Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, la visita è dalle due alle tre di pomeriggio

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigionie di Claudia Durastanti
Minimum fax, settembre 2016, 7,99 € ebook; 15 € libro cartaceo

«”Secondo me non sei tu a essere in debito con chi ti ha salvato, ma è la persona che ti salva a volerti dare qualcosa, per sempre. È la persona che ti salva che non riesce ad andare avanti”».

Caterina vive a Roma. Caterina vive in “una fossa di mattoni e sabbie mobili fortificata dall’abitudine e dal futuro che non arriva”. Caterina è figlia rassegnata (?) di una città immobile. Anche nella capitale però la vita scorre e Claudia Durastanti è molto brava a raccontarci la vita della sua protagonista Caterina alternando l’oggi – il suo ragazzo è finito in prigione, lei fa la receptionist in un albergo in fondo alla Tiburtina – allo ieri. Durastanti in “Cleopatra va in prigione” va dritta al punto, ci mostra l’Italia di oggi, dove la politica è sparita, lo Stato si riduce all’ospedale o alla caserma, se va davvero male, significa il carcere, Rebibbia.

Il ragazzo di Caterina e il suo migliore amico provano a percorrere una propria strada finita l’adolescenza, hanno un sogno: aprire un locale notturno. Dato che ottenere una licenza è troppo difficile, decidono di provare con un negozio di videonoleggio in franchising a Torpignattara. Il negozio va bene, poi non essendo più capaci di pagare le tasse allo Stato e quelle richieste dagli esattori di quartiere (proprio così, imposte e pizzo si pagano entrambe) i ragazzi chiudono e aprono finalmente il loro night. Caterina li aiuta facendo prima la ballerina poi la truccatrice, dopo un “incidente” che Durastanti non circostanzia ma che personalmente mi farà odiare il suo ragazzo.

Se lo Stato non ti aiuta è però molto efficiente a reprimere. Ad esempio, il padre di Caterina sbaglia, va in carcere e poi sparisce dalla vita di Caterina e sua madre; il ragazzo di Caterina accetta una certa deriva del locale suo e del suo socio e ne paga le conseguenze con l’arresto; l’amico del ragazzo di Caterina interpretando lo stereotipo dell’italiano furbo scompare all’estero. Se lo Stato è anonimo lo è anche il poliziotto che sta accanto a Caterina durante la prigionia del suo fidanzato, più simile al pezzo di un ingranaggio efficiente che a una persona, più rassegnato di Caterina a vivere una vita che si è scelto – arresti, ufficio, carriera – e che in fondo non la prevede.

“Cleopatra va in prigione” è la storia di Caterina, è la storia di una coppia immobile, disfunzionale (?), ed è la storia della Roma contemporanea. Almeno, la storia di Roma che vivendo al Nord riconosco per come mi viene raccontata dai mezzi d’informazione e dagli amici che ci vivono, riassunta nella battuta che Durastanti mette in bocca a uno dei suoi personaggi: “Questa città abbrutisce solo chi non la capisce”. Ovvero, non provare a cambiarla, neppure con l’idea di una tua piccola attività, il parassitismo è la sua essenza e se non lo comprendi, tu che non hai i mezzi per elevarti dalla tua posizione, accettalo come dato di fatto.

Ancora, “Cleopatra va in prigione” narra l’assenza delle figure genitoriali vissuta da chi ha trenta/trentacinque anni adesso, a metà degli anni dieci del XXI secolo, e l’inconsistenza dell’amicizia. La scrittura di Durastanti riesce a far entrare il lettore nella testa e nelle viscere di Caterina, uno spirito cui la vita ha tolto più che dato, un’intelligenza sopita per aver interrotto gli studi – “Cleopatra va in prigione” è anche un libro in cui grazie a Dio non si citano altri libri, tranne uno sulla meditazione; è un romanzo breve che racconta senza descrivertela l’Italia che non legge – che da un lato crede alla cartomanzia ma che dall’altro analizza in modo lucido e acuto il mondo che la circonda.

Lascia un commento

Archiviato in ebook recensioni

Libri rari anche basta, perché essere a favore della editoria elettronica

La volpe azzurra di Sjón

La volpe azzurra di Sjón

Non so se abbiate mai sentito parlare della Future Library di Katie Paterson, un’artista scozzese che ha deciso di proiettare nel futuro le opere di un centinaio di scrittrici e di scrittori letteralmente seminando in Norvegia una foresta di mille alberi da cui si ricaverà la carta per la loro stampa (i volumi saranno pubblicati a partire dal 2114). Seguendo la carriera di Margaret Atwood e David Mitchell è stato inevitabile imbattersi in questo progetto artistico visto che sono stati loro i primi due scrittori ad aver aderito all’idea di Paterson. Ora se ne è aggiunto un terzo – e ogni anno sarà svelato un nuovo partecipante –, uno scrittore islandese di cui colpevolmente ignoravo l’esistenza: Sjón.

Sjón in Islanda e nei paesi anglofoni è un poeta e uno scrittore famoso, che in passato ha collaborato con Björk e Von Trier, ma su dodici romanzi soltanto uno è stato tradotto e pubblicato in Italia, La volpe azzurra. Se volete sapere di cosa tratta questo libricino uscito nella Piccola Biblioteca Oscar nel 2006, e leggere un profilo dell’autore, vi rimando all’esaustiva recensione di Silvia Cosimi che trovate su Anobii). A prescindere dalla trama e dall’apprezzamento, i lettori italiani sembrano divisi tra “mi è piaciuto molto” e “non l’ho capito”, Sjón ha avuto la sfortuna di essere stato tradotto e pubblicato troppo presto in Italia. Perché? Perché il suo libro è andato fuori catalogo.

Possono essere molte le ragioni per cui “La volpe azzurra” non è riuscita a farsi testa di ponte per altre traduzioni di Sjón in Italia – le vendite insufficienti, diritti d’autore troppo alti ecc. –, quel che è capitato è stato tipico di un percorso editoriale classico per il XX secolo: provo a lanciare un autore, ahimè non sfonda, non pubblico più nulla di lui. Nessuno può dare la colpa a Mondadori per non essersi intestardita a pubblicare questo islandese. Adesso posso agevolmente comprare questo tascabile a 35 euro (35 euro) su eBay in quanto libro raro oppure affidarmi a qualche santo per ritrovarne fortunosamente un esemplare in qualche bancarella del libro usato. Vi sembra possibile nel XXI secolo?

Quanto chiasso che fai, non puoi recuperarlo in biblioteca? Certo. Poi anche se mi piacerà dovrò pure restituirlo. Se fosse stato pubblicato oggi invece avrebbe probabilmente avuto un’edizione in ebook e avrei potuto acquistarlo ora, senza avervi ammorbato in poco meno di cinquecento parole. Gli scaffali di una libreria (o di una biblitoeca) elettronica sono più accoglienti a volte per la letteratura di quelli delle librerie fisiche – vedi il caso di Player One di Ernest Cline che in versione digitale è sopravvissuto alla chiusura del suo editore italiano, ISBN Edizioni – e il problema della reperibilità risolto dal digitale è troppo spesso sottovalutato da chi concepisce il libro solo in quanto oggetto fisico.

Immagine | Sjón, La volpe azzurra, Mondadori 2006

Lascia un commento

Archiviato in scelte difficili, vita quotidiana

Westworld 2016, una serie TV su come raccontiamo le storie e sulla coscienza di sé

Robert Ford (Anthony Hopkins) - Westworld 2016

Robert Ford (Anthony Hopkins) – Westworld 2016

Vedere Westworld o non vederla, siete indecisi. Un’altra serie TV spacciata come sensazionale o una “storia coi robot” di cui potete fare a meno? Non vorrei avervi spaventato col titolo di questo post, potete sedervi con tutta calma sul divano senza interrogarvi, come me, sui due concetti principali intorno a cui penso sia incentrata. Westworld prima di tutto è una capsula del tempo: è un’idea di un grande scrittore purtroppo scomparso, Michael Crichton, risalente ai primi anni Settanta del XX secolo (se volete approfondire, Brian Tallerico su Vulture: “The Long, Weird History of the Westworld Franchise”, 30/09/2016) recuperata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. In un parco di divertimenti dove le comparse non sono attori ma androidi qualcosa va storto, cosa accadrà? Se una trama simile vi ha rammentato Jurassic Park ricordo ai più giovani che era un’idea di Crichton anche quella.

A quasi quarant’anni dal suo concepimento Westworld si è però raffinata, ne è passata di narrativa di anticipazione o fantascienza sotto i ponti nel frattempo. Meno Terminator più Blade Runner, la serie della HBO almeno nell’episodio pilota lascia perdere il classico “si sono ribellati, adesso che facciamo” interrogando lo spettatore sui limiti della coscienza degli androidi che interagiscono con gli ospiti paganti dell’ambiente chiuso dove giocano a fare i cowboy o le signore del West. Ci viene spiegato, ad esempio nella scena con Anthony Hopkins e un simil Buffalo Bill, come negli anni ci sia stata una vera e propria evoluzione degli essere cibernetici – che pare siano un’ossessione degli statunitensi, almeno da Disney in poi, ossessione di cui loro stessi sono consapevoli, citofonare Futurama – che li ha portati a essere sempre più umani nel contempo sempre più “macchine” nel momento in cui non funzionano bene.

Westworld, come le stesse serie TV o le narrazioni complesse, è un gioco per grandi, i bambini potete portarveli dietro ma non a caso subodorano subito il trucco, non cascano nella messinscena di uno spettacolo che è sempre tale. Hai abbastanza soldi per lasciare il tuo mondo un giorno o una settimana e “vivere” nel Far West? Puoi farlo. Puoi interpretare un eroe o un fuorilegge, come in un gioco di ruolo dal vivo, e poi tornare a casa dopo aver sfogato tutta la forza delle pulsioni e delle emozioni che nella quotidianità devi reprimere. Westworld però non approfondisce questo aspetto volgendo il suo sguardo agli androidi, esseri condannati e ripetere sempre lo stesso giorno come in “Ricomincio da capo” di Harold Ramis. Il buono deve essere sempre il buono, lo psicopatico lo piscopatico, l’innocente violata l’innocente violata e così via; oppure no, [mini spoiler] qualche androide ha avuto anche ruoli diversi…

Siamo dalle parti così del “cosa fa di te, te?”. Anche gli umani, gli ospiti, all’interno del parco per interagire al meglio con gli androidi devono però seguire delle linee guida, esattamente come chi gioca a un videogioco deve intepretare il personaggio protagonista della storia (sui legami tra questa serie e i videogame vi rimando all’articolo di Davis Cox su Kill Screen: “The videogame world of HBO’s Westworld”, 07/10/2016) Ecco allora il secondo tema di Westworld alla pari di quello della coscienza di sé, la narrazione. Com’è possibile raccontare una storia senza essere per forza di cose dittatoriali, metterti sui binari di quel che lo sceneggiatore ha deciso che è giusto che succeda? Se tutte le storie degli androidi di Westworld sono intrecciate, quanto spazio posso lasciare alla libertà degli ospiti? Esemplare a questo proposito la frustrazione di Lee Sizemore, il “narrative director” del parco, quando [mini spoiler] gli viene rovinata una scena da lui ideata. È davvero tutto concesso a Westworld come recita il sottotitolo della serie per l’edizione italiana?

Se Westworld esistesse davvero, varrebbe la pena andarci? In fondo si tratta di un ambiente sorvegliato ventiquattrore su ventiquattro dove tutto quello che fai viene registrato (Matthew Dessem, “Visiting Westworld Seems Like a Pretty Bad Deal, From a Legal Standpoint”, 12/09/2016, Slate), una realtà dei fatti che chi crede di vivere ancora in un mondo analogoco fatica ad accettare ma che le opere di fantasia più recenti continuano a ribadire. Quanto sono cambiate le storie che ci raccontiamo da quando le storie stesse hanno iniziato a leggere noi attraverso l’accumulo dei nostri dati? Per migliaia di anni le storie sono state solo orali e le abbiamo semplicemente ascolatate, poi le abbiamo confinate in oggetti passivi come i libri, ora ne usufruiamo attraverso una tecnologia ogni giorno più pervasiva e attiva. Quali saranno e cosa diventeranno le storie di domani? All’alba della realtà virtuale (i parchi giochi virtuali in cui i nostri figli si abitueranno ben presto), Westworld inizia a rispondere a questo quesito.

Immagine | Westworld (2016)

Lascia un commento

Archiviato in serie TV

David Mitchell, I custodi di Slade House, una porticina di ferro nera

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell
Traduzione di Katia Bagnoli
Frassinelli, settembre 2016, (cartaceo 19 €, 236 pagine; ebook 9,99 €)

«”Tradizionalmente dovremmo ingaggiare un’altra violenta battaglia fra il bene e il male. Senza mai metterci d’acccordo su chi rappresenta cosa […]. Vogliamo lasciar perdere la tradizione?».

“I custodi di Slade House” di David Mitchell è il primo ebook di questo autore disponibile in italiano, a dimostrazione che la gestione dei diritti per le pubblicazioni elettroniche è ancora problematica. Mitchell ha all’attivo sette romanzi, tutti tradotti nella nostra lingua, e ha acquistato un minimo di notorietà in Italia grazie a Cloud Atlas – lo trovate solo in libreria, l’abbiamo recensito quattro anni fa – da cui i fratelli (ora sorelle) Wachowski hanno tratto un film nel 2012. È uno scrittore famoso? Sì. Vende nel nostro paese? Bah. Come ha dichiarato Tullio Avoledo qualche giorno fa ai microfoni di Radio Tre meriterebbe qualche lettore in più, di fatto Frassinelli ci crede abbastanza da portarlo nelle nostre librerie.

Perché i romanzi di David Mitchell meriterebbero di essere tutti reperibili in formato elettronico e non di essere cercati su qualche scaffale? Perché sono tutti collegati (roba da matti, eh?) e li vorresti leggere tutti subito. Jonathan Russell Clark su Literary Hub ha definito la sua opera  “The Ever-Expanding World of David Mitchell” in un articolo dove, a beneficio di chi ancora non conosce questo autore, sottolineava proprio questa ambizione dello scrittore inglese: raccontare storie diverse (anche in epoche passate o ancora da venire!) dove però siano frequenti personaggi ricorrenti e se non loro i loro parenti o i loro discendenti. Se non si è letto tutto Mitchell è come vedere Stranger Things senza conoscere la cultura pop degli anni Ottanta.

Naturalmente i romanzi di Mitchell potete goderveli anche come storie a sé stanti però “I custodi di Slade House” funziona perfettamente come guida per principianti al suo mondo letterario. Non a caso Kevin McFarland l’ha definito su Wired “a beginner-friendly novel” perché Mitchell nei romanzi precedenti non si preoccupava di spiegare subito ai suoi lettori quali erano le caratteristiche fantastiche che reggevano il suo universo immaginario, le scoprivi lentamente, in genere verso la fine. “I custodi di Slade House” ha anche una vicenda editoriale bizzarra. Nasce da una storia breve – “The Right Sort” non utilizzata nel lavoro precedente di Mitchell, “Le ore invisibili” – pubblicata in via sperimentale su Twitter in 280 cinguettii ed espansa in questo romanzo.

Per certi versi, azzardo, liberi di smentirmi, “I custodi di Slade House” è paragonabile ad Animatrix dei/delle Wachowski. Raconta attraverso episodi che rimandano a un’opera precedente – soprattutto “Le ore invisibili” – i meccanismi fantastici che sottostanno a tutti i libri di Mitchell, la sua personale visione del conflitto tra due principi irriducibili, chiamiamoli bene e male. Il romanzo può esser letto come la storia di una casa “stregata” dove spariscono le persone ogni nove anni oppure come una storia dove i destini di personaggi che in qualche modo già conosciamo s’incrociano.

David Mitchell non piace a tutti – c’è chi lo considera antipatico e megalomane – ma da sedici anni prosegue diritto per la sua strada costruendo romanzo dopo romanzo un immaginario il più possibile coerente. Se avete voglia di leggere un’agile storia dell’orrore scritta diabolicamente bene ambientata in un cupo vicolo londinese “I custodi di Slade House” fa per voi. Se una volta spento l’ereader sarete caduti sotto il suo incantesimo correte nella libreria più vicina: “Nove gradi di libertà”, “Sogno numero 9”, “Cloud Atlas”, “A casa di Dio”, “I mille autunni di Jacob de Zoet” (solo in biblioteca), “Le ore invisibili” vi attendono. Se già lo amate non vedrete l’ora di leggere la sua prossima storia.

Lascia un commento

Archiviato in ebook recensioni

Linda Nagata, Red, Deve farsi riprogettare meglio

Red di Linda Nagata

Red di Linda Nagata

Red. La prima luce di Linda Nagata
Traduzione di Maria Sofia Buccaro, Mariachiara Eredia, Benedetta Fabbri e Maddalena Gerini
Mondadori, 2016, 6,99 € ebook (15 € cartaceo)

«Ma la mia rete cranica è fuori uso, non c’è nulla a tenere lontano la vuota oscurità che mi si annida nel petto».

Linda Nagata è stata la prima scrittrice di fantascienza a guadagnarsi una nomination ai Nebula Award 2013 e ai John W. Campbell Memorial Award 2014 (due dei maggiori premi statunitensi per la narrativa sci-fi e fantasy) con un’opera autopubblicata: Red. La prima luce (The Red: First Light). Come lei stessa afferma, la fama di questi due premi – anche se era stata solo nominata – le ha permesso di pubblicare “Red” nel 2015 per i tipi della Saga Press (un marchio Simon & Schuster) e di ottenere un’edizione italiana con Mondadori nel maggio 2016. Perché questo preambolo? Perché possono passare anni prima che una storia trovi la sua strada nel mondo, è sempre stato vero e continua ad esserlo anche nel XXI secolo.

Mondadori aveva già pubblicato in Italia Nagata traducendo nel 2014 un suo racconto – “Nahiku West”, un giallo fantascientifico – nella raccolta “Il futuro di vetro e altri racconti”, Urania Millemondi n. 66. Io l’ho conosciuta così e non mi sono dimenticato di lei. Già vincitrice del Locus Award 1996 e il Nebula Award 2000 per il miglior racconto breve, Nagata con “Red” offre ai suoi lettori un’opera di fantascienza militare (milSF) classica che apprezzeranno soprattutto i patiti di armi, di corpi speciali e di cospirazioni. A ogni modo, in un prossimo futuro il famigerato James Shelley, tenente dell’esercito degli Stati Uniti, appartenente alle SAC (Squadre d’assalto connesse), per un quarto africano e per gli altri tre europeo e messicano, sta combattendo in Africa.

Capiamo subito che Shelley è di buona famiglia ed è finito nell’esercito per un non ben precisato reato. Anche se è molto lucido nel condannare le malefatte dell’industria bellica, che crea ad hoc conflitti in tutto il mondo per vendere armi e attrezzature belliche, Shelley è un bravo combattente e un bravo capo per i soldati affidati al suo comando. Ecco che gli dice un suo superiore: “Lei è qui perché il suo profilo psicologico combacia con il mio ideale di perfezione: sveglio, adattabile, determinato. Un ottimo soldato…”. Ad aiutare i ragazzi e le ragazze a stelle e strisce ci sono gli angeli (droni), le Sorelle Morte (esoscheletri) , la Guida (aiuto tattico da remoto) e le calotte (cuffie che interfacciano i soldati fra di loro e rilasciano psicofarmaci per controllare l’umore). E se credete che ci sia troppa tecnologia così aspettate di vedere cosa capiterà a Shelley…

L’intreccio di Red mi ha indotto a leggerlo di corsa per vedere dove voleva andare a parare Nagata e mi ha trasportato dall’Africa al Texas e in altri luoghi che non posso svelarvi per non rovinarvi la storia. Più che i cambi di scenario, che sono quelli classici dei videogiochi sparatutto a sfondo bellico, il romanzo di Nagata mi ha colpito per il ritratto della società USA che s’intravede sullo sfondo. Anche se un amico di Shelley appartiene alla stampa, (“Elliot Weber, noto pacifista e giornalista”), i giornalisti sono apostrofati giornalioti e sono al servizio della propaganda; il presidente pare non avere alcun potere sugli amministratori delegati delle grandi società chiamati “draghi”; i parlamentari sono zombie o amebe; le operazoni di guerra finiscono dentro a reality show; l’esercito finché gli servi ti è amico; i civili son pecore nel migliore dei casi o nel peggiore terroristi che minacciano l’integrità del Paese.

“Red. La prima luce” è un romanzo che può esser letto come autoconclusivo, sebbene abbia un finale aperto e sia il primo di una trilogia. Se vi rimane la curiosità di scoprire cos’è quel Red che da bravo MacGuffin anima tutta la trama, portando scompiglio non solo nella vita e nella testa del protagonista ma in tutto il mondo, vi consiglio di acquistarlo per indurre l’editore a tradurre gli altri due episodi. Potreste avere difficoltà a trovarlo sugli scaffali, Mondadori ha deciso di pubblicarlo nella nuova collana Oscar Fantastica, dedicata soprattutto alle ristampe di Cassandra Clare e George R.R. Martin, credendo forse di dargli così più visibilità. Speriamo non l’abbiano viceversa occultato agli occhi di chi vuol leggere della “semplice” fantascienza. Immagine di copertina stupenda a firma di Larry Rostant.

Lascia un commento

Archiviato in ebook recensioni, vita quotidiana

Scrittura e lettura digitale, o perché la cultura non può essere solo di carta

Stato della lettura nel mondo, in aggiornamento

Stato di come approcciamo la lettura nel mondo, in aggiornamento

Viviamo in una epoca strana, due settimane fa l’olandese Juan Buis (TNW’s Digital Culture Reporter) ha voluto dedicare un articolo a una sua scoperta straordinaria: leggere utilizzando uno schermo elettronico invece di uno schermo a cristalli liquidi è rilassante, possedere un ereader dedicato solo alla lettura dei libri è una figata e se lo dice lui che credeva che leggere facesso schifo… (fonte: Why I like my e-reader better than my smartphone, thenextweb.com, 2 settembre 2016). La fortunata massima di William Gibson “Il futuro è già qui, solo che è mal distribuito” dimostra ancora una volta la sua validità. La lettura digitale è tutt’ora in fasce, se persino i suoi divulgatori la scoprono solo ora, magari grazie a un dispositivo apposito.

In contemporanea, mentre sempre più numerosi arrivate su questo sito perché avete rotto lo schermo del vostro primo ereader (benvenuti!), si moltiplicano articoli su “Il tramonto degli ebook reader”. Com’è noto, il libro cartaceo è la tecnologia definitiva per la lettura. Soprattutto i protagonisti dell’editoria tradizionale di tutto il mondo la pensano così. Anche gli avversari degli editori, gli ecologisti inventori del mantra “carta, libri, alberi, Amazzonia” – chi ha almeno trent’anni se le ricorderà le campagne per limitare lo sfruttumento delle foreste, che fine avranno fatto? – non credono nel libro elettronico, solo Amazon e una manciata di altre aziende pare sostenerlo. Non è difficile capire perché, il genere umano non ama ciò che non conosce.

“Non capisco, proprio non capisco, quel che viene dopo il libro. Appartengo al libro, ho i piedi nell’ultimo secolo del libro” scriveva Guido Ceronetti sedici anni fa (fonte: “La carta è stanca: una scelta”, Adelphi 1976, 2000), ostile del resto a tutta la tecnologia per la scrittura successiva alla macchina da scrivere meccanica, che limitandosi invece a copiare la scrittura manuale è tutto sommato accettabile: “Il libro [scritto] al computer è la fine di un modo di pensare, e probabilmente del pensare stesso. Non è più la mano ma la macchina a guidare, ispirare, uniformare gli stili” (fonte: “Ceronetti: ‘Scrivere col computer significa non scrivere'”, la Gazzetta dello Sport, 4 gennaio 2010).

Nonostante le opinioni di intellettuali come Ceronetti (detrattore anche dell’astronautica), ci stiamo abituando  in questi anni perfino alla lettura elettronica così come dopo un secolo ci siamo abituati a una scrittura sempre meno manuale e sempre più meccanica, ora addirittura digitale. Quanto sarebbe limitato il nostro cervello se non riuscisse ad apprendere il medesimo concetto scritto su carta o espresso su uno schermo? Se la scrittura è una tecnologia mentale, come sostiene Denise Schmandt-Besserat (in “Origini della scrittura. Genealogie di un’invenzione”, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Mondadori, 2002), perché la sua decodificazione dovrebbe essere relegata a un testo scritto su carta, in un libro di carta nello specifico? Possono davvero pochi pixel mandarci in crisi?

Non sono d’accordo, l’avrete capito, con chi crede che “scrivere e leggere sono attività fondamentalmente fisiche” (Monica Cainarca, “Come questa libreria di Tokyo mi ha fatto innamorare di nuovo della carta stampata”, Medium, 24 agosto 2015) e lo dico da amante del libro tradizionale, oggetti che continuo a comprare e collezionare per la disperazione di mia moglie. Non esiste un primato della scrittura, della lettura e della cultura digitale su quella tradizionale e viceversa. Fa bene Cainarca a sottolineare la ricchezza della cultura analogica legata al libro di carta ma se crediamo che sia necessario “vedere” i libri in casa di qualcun’altro per dialogare con lui (una volta lo credevo anch’io, ora penso sia importante li abbia letti), o che la fisicità dei libri sia imprescindibile per la comprensione del loro contenuto e per la diffusione della cultura tramite essi, ci sbagliamo.

P.S. Un’altra possibilità da prendere in analisi è che “la lettura digitale sia altrettanto fisica di quella cartacea” come scrive Mafe De Baggis in “Come un cammello in una grondaia”, 20 maggio 2015.

Immagine | ereader Tolino mentre installa un aggiornamento

Lascia un commento

Archiviato in scelte difficili

Alfred Bester The Stars My Destination o quante edizioni digitali può avere la stessa storia?

Due ebook di Alfred Bester o uno solo?

Due ebook di Alfred Bester o lo stesso ebook?

Libri cartacei o digitali è quasi una dicotomia superata. A inizio XXI secolo sappiamo che le storie che vogliamo leggere sono compresse dentro una risma di carta o all’interno di un file, a seconda delle nostre esigenze possiamo scegliere l’uno o l’altro contenitore, decidendo se avere quindi una libreria fisica o digitale. Questo cambio di paradigma impone però agli editori di fare attenzione quando digitalizzano un libro. Ogni tanto inciampano in qualche incidente, disattenzioni editoriali veniali che potrebbero però allontanare dalla lettura (elettronica) nuovi e vecchi lettori. Potrebbe capitarvi di comprare due ebook scoprendo che si tratta dello stesso ebook.

Esaminiamo un caso particolare, il romanzo di fantascienza “The Stars My Destination” (1956) di Alfred Bester, se vi interessano notizie sulla trama vi rimando al post di Massimo Luciani su netmassimo.com. Può darsi che qualcuno di voi scoprirà questo autore per via del sofferto – se ne parla dagli anni Novanta, vedremo se andrà in porto – prossimo adattamento cinematografico di questa storia. Tornando alla sua storia editoriale italiana, riprendendo l’edizione inglese, che riportava il titolo alternativo “Tiger! Tiger!”, La Tribuna Editrice lo pubblica per la prima volta nel 1966 con la traduzione di Luciano Torri intitolandolo “La tigre della notte” .

Le edizioni Nord lo ripubblica nel 1976, sempre nella versione di Torri, il titolo però a questo punto cambia e diventa “Destinazione stelle” riprendendo quel “The Stars My Destination” sotto il quale il romanzo è conosciuto negli USA, di ristampa in ristampa arriviamo a metà anni novanta.  Nel 2000 la storia approda per la prima volta in Mondadori – l’editore di tutte le altre storie di Bester in Italia – e si avvale di una nuova traduzione per i Classici Urania, a cura di Vittorio Curtoni, intitolata “La tigre della notte” come l’edizione del 1966. Vi gira la testa? Un po’ anche a me, tenete però conto che i primi ad aver confuso le carte sono stati gli editori inglesi e americani di Bester.

In Italia a questo punto esistono due traduzioni con due titoli diversi pubblicate da due differenti case editrici; nulla di male, se siete dei patiti della fantascienza potreste anche essere contenti. Tuttavia l’inghippo è dietro l’angolo, le edizioni Nord non ripropongono più la loro edizione mentre Mondadori decide nel 2014 di ripubblicare negli Oscar la storia di Bester, sempre nella traduzione di Curtoni, col titolo… “Destinazione stelle”. In edicola posso comprare “La tigre della notte” (Urania Collezione) e in libreria “Destinazione stelle” (versione Oscar). Tutto ok? Non esattamente. Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse stata nel frattempo inventata l’editoria elettronica.

Diversamente dal libro cartaceo, a parità di contenuto, non ha senso che un libro digitale abbia un’edizione di lusso, un’edizione economica o un’edizione speciale particolare per un certo canale di vendita. Se il contenuto non cambia è corretto nei confronti del lettore presentargli la stessa storia con una veste differente? Mondadori sta vendendo consapevolmente “The Stars My Destination” in digitale con due titoli, due copertine e due prezzi diversi – la versione Urania Collezione 2013 costa 3,99 euro, la versione Oscar I grandi della fantascienza 2014 costa 6,99 euro – sebbene il contenuto sia identico? Vale l’obiezione che appartengono a due collane differenti?

Mentre in commercio esistono due versioni elettroniche identiche di “The Stars My Destination/Tiger! Tiger!”, il suggerimento per Mondadori è convertire in formato digitale i romanzi di Bester che attualmente non sono più disponibili in formato cartaceo – come “L’uomo disintegrato” (1952), “Connessione computer” (1975), “I simulanti” (1981) e “Psyconegozio”, uscito postumo nel 1998, terminato da Roger Zelazny – e di decidere quale delle due edizioni tenere a scaffale nelle librerie elettroniche italiane. Se vi sembra normale che siano disponibili entrambe in contemporanea ditemi la vostra nei commenti, sono davvero curioso di sapere la vostra opinione.

Immagine | ebookstore Kobo

 

Lascia un commento

Archiviato in vita quotidiana

Comprare ebook per Kobo con una gift card, come si fa

Mi hanno regalato una carta prepagata Kobo, e adesso?

Mi hanno regalato una carta prepagata Kobo, e adesso?

Acquistare un ebook con una carta prepagata vi capiterà prima o poi. Tra gli ostacoli che deve superare il lettore di libri digitali c’è senza dubbio l’attuale bizantinismo dei pagamenti elettronici, non sono ancora così lineari e ovvi come dovrebbero essere. E sì, Amazon con l’opzione “ordini 1-Click” ha semplificato la vita a tante persone, oltre che arricchire il proprio portafoglio clienti naturalmente. A ogni modo in questo post vi spiegherò come comprare un ebook con una gift card di Kobo con un esempio pratico. Ne ho giusto una che mi hanno regalato le mie sorelle, importo 50 euro.

Il mio consiglio è di accendere il computer che utilizzate di più e aprire Kobo Desktop Edition, tenete conto che l’identica operazione è possibile anche dal vostro ereader. Selezionate il libro che vi interessa e caricatelo sul carello – nel mio caso è un saggio Bompiani “Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità” –, ora passate al pagamento, dovete avere a questo punto sottomano il numero PIN della vostra carta prepagata (lo ricavate grattando la striscia argentata sul retro oppure vi sarà indicato nell’email che vi hanno mandato, nel caso la vostra card sia un buono regalo elettronico Kobo).

Questo slideshow richiede JavaScript.

Invece di cliccare su Completa l’acquisto guardate in alto a destra (o in basso sotto alla finestra dei codici promozionali) e fate caso alla dicitura: Utilizza una gift card. Una volta selezionata questa voce potrete inserire il Numero Gift Card della vostra carta, o del vostro buono, e noterete come parte del suo importo sia stato immediatamente applicato all’ordine. Nel mio caso i 50 euro sono diventati 40,01 euro perché il saggio di Yuval Noah Harari costa 9,99 euro; è corretto che ci sia zero come totale perché il vostro account è sempre collegato alla vostra carta di credito, che non sarà utilizzata per questo acquisto.

Selezionando Continua vi apparirà la schermata riepilogativa dove cliccando Completa acquisto avrete finalmente comprato il vostro ebook. Non dico che sia semplice ma non è nemmeno così arzigogolato, poteva andare peggio. Importante, i vostri acquisti – sia da computer sia da ereader se lo sincronizzate – fino alla fine del credito della gift card saranno caricati su di essa, senza che sia più necessario per ogni nuovo acquisto inserire il PIN della carta, come se dal vostro libraio di fiducia aveste aperto un credito o come le tesserine prepagate che alcuni bar usano per pagare dieci caffè.

Immagini | Kobo

Lascia un commento

Archiviato in vita quotidiana

#LoFaccioPerché, Decathlon ricorda all’Italia perché i lettori sono una minoranza

Il post col quale Decathlon spiega la rimozione della campagna #LoFaccioPerché in campo non servono libri

Il post col quale Decathlon spiega la rimozione del claim #LoFaccioPerché in campo non servono libri

I libri per tirare due calci a un pallone non servono. O almeno, così la pensano a Decathlon Italia che ha approvato un claim all’interno della sua campagna comunicativa estiva 2016 #LoFaccioPerché che riporta questo messaggio: #LoFaccioPerché in campo non servono libri. Se volete un ottimo riassunto della polemica scatenatasi sui social network in seguito a un tweet del digital media specialist Davide Borgo e alle proteste degli amanti della lettura in Italia lo trovate su Bookblister: “Epic Fail Decathlon!” a firma di Chiara Beretta Mazzotta. Tanto tuonò la minoranza di lettori italiani che la catena di negozi di abbigliamento e attrezzature sportive capita la malaparata è arrivata a rimuovere la pubblicità spiegandone i motivi su Facebook.

Tuttavia, vi sembra normale che siano stati i lettori e le lettrici italiani a protestare? Come mai i calciatori e gli sportivi in generale non hanno dato di matto dopo un messaggio che pare di capire contrapponeva “sport e cultura”? Forse perché appena l’un per cento dei calciatori sono laureati? Quel che l’indignazione dei lettori nasconde è che l'”Italia […] ha un problema con i libri” come scrive Gabriele Ferraresi su Daily Best commentando la vicenda; quel che dimentichiamo è che davvero in campo non servono libri perché l’atleta prima di tutto deve dedicare il suo tempo ad allenarsi, altrimenti come spiegare questa frase: “Quello che oggi abbiamo capito – spiega la ministro Giannini – è che formazione e attività fisica non sono incompatibili” in merito a un progetto del MIUR per arginare la dispersione scolastica di chi pratica sport a livello agonistico (la Stampa, 02/02/2016).

Persino i francesi si fanno beffe di noi per la reazione sproporzionata dei lettori italiani – “Decathlon se fait incendier : au moins sur un terrain de foot, on n’a pas besoin de livres” (Nicolas Gary su ActuaLitté) – a questa campagna. Se non crediamo che sia vera allora perché le ironie sui calciatori ignoranti o perché per anni è stata la norma sganasciarsi ascoltando gli strafalcioni del Trap (ex calciatore oltre che allenatore) a “Mai dire Gol”? Il giocatore del Chievo e della Sampdoria Christian Puggioni studente in Giurisprudenza ricordava ad Alessandra Gozzini della Gazzetta dello Sport: “E c’è anche chi mi disse che i miei libri in ritiro non erano graditi: non dovevo studiare, ma solo concentrarmi sulla partita”.

“Il successo sportivo azzurro e la scuola (ancora) contro” è un titolo di Vanity Fair a un pezzo di Chiara Pizzimenti che non dovrebbe farci inorridire? Farci gridare che non è vero? Eppure abbiamo aspettato questo secolo per fare sul serio con i licei a indirizzo sportivo – oggi richiestissimi ma insufficienti per numero a quanto sembra, vedi “Licei sportivi, boom di richieste ma a Milano i posti sono limitati” (Calcio e finanza, 30/03/2016) – e dagli statunitensi abbiamo copiato tanto ma non l’accoppiata sport-istruzione che negli USA è stata anche un importante veicolo d’integrazione. Siamo ancora in tempo a interrompere il cortocircuito sport-libri-istruzione a tutto vantaggio di chi ama la lettura e lo sport, rendiamoci conto che indignarsi non basta però.

Immagine | Facebook

1 Commento

Archiviato in eventi salienti, vita quotidiana

Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Non sarò spaventato. Sarò pronto, pensò Joshua

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon
Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo, 280 pagine)

«Quella sera Bega gli aveva detto che i suoi zombi gli piacevano. Era parecchio ubriaco ma gli zombi gli piacevano, e Joshua gli aveva creduto perché Bega era troppo ubriaco per mentire e lui troppo ubriaco per non credergli».

Aleksandar “Sasha” Hemon mi ha fregato, durante la lettura ho creduto dapprima che il suo L’arte della guerra zombi fosse prima un libro strano, poi inutile e poi… poi mi ha stupito. Ne sono contento perché era dai tempi di Tibor Fischer – uno dei miei scrittori preferiti che da troppi anni ahimè non scrive più – che un autore non mi prendeva per il naso, in senso buono, come Hemon. Devo così ancora una volta ringraziare Einaudi che mi ha permesso di conoscerlo (gratis) attraverso questa sua ultima prova pubblicata l’anno scorso in inglese e questo marzo in italiano, tradotta da Maurizia Balmelli. Se sarete folgorati come il sottoscritto sappiate che sono già disponibili altre due storie di Hemon in ebook, “Il libro delle mie vite” (2013) e “Amori e ostacoli” (2014).

“L’arte della guerra zombi” è ambientato a Chicago nel 2003 – che strano il mondo prima dei social network e dei telefonini, dovreste farci un giro – e segue le vicende di Joshua Levin, un ragazzo come tanti con l’ambizione di fare lo sceneggiatore per Hollywood. Com’è chiaro fin dal titolo, in originale “The Making of Zombie Wars”, a Joshua piacciono le storie con i morti viventi e le sue traversie personali durante il romanzo avanzano in parallelo con una storia di zombi con tutti i crismi. Una storia, intitolata provvisoriamente Guerre zombi, che si riconosce a vista d’occhio poiché è impaginata come una sceneggiatura vera e propria, con tanto di carattere tipografico a imitazione di quello delle macchine da scrivere, per chi si ricorda cosa sono).

Mentre in Guerre zombi l’umanità com’è un classico soccombe all’invasione dei mangiacervelli Joshua a Chicago si incasina la vita come in un film dei fratelli Coen senza censure, anzi, come in un lungometraggio dei Coen ma sceneggiato dal Kevin Smith degli anni d’oro, quello di Clerks spero abbiate presente. È anche la parte del romanzo in cui Hemon ti incastra mettendo Joshua al centro del palcoscenico del solito teatrino della famiglia ebraica disfunzionale col padre assente, la madre severa e la sorella insopportabile. Terza storia a intrecciarsi con le altre il rapporto del protagonista con gli immigrati esteuropei post collasso Unione sovietica e guerre balcaniche, sì, c’è anche il tradizionale reduce dall’Iraq e la fidanzata d’origine asiatica.

Tutti elementi che Hemon fa interagire fra di loro con spietatezza illudendoti di seguire una storia normale anche se grottesca (tra parentesi, secondo libro Einaudi che leggo a distanza di pochi mesi e secondo gatto che… lasciamo perdere) per poi giocare di prestigio e farti rimanere di sale. A suo merito va anche detto che non è un autore che si autocompiace, uno di quelli che ti strizza l’occhio a ogni frase per farti capire quanto è bravo, almeno in questa storia. Si arriva in fondo e si può dargli atto che, pur tra scene di sesso e violenza gratuite, L’arte della guerra zombi ci ha instillato alla Spinoza dubbi sulla nostra stereotipata visione del mondo, su chi siano davvero coloro i quali pensiamo siano “gli altri”, su cosa davvero stiamo aspettando e perché.

Lascia un commento

Archiviato in ebook recensioni, vita quotidiana