese del 2011, è ben curato (è evidente l’amore che il team di No Borders Magazine ha riversato su questo progetto) e propone una selezione delle foto di Chris – non manipolate ma riprodotte così come le aveva scattate – in ordine cronologico accompagnate da brevi testi di spiegazione; mostra inoltre cartoline e altri documenti che sono stati utili a Krakauer e alla famiglia di Chris per avere un quadro chiaro degli spostamenti del ragazzo su e giù per la costa ovest degli Stati Uniti. Il viaggio di Chris viene spezzato in dodici sezioni dall’Arizona all’Alaska passando per il Messico, ogni sezione ha in apertura una mappa di Zorica Krasulja.

Difficile che un lettore all’oscuro della storia di Chris McCandless possa finire in possesso di questo libro, se però vi siete emozionati leggendo il reportage di Krakauer (o più probabilmente vedendo il film di Penn) preparatevi a ripiombare di nuovo in uno stato di ammirazione e commozione sfogliando le pagine di Back to the Wild. Ancora più delle parole la libertà e la solitudine – ma allo stesso tempo l’anelito per rapporti umani autentici – che queste immagini sgranate ci riconsegnano è totale: ecco cosa significa rinunciare a tutto per inseguire le risposte alle domande che l’essere umano di continuo si chiede: chi sono? da dove vengo? che ci faccio qui? come faccio a sconfiggere la parte meno autentica di me? (N.B. Quest’ultimo era il proposito principale di Chris).

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Se vi definite viaggiatori, al 99% avete visto Into the Wild, se intendete domani lasciare tutto, bruciare i vostri averi, dimenticare amici, compagni e genitori, uscire di casa per esplorare il vasto mondo là fuori Back to the Wild non potrà che aiutarvi nel vostro proposito, potrebbe innanzitutto aprirvi gli occhi su cosa questo significhi davvero, perché Chris non era sceso a compromessi. Com’è noto Chris alla fine è diventato un esempio di come l’uomo trovi la sua piena realizzazione nel rapporto con l’Altro – la sua vicenda viene citata persino, un’altra coincidenza?, in un libro appena uscito di uno psicoanalista di fama come Massimo Recalcati – piuttosto che nella ricerca introspettiva individuale. Conoscere Alex Supertramp attraverso il suo sguardo, grazie alle sue fotografie, rafforza questa convinzione. Buona lettura; ah, i ragazzi di NBM ne hanno stampate solo 1500 copie, lettori avvisati…

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Neal Barrett Jr., Interstate Dreams, quello che ti raccontano i film è vero

Interstate Dreams di Neal Barrett Jr.

Interstate Dreams di Neal Barrett Jr.

Interstate Dreams di Neal Barret Jr.
Traduzione di Sebastiano Pezzani
Miraviglia Editore, 2014, 5,99 €

«A Dreamer era chiarissimo che un sussurro nell’etere, un balbettio online fossero la nuova voce della verità sulla terra, che la realtà virtuale fosse ancor più reale di quanto la realtà stessa fosse mai stata, e sapeva che la cosa non gli piaceva».

Ci sarebbe poco da aggiungere alla recensione di Interstate Dreams a firma di Livin Derevel apparsa su Scrittevolmente l’estate scorsa, concordo su tutto, specie sulla definizione “atipico”; ecco, quel poco che manca a commento di questo bizzarro romanzo portato in Italia dalla Miraviglia Editore di Reggio Emilia lo aggiungo io. Non so se la storia di Dreamer, ladro provetto e titolare di un negozio di acquari, reduce di guerra con una scheggia nella testa in giro per le strade di Houston ed Austin, sia una storia di fantascienza, se lo è, lo è alla maniera di Strange Days di Kathryn Bigelow (spero sia anche tra i vostri film preferiti), l’elemento sci-fi è talmente integrato nella trama da diventare invisibile o da confondersi con il fantasy: le moderne tecnologie e il voodoo sono poi così lontani?

È stato difficile affrontare le prime pagine, ma dopo aver dato piena fiducia a Pezzani (ultima voce italiana di Barrett dopo Bini, Fiore, Fusco, Pilo ecc., i traduttori anni Ottanta e Novanta dello scrittore texano in forza a Mondadori e Fanucci) sulla resa in italiano di un testo inglese imamgino arduo da decifrare, pieno com’è di suggestioni lisergiche ed alcoliche, la lettura scorre veloce. Una chiave di lettura della trama del resto ce la fornisce lo stesso Barrett quando afferma che “I telefilm sono la realtà. ci dicono cosa è bello e cosa non lo è. Diane l’aveva capito prima ancora di compiere sei anni”, Interstate Dreams, pubblicato nel 1999, si presterebbe benissimo a diventare una miniserie televisiva o, accentuandone i lati grotteschi, un lungometraggio diretto da Guy Ritchie.

Naturalmente il cortocircuito che rende credibile per il lettore italiano la storia sopra le righe narrata da Barrett è proprio la nostra sovraesposizione alla produzione mediatica nordamericana. L’eroe, bianco che vorrebbe essere nero, ferito nel corpo e nell’anima, di ritorno da “un’altra guerra mediorientale”, deve affrontare oltre ai cattivi di casa – nababbi annoiati dalle passioni stravaganti e pericolose, mafiosi dedidti agli affari più loschi e disgustosi – anche un principe mediorientale (sic!) per riavere ciò che ama. Sarà aiutato dagli ultimi del Texas, esponenti di una comunità nera e ispanoamericana non abbiente ma coraggiosa, non certo definibile onesta tuttavia dotata di codici e regole a differenza dei cattivi di cui sopra. Perché ci sembra plausibile tutto ciò? Perché a consolidati stereotipi narrativi si affianca uno scenario a noi ben noto grazie ad anni di serial tv a stelle e strisce.

Una volta entrati nella testa di Dreamer (il protagonista senza un nome “vero” della storia), sempre che non abbiate abbandonato Interstate Dreams alle prime pagine, possibilità non remota visto il suo inizio caotico, non scenderete che all’ultima riga. Sarete un po’ scombussolati come dopo un giro sulle montagne russe, una di quelle toste che hanno negli USA, ma contenti per aver retto a uno scarto narrativo dopo l’altro. Se per voi lettura equivale a divertimento, come sostiene Michael Chabon in “Mappe e leggende”, se non vi spaventate di fronte a turpiloquio, visioni, bugie, armi, psicofarmaci, automobili americane, aerei della Prima guerra mondiale, Neal Barrett Jr., ahinoi scomparso non ancora settanticinquenne a febbraio, è tra gli autori da inserire tra i vostri preferiti.

Non so se Miraviglia Editore si intestardirà a riportare nelle librerie, elettroniche e non, italiane l’intera produzione di Neal Barrett Jr., l’ideale sarebbe un accordo con gli eredi almeno per quanto riguarda i diritti di pubblicazione elettronica qui da noi; sarebbe un bel segnale per i patiti della fantascienza e del fantasy del Bel Paese. Se intendiamo la rivoluzione digitale del libro attualmente in corso come positiva per l’industria editoriale, ciò vorrebbe dire rendere disponibile una trentina di titoli (di cui meno di una decina tradotti, buon lavoro Miraviglia!) altrimenti irraggiungibili per il lettore che non voglia leggere questo scrittore in lingua originale. Ricordo che la sua opera sta infatti scomparendo (o è già scomparso) anche dagli scaffali delle biblioteche.

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Giorgio Bassani, Cinque storie ferraresi, dentro le mura

Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani

Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani

Cinque storie ferraresi di Giorgio Bassani
Feltrinelli, 2012, preso in prestito via MLOL

«Subito dopo aver preso la laurea – diceva per esempio – avrebbe piantato non soltanto Ferrara ma l’Italia. Era stufo di vivacchiare in provincia, di marcire in quel buco di città. Quasi di sicuro se ne sarebbe andato in America: e per starci, per stabilircisi definitivamente».

Anni fa sono stato tanto fortunato da ricevere in dono l’opera più famosa di Giorgio Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini – la sto rileggendo in questi giorni – ma non avevo mai proseguito il mio incontro con lo scrittore ferrarese; o meglio, non avevo mai permesso a questo autore di riaccompagnarmi per quei luoghi della memoria che è stato così bravo a imprimere a fuoco vivo, prima sulla carta, e ora su tavolette di inchiostro elettronico. Tanto tempo è passato dal 1956, quando le Cinque storie ferraresi riunite in questo ebook vinsero il Premio Strega, testimone un allegrissimo Parise (così lo ricorda Adele Cambria).

Se, come alcuni dicono, i libri elettronici porteranno fortuna alle raccolte di racconti, tanto bistrattate o poco fortunate nel nostro Paese, perché non iniziare a conoscere Bassani non da un romanzo ma proprio da questi cinque racconti? Ecco i titoli: Lida Mantovani, La passeggiata prima di cena, Una lapide in via Mazzini, Gli ultimi anni di Clelia Trotti, Una notte del ’43. Leggere Bassani oggi, in un secolo che non è più il suo (lo scrittore vi arrivò sulla soglia, scomparendo nel 2000), è straniante quanto tenere fra le mani le foto dei propri nonni da giovani; sì, è esistito un passato in cui non c’eravamo; sì, anche prima di noi soffrivano e gioivano uomini e donne.

I personaggi di Bassani si muovono in una cornice solo in apparenza immutabile, Ferrara. In questa città, lo scrittore ce lo ricorda sempre con garbo, vivono sì uomini e donne di tutte le classi sociali, con i loro desideri e le loro abitudini, ma si è dispiegato anche il disegno ambizioso di un ideale urbanistico rinascimentale straordinario, che dopo aver rinnovato gli spazi della comunità si è come cristallizzato per sempre. Uno spazio in cui forse anche la maggioranza dei ferraresi, pur sapendo benissimo di essere rimasti “fuori dal mondo”, crede di poter vivere in eterno passeggiando sul listone.

Eppure la Storia, quella che finisce dentro i libri, anche e soprattutto in quelli di Bassani, entra perfino a Ferrara e a Bassani è capitato il destino di rammentare a tutti noi, che non c’eravamo, un tempo in cui la discriminazione razziale era andata oltre l’intolleranza. “Una lapide in via Mazzini” ad esempio ci ricorda premesse e conseguenze delle persecuzioni ai danni degli ebrei con affilata efficacia: narra il ritorno (?) di uno scampato ai lager la cui sola presenza sconvolge la città. “Una notte del ’43” invece la rappresaglia fascista per l’uccisione del federale Ghisellini davanti al Castello Estense.

Io non so se Bassani sia davvero “l’autore italiano contemporaneo più significativo della ‘via ebraica’ alla letteratura” (cit. Carlo Tenuta). So tuttavia che quando ti prende per mano con la sua scrittura tu credi di sapere dove ti condurrà ma dopo pochi paragrafi ti ha già circondato di nebbia e sussurri per condurti altrove, facendoti scoprire grazie alla sua abilità (lo leggano tutti coloro che si affannano a definirsi scrittori) cosa alberga nel cuore e nella mente dei suoi personaggi – oh, così reali! –, per poi tornare con la naturalezza di un fuoriclasse all’intreccio principale del racconto e al suo svolgimento.

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