Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Non sarò spaventato. Sarò pronto, pensò Joshua

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon
Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo, 280 pagine)

«Quella sera Bega gli aveva detto che i suoi zombi gli piacevano. Era parecchio ubriaco ma gli zombi gli piacevano, e Joshua gli aveva creduto perché Bega era troppo ubriaco per mentire e lui troppo ubriaco per non credergli».

Aleksandar “Sasha” Hemon mi ha fregato, durante la lettura ho creduto dapprima che il suo L’arte della guerra zombi fosse prima un libro strano, poi inutile e poi… poi mi ha stupito. Ne sono contento perché era dai tempi di Tibor Fischer – uno dei miei scrittori preferiti che da troppi anni ahimè non scrive più – che un autore non mi prendeva per il naso, in senso buono, come Hemon. Devo così ancora una volta ringraziare Einaudi che mi ha permesso di conoscerlo (gratis) attraverso questa sua ultima prova pubblicata l’anno scorso in inglese e questo marzo in italiano, tradotta da Maurizia Balmelli. Se sarete folgorati come il sottoscritto sappiate che sono già disponibili altre due storie di Hemon in ebook, “Il libro delle mie vite” (2013) e “Amori e ostacoli” (2014).

“L’arte della guerra zombi” è ambientato a Chicago nel 2003 – che strano il mondo prima dei social network e dei telefonini, dovreste farci un giro – e segue le vicende di Joshua Levin, un ragazzo come tanti con l’ambizione di fare lo sceneggiatore per Hollywood. Com’è chiaro fin dal titolo, in originale “The Making of Zombie Wars”, a Joshua piacciono le storie con i morti viventi e le sue traversie personali durante il romanzo avanzano in parallelo con una storia di zombi con tutti i crismi. Una storia, intitolata provvisoriamente Guerre zombi, che si riconosce a vista d’occhio poiché è impaginata come una sceneggiatura vera e propria, con tanto di carattere tipografico a imitazione di quello delle macchine da scrivere, per chi si ricorda cosa sono).

Mentre in Guerre zombi l’umanità com’è un classico soccombe all’invasione dei mangiacervelli Joshua a Chicago si incasina la vita come in un film dei fratelli Coen senza censure, anzi, come in un lungometraggio dei Coen ma sceneggiato dal Kevin Smith degli anni d’oro, quello di Clerks spero abbiate presente. È anche la parte del romanzo in cui Hemon ti incastra mettendo Joshua al centro del palcoscenico del solito teatrino della famiglia ebraica disfunzionale col padre assente, la madre severa e la sorella insopportabile. Terza storia a intrecciarsi con le altre il rapporto del protagonista con gli immigrati esteuropei post collasso Unione sovietica e guerre balcaniche, sì, c’è anche il tradizionale reduce dall’Iraq e la fidanzata d’origine asiatica.

Tutti elementi che Hemon fa interagire fra di loro con spietatezza illudendoti di seguire una storia normale anche se grottesca (tra parentesi, secondo libro Einaudi che leggo a distanza di pochi mesi e secondo gatto che… lasciamo perdere) per poi giocare di prestigio e farti rimanere di sale. A suo merito va anche detto che non è un autore che si autocompiace, uno di quelli che ti strizza l’occhio a ogni frase per farti capire quanto è bravo, almeno in questa storia. Si arriva in fondo e si può dargli atto che, pur tra scene di sesso e violenza gratuite, L’arte della guerra zombi ci ha instillato alla Spinoza dubbi sulla nostra stereotipata visione del mondo, su chi siano davvero coloro i quali pensiamo siano “gli altri”, su cosa davvero stiamo aspettando e perché.

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Inchiostro elettronico, in attesa di etichette per valigie e schermi grandi come fogli A4

Addio etichette? Rinowa incorpora uno schermo eink nelle sue valigie

Addio etichette? Rimowa e le sue valigie con schermo eink

Recentemente ho fatto una decina di viaggi in treno tra la Lombardia e il Veneto, sia sui regionali sia sulle Frecce di Trenitalia, e mi ha colpito come tra i lettori si siano diffusi non solo i Kindle ma anche i Kobo; che la gente si sia abituata a trovarli nei punti vendita delle grandi catene di elettronica di consumo? In realtà l’inizio del 2016 pare segnare fosche previsioni per un’altra possibile alternativa al libro cartaceo: il tablet (cfr. Why the iPad is going extinct, New Republic, 29 gennaio 2016). Come ricordete l’ereader è già stato dato per morto l’anno scorso ma ho visto con i miei occhi nella metropolitana di Milano un paio di impavide lettrici leggere romanzi su iPad o Samsung ecc. Contente loro, io ci perderei definitivamente la vista dopo otto ore davanti a un computer ma immagino per ciascuno di noi sia diverso.

Se cercate un riassunto dell’anno appena trascorso per quel che riguarda l’editoria elettronica vi segnalo “Editoria digitale, un bilancio oltre le superficialità e qualche previsione” di Gino Roncaglia (sul sito de Il Libraio; 09/02/2016). Non mi trovo d’accordo con la sua affermazione che “l’ebook non [sia] affatto un medium ‘esplosivo’ capace di conquistare rapidamente un territorio prima non presidiato; non è dunque paragonabile, per intenderci, né alla radio, né alla televisione, né a Internet” perché, anche se il libro elettronico non veicola contenuti nuovi ma replica perlopiù quelli della sua controparte cartacea, ha la stessa forza dirompente che ha avuto l’introduzione del file mp3 per la musica. L’immediatezza con la quale si può “scaricare” un libro oggi – pur con tutti i difetti dei suoi vari formati – rende l’ebook un mezzo che ha già catturato il nostro immaginario. Come può non essere digitale anche il libro, oggi?

Se vi capita di passare in edicola o in libreria – ma naturalmente esiste anche la sua versione elettronica – il numero 28 di Progetto grafico uscito a novembre 2015 è proprio dedicato al fare i libri nel XXI secolo se vi interessa l’argomento. In particolare vi segnalo gli articoli “Medium. Esperienze utente e nuovi scenari per l’editoria digitale” di Pompilii e “Oltre il libro. Motivazioni, economia e competenze nelle ricerche editoriali contemporanee” di Camillini. Per riassumere, da una parte il digitale che non vedete (quello di chi i libri li fa) sta paradossalmente facendo dimenticare come si fanno i libri ad alcuni “editori” – alcuni volumi in libreria adesso solo vent’anni fa non ci sarebbero neppure arrivati, parlo di errori tecnici – dall’altra giovani e meno giovani entusiasti stanno riscoprendo il libro artigianale, più prezioso e in certi termini fatto più a regola d’arte rispetto a quello industriale attuale.

Tornando agli ebook ancora non si vedono  smart ereader o phone-ereader, ovvero smartphone dotati di uno schermo a inchiostro elettronico. Sono mesi che i francesi della Danew hanno annunciato il loro Konnect Twin, un diretto concorrente dello YotaPhone 2 ma continuano a rimandarne il lancio; pare che anche Lumia sia interessata ad aggiungere uno schermo eink ai suoi prossimi dispositivi come potete leggere su Pianetaebook . Il 2016 potrebbe poi essere l’anno giusto per un ereader di grande formato, parliamo di 13 pollici di diagonale, più o meno le dimensioni di un foglio A4, se volete saperne di più leggete il post di Nate Hoffelder First Look at the 13″ Onyx Boox Max, 9.7″ Onyx Boox N96 su The Digital Reader. C’è movimento intorno alla tecnologia eink anche se Amazon sta rimandendo sostanzialmente ferma con lo sviluppo del suo lettore di libri digitali per antonomasia, il Kindle.

Dove invece la carta e l’inchiostro elettronici continuano a fare passettini in avanti è la nostra quotidianità. Rammentate che vi parlavo delle etichette dei prezzi nei supermercati (in Italia curiosate nei negozi Mediaworld), per non parlare di alcuni modelli di orologi (Seiko e Sony)? Oggi stanno sperimentando la caratteristica più golosa dell’eink, la poca energia richiesta per fare funzionare i suoi schermi. Vi avevo accennato che i display eink potevano essere anche a due colori rosso e nero ma se vi dicessi verde e nero cosa vi viene in mente? Ma le fastidiose e lunghe etichette che si adoperano tutte le volte che prendiamo un volo aereo e dobbiamo ogni volta sperare che rimangano attaccate per miracolo alla manigia della nostra valigia.

E allora ecco che la Rimowa, una marca di valigie di lusso ha avuto l’idea di incorporare in sette modelli uno schermo eink che riproduce in digitale l’etichetta. Grazie a una app sul vostro smartphone apparirà di volta in volta sul display il codice corretto per il viaggio che intendete fare e non è che lo schermo abbia molto da fare, si limiterà a fornire per il tragitto l’informazione corretta. La sperimentazione – se pensate sia una sciocchezza vi rammento che ci aveva provato già British Airways tre anni fa – inizierà a metà marzo 2016 con Lufthansa. Come ha scritto Dane Steele Green sull’Huffington Post: “Qualsiasi tecnologia che consenta alle persone di evitare le fila e di raggiungere [rapidamente] il loro gate è ben accetta, oltre che attesa da tempo”. E come dargli torto.

Aggiornamento marzo 2016: un altro utilizzo interessante degli schermi eink nella nostra quotidianità è quello relativo ai trasporti pubblici. Perché usare la carta per comunicare ai cittadini gli orari dei mezzi quando uno schermo a inchiostro elettronico si dimostra più comodo? Devono averlo pensato in Slovenia a Lubiana dove quattro fermate dell’autobus sono state dotate di schermi eink; trovate un approfondimento sul sito visionect.com l’azienda che ha fornito alla capitale slovena schermi e software per questa svolta ecologica e intelligente, la prossima città che seguirà questo esempio? Londra, naturalmente.

Immagine | Rimowa

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A domanda, “Ma le donne?”, quelli di SUR mi han risposto: “Nessun problema”

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Guido Morselli, Dissipatio H.G., intorno c’è il possibile, che non diventa quasi mai reale (per noi)

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Dissipatio H.G. di Guido Morselli

Dissipatio H.G. di Guido Morselli
Adelphi, prima edizione digitale 2012, 6,99 € (ebook), 19 € (libro)

«L’aspirazione a possedere materialmente una cosa o una persona, nasconde, con qualche approssimazione, il nostro passare a altro. Quello che abbiamo posseduto, ce lo possiamo mettere dietro alle spalle, confinarlo nel passato, nel già-fatto».

Ho preso in biblioteca questo ebook di Guido Morselli via MLOL – lo sapete che potete prendere gli ebook in prestito se avete un Kobo, vero? – perché come accennavo ad Appunti di carta su Twitter stavo “inciampando” ovunque da qualche mese in questo autore morto suicida. E una, e due, e tre alla fine mi sono deciso e sono partito nella mia scoperta di questo autore da “Dissipatio H.G.” uscito postumo come tutte le storie di Morselli per Adelphi nel 1977. Com’è? Immaginate la vicenda di Les Revenants al contrario, avete presente quella serie francese dove i morti ritornano? Ebbene qui durante la notte tra il 1° e il 2 giugno “se ne vanno” invece tutti gli uomini e le donne, tranne il protagonista.

Fossimo un paese orgoglioso della propria cultura non solo a parole, ci avrebbero tratto una serie TV coi fiocchi dal libro di Morselli. I produttori avrebbero avuto il set anche a due passi, dato che la storia è ambientata a tutti gli effetti in Svizzera, tra una città, Crisopoli (nome dietro al quale si cela Zurigo),  e vallate più o meno incontaminate. Anzi decontaminate, visto che “Dissipatio H.G.” è un romanzo post-apocalissi sui generis dove il narratore, dopo un maldestro tentativo di suicidio (sic!), si ritrova a vagabondare su una Terra che, al di là delle creazioni dell’uomo, vede la presenza di un solo essere umano, il protagonista, appunto, via via sempre più certo di essere l’ultimo rimasto.

Insieme al lettore il protagonista si interroga sul perché e il percome di questo inaudito fenomeno. A quarant’anni dalla sua stesura il romanzo è affascinante per la società che descrive, reduce da appena un trentennio dal secondo confilitto mondiale ma già pervasa da quella tecnologia che sta diventando sempre più presente ai giorni nostri. È grazie alle auto, ai telefoni e ai frigoriferi ancora funzionanti che il narratore può muoversi e sopravvivere per le strade deserte della sua detestata Svizzera. “L’idolatria della comunicazione era una vizio recente, semplicemente una cattiva abitudine” afferma a un certo punto il nostro sopravvissuto e chissà quale sarebbe stato il giudizio di Morselli del nostro tempo che ha visto prevalere questa adorazione per la comunicazione!

Ad alternare la presa di possesso del protagonista senza nome di “Dissipatio H.G.” della sua Terra disabitata – si capisce che rapidamente la Natura si riprenderà ciò che l’uomo le aveva strappato con l’artificiale –, a mio giudizio la parte più riuscita (“Sono un Robinson le cui robinsonades possono sembrare facili, grazie alle circostanze”), ci sono continui flashback, in particolare di un periodo trascorso dal narratore presso la clinica privata Wanhoff. A questa esperienza di cura precedente all’Evento risale l’incontro con un personaggio, il medico Karpinsky, che sebbene sappiamo essere già morto, tornerà in guisa di fantasma o allucinazione in soccorso al protagonista sempre più sull’orlo della pazzia.

Faticoso in alcune parti per via di alcune digressioni filosofiche – “Ho dei trascorsi eruditi di cui, dopo un’astinenza di anni, non mi pento” –, “Dissipatio H.G.” è solo incidentalmente un romanzo di fantascienza. È una storia fantastica che Morselli pare aver scritto innanzitutto per sé. Sembra che lo scrittore voglia arrivare a comprendere tramite la letteratura cosa significhi lasciare il suo mondo per un altro mondo, anzi per l’altro mondo visto che una delle chiavi di lettura è che il protagonista della vicenda si sia in effetti tolto la vita. Se rimane il mistero circa l’Evento motore di tutto il volume rimane comunque il piacere di essere stati trasportati dall’autore alla fine del Tempo. Il che non è poco.

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Helen Macdonald, Io e Mabel, ma come si fa a stufarsi di un astore?

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria di Helen Macdonald
Traduzione di Anna Rusconi
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Adesso che lascio Mabel libera, che le permetto di volare dove vuole, ho scoperto una cosa fantastica. Anche lei si sta costruendo un paesaggio di luoghi magici. […] sta appropriandosi della sua collina. Della mia. Della nostra».

Quest’anno potreste anche leggere un solo ebook (o un solo libro, fate voi), Io e Mabel di Helen Macdonald. Siete anche fortunati, è uscito ieri a fine gennaio per Einaudi, che mi ha gentilmente concesso di leggerlo in anteprima nei giorni scorsi. “Io e Mabel” appartiene a quei libri che possiamo definire “Altri dieci minuti e poi lo metto giù”. Soltanto che poi non lo vuoi più lasciare sul comodino e cosa capita? Che in un giorno lo finisci, un consiglio, iniziatelo nel fine settimana, meglio ancora di mattina. Intitolato in originale “H is for Hawk” ha vinto il Samuel Johnson Prize 2014 per la non-fiction, Helen Macdonald è nata nel 1970, è una storica e una ricercatrice; c’è da uscire pazzi a pensare che sebbene abbia al suo attivo altri due libri “Io e Mabel” sia la storia che l’ha resa celebre, è una scrittrice vera e potessi la implorerei di scrivere altri romanzi.

Tuttavia questo libro forse è nato in un’occasione irripetibile per Macdonald. Combina insieme un manuale di falconeria, un ritratto biografico dello scrittore T.H. White e l’elaborazione di un lutto. L’autrice è abilissima a intrecciare questi tre elementi per quasi trecento pagine. Il padre di Macdonald muore all’improvviso “il cuore, credo, niente da fare, non c’è bisogno che vieni stasera” e l’autrice, già esperta falconiera, per fuggire dal dolore devastante della propria perdita si getta in un’impresa. Addestrare non un falco ma un astore. Sa che sarà difficile, l’ha letto da bambina in un libro, “The Goshawk” di Terence Hanbury White. Un nome che non vi dirà niente. O forse sì, se vi dico “La spada nella roccia”? Pensate a Walt Disney? In realtà l’ha scritto White nel 1938.

Dubito che dopo aver letto “Io e Mabel” rivedrete le avventure di Semola e Merlino con gli stessi occhi. White era un uomo dalla sessualità e dalla psiche tormentata che a un certo punto della sua vita si era messo in testa di addestrare un astore. “The Goshawk” narra appunto di questo tentativo e la traduttrice Anna Rusconi si può dire abbia tradotto non solo Macdonald ma anche ampi brani di White, visto che questo libro è tutt’ora inedito nel nostro paese. L’autrice porta avanti in parallelo il racconto dell’esperienza di White con il suo Gos negli anni Trenta e quella che lei ai giorni nostri conduce con la sua Mabel. Sono passati settant’anni e tra gli spunti interessanti di “Io e Mabel” di sicuro rientra la ricostruzione storica di un’Inghilterra meno antropizzata di quella attuale immortalata a cavallo della Seconda guerra mondiale.

Impareremo presto come la passione dell’autrice per i rapaci sia stata ispirata da un uguale interesse del papà per gli aeroplani, prima dovuto alla necessità – era essenziale sapere distinguere tra gli aeromobili amici e quelli nemici – poi portato avanti per diletto e grazie al mezzo fotografico. Più volte ricorre nel testo l’autoiscrizione dell’autrice alla categoria degli osservatori; sia da storica sia da falconiere Helen si rende conto di avere perpetuato in qualche modo la professione del padre Alisdair giornalista e fotografo. Tutto il libro è anche una ricerca minuziosa tesa a ricostruire la vita del papà a partire da quando giocava bambino tra le macerie londinesi dei bombardamenti nazisti. Quando ci lascia qualcuno a noi caro fortunatamente il suo passato non scompare altrettanto in fretta.

La lenta accettazione di Macdonald della sua condizione di orfana è forse la parte più toccante di “Io e Mabel”. Se stabilirete con l’autrice un legame empatico a tratti vi verrà voglia, come la sua amica Christina, di bussare alla sua porta e di cercare alleviare la sua solitudine; Helen è infatti come sola al mondo durante l’addestramento di Mabel, per sua scelta certo. Al contrario di altri volumi che parlano di perdita è molto più chiaro del resto, quasi dalle prime pagine, che il balsamo per le ferite dell’anima non si trova in una natura a noi indifferente. Sebbene stupendo ai nostri occhi come il rapace, perfetto strumento di morte dalla punta del capo all’ultimo artiglio, il mondo naturale non può essere la risposta ai nostri interrogativi più profondi. “Le mani umane sono fatte per tenere altre mani”, scrive a un certo punto.

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AmazonCrossing, i libri pubblicati da Amazon in traduzione italiana, due parole con Alessandra Tavella

Amazon-Crossing

I più attenti fra voi sapranno che in questi giorni Amazon è su tutti i giornali; oltre ad aprire a sopresa a Seattle una propria libreria “fisica” (Amazon Books), mette per la prima volta a disposizione dei suoi clienti italiani alcuni romanzi in formato elettronico e cartaceo con il marchio AmazonCrossing. L’azienda di Jeff Bezos ha deciso infatti a livello globale di investire ben dieci milioni di dollari nei prossimi cinque anni per promuovere la traduzione dei titoli pubblicati da scrittrici e scrittori che si affidano ai suoi marchi editoriali. Ne abbiamo parlato con Alessandra Tavella, Acquisitions Editor per l’Italia di Amazon Publishing che ci ha gentilmente concesso questa breve intervista.

Leggendo in rete circa il lancio di AmazonCrossing ci pare non sia stato compreso bene il tipo di operazione che partirà questo novembre; Amazon Crossing è una sigla editoriale grazie alla quale proporrete ai lettori italiani titoli tradotti dall’inglese di autori pubblicati da Amazon Publishing, così come è già accaduto in altri paesi europei negli ultimi anni, è esatto?

AmazonCrossing è un marchio editoriale di Amazon Publishing che si occupa di narrativa tradotta. La traduzione di testi italiani segue quanto accaduto negli Stati Uniti, Germania e Francia. Oggi, 3 novembre 2015, lanciamo i primi sei titoli tradotti dall’inglese all’italiano.

Il discorso vale anche al contrario però, proponete in traduzione autori del nostro paese che hanno deciso di pubblicare le loro storie attraverso la vostra piattaforma al grande pubblico internazionale, giusto?

Abbiamo cominciato, da luglio 2015, a pubblicare titoli di autori italiani in lingua inglese, nove solo nella seconda metà di quest’anno, tra cui Words in the Dark di Giulia Beyman, The Lion and the Rose di Riccardo Bruni, The Mentor di Rita Carla Francesca Monticelli e Murder on the 18th Green di Federico Maria Rivalta.

Niente autori nostrani sotto il marchio AmazonCrossing in Italia, viceversa tanti traduttori italiani: Valentina Ballardini, Lorenza Braga, Daniele Cianfriglia, Laura Liucci, Roberta Marasco, Isabella Ragazzi e Marco Zonetti per adesso; nomi conosciuti agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico, volete presentarceli brevemente? Com’è stato lavorare con loro?

Sono tutti ottimi professionisti e siamo molto lieti che abbiano lavorato con noi. Mi fa davvero piacere che vogliate portare l’attenzione su chi ha mostrato entusiasmo per il progetto fin dalla primissima ora, ecco dei profili sintetici di chi ha lavorato alle prime pubblicazioni:

  • Valentina Ballardini: traduttrice professionista da oltre 10 anni, ha all’attivo traduzioni di titoli che spaziano dalla narrativa di avventura di Rollins (Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, Nord) a opere raffinate e poetiche come quelle di Rachel Kushner (I lanciafiamme, Ponte alle Grazie).
  • Lorenza Braga: un ottimo portfolio alle spalle, sia di narrativa rosa, sia di narrativa storica.
  • Daniele Cianfriglia: traduttore professionista da oltre 10 anni, editor e scout lettario, Daniele ha maturato esperienze in diversi generi letterari, dalla traduzione di saggistica fino alla narrativa fantasy.
  • Roberta Maresca: traduttrice professionista dal 2004, oltre 30 libri all’attivo, tra cui opere di Julie Kagawa (Talon, Harlequin), C.J. Box (L’ultimo giorno del lupo, Piemme), Dustin Thomason (La quarta apocalisse, Piemme) e i lavori di Kate Mosse.
  • Roberta Marasco: al suo attivo, tra le altre, le traduzioni delle opere di Sarah Addison Allen (Il giardino dei raggi di luna Giorni di zucchero, fragole e neve; entrambi Sonzogno Editore).
  • Laura Liucci: poliedrica professionista, ha però all’attivo un portfolio di tutto rispetto nel genere rosa; ha tradotto alcune tra le autrici più celebri ed amate, come Lisa Kleypas (L’amore che viene); Sylvia Day (One Desire); Lara Adrian (La signora della passioneIl bacio rubato,); Lora Leigh (Piacere maliziosoun solo piacere Piacere colpevole) e Larissa Ione (Peccato Eterno, Estasi eterna e Passione eterna della serie Demonica), tutte firme pubblicate da Leggereditore (Fanucci).
  • Isabella Ragazzi: traduttrice esperta di gialli e thriller, ha tradotto ben sei dei lavori di Andy McNab per Longanesi.
  • Marco Zonetti: professionista con carriera pluriennale alle spalle, ha tradotto tra le altre, opere di James Rollins (ArticoLa città sepoltaIl marchio di Giuda, tutti editi Edizioni Nord), e di Tedd Bell (La setta degli assassini, Attacco dal mare, editi Longanesi).

Tornando agli autori che presenterete questo inverno sfatiamo subito che sono tutti “di classifica”. Insieme a Robert Dugoni, Catherine Ryan Hyde, Tracy Brogan e Helen Bryan (quest’ultima ha venduto ben un milione delle sue storie fino ad ora) ci sono anche scrittori e scrittrici meno noti, come li avete scelti? Alcuni di loro si sono autoproposti per il mercato italiano?

Abbiamo scelto storie e voci che hanno appassionato i lettori di altri Paesi e che pensiamo possano piacere anche in Italia. I nostri titoli spaziano tra i generi, e sono accomunati da trame appassionanti, personaggi forti e una forte cura della produzione in ogni sua fase. Nel caso specifico dei titoli del lancio, sono tutti titoli che sono stati pubblicati in precedenza da marchi editoriali di Amazon Publishing negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Spero che nomi come Mark Edwards, Catheryne Bybee, J.D. Horn e Kendra Elliot divengano noti e familiari anche ai lettori italiani. Kendra Elliot per esempio è una delle più influenti autrici di Romantic Suspence, genere che unisce sapientemente tensione e romanticismo, e che in Italia non ha ancora raggiunto la notorietà che ha nei mercati anglosassoni.

Tra i primi titoli che metterete a disposizione degli utenti Kindle sia in vendita sia attraverso Kindle Unlimited ben tre sono i primi volumi di altrettante serie più o meno lunghe, sono una scommessa?

Tutti i nuovi titoli sono una scommessa! La scelta delle serie è stata molto voluta: sono tutte saghe molto amate nei paesi d’origine e portano ai lettori personaggi e ambientazioni appassionanti. In La Barriera di J.D. Horn, c’è addirittura un intero nuovo mondo magico con fascinazioni Southern Gothic tutto da scoprire.

Non proponete poi solo “novità” (titoli pubblicati l’anno scorso, nel 2014) ma anche ebook apparsi per la prima volta nel 2009, 2010 e 2012; prediligerete un recupero del vostro catalogo storico? 

Se un libro non ha trovato chi investa in traduzione subito dopo l’uscita, non credo voglia dire che sia perché non ha un audience internazionale. Un buon testo è tale anche anni dopo la sua pubblicazione e sopravvive alla prova del tempo: sono sicura che i lettori troveranno, per esempio, Spose di guerra di Helen Bryan, storia di amicizia tutta femminile durante la Seconda guerra mondiale, appassionante come l’hanno trovata i suoi primi lettori, quando è apparso per la prima volta, nel 2007. Sono sempre la storia e la forza della voce dell’autore e l’idea che possano appassionare i lettori a guidarci nelle nostre scelte, più che l’”età anagrafica” del libro.

Gli autori pubblicati in italiano attraverso AmazonCrossing sono una esclusiva Amazon, ci sembra di capire. Vale a dire che chi non possiede un Kindle non troverà questi titoli negli ebook store gestiti dai vostri concorrenti, potrà tuttavia acquistarli e leggerli su smartphone e tablet attraverso applicazioni come Kindle per Android ad esempio, è corretto?

I contenuti Kindle sono accessibili via applicazione gratuita di lettura su una base device molto ampia– cliccando qui i lettori possono trovare tutti i dispostivi supportati. Inoltre i testi AmazonCrossing sono dispobili in versione cartacea.

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Lettori ibridi in cerca della loro lettura, una sfida per l’industria culturale e per nuovi tipi di editori

Il lettore ibrido del XXI secolo

A pochi giorni da Librinnovando 2015, uno degli appuntamenti da non perdere se vi interessate di editoria digitale, viviamo ancora gli echi di una tempesta in un bicchier d’acqua scatenata un mese fa da un articolo del New York Times: “Colpo di scena, le vendite di ebook non tengono e la stampa è lungi dall’esser morta” (cliccate qui per il pezzo originale a firma di Alexandra Alter). Naturalmente in un lampo, in Italia, siamo passati subito da un’analisi pacata al pensiero paranoico. I sostenitori a tutti i costi dell’avvento del libro elettronico puntano il dito contro gli editori: “È colpa loro, mantengono i prezzi alti per soffocare sul nascere il mercato”. I fan del libro tradizionale esultano: “Hai visto? Non poteva durare la lettura non analogica, il libro è salvo”. E intanto? Gli italiani (e gli statunitensi ecc.) si stufano e nel dubbio smettono di leggere sia libri di carta sia ebook…

[Un altro modo di vederla è che chi come noi è dentro al cambiamento inizia ben presto a non rendersi conto della strada fatta, o, più semplice, del tempo che è passato. Quando ho aperto questo blog quattro anni fa eravamo in pochi a leggere in formato digitale, chi come me aveva iniziato nel 2011 non poteva neppure dirsi un pioniere, il primo Kindle era stato lanciato alla fine del 2007. Teniamo bene a mente queste date. Vi rendete conto che ora le principali novità di tutti gli editori principali del nostro paese escono anche in digitale? I più coscienziosi lo segnalano perfino in aletta: attenzione, questo titolo esiste anche in formato ebook. “Eh, ma costano troppo!”. Abbiamo dimenticato che i prezzi non li facciamo noi consumatori? Provate ad andare da un gelataio a contestargli quanto costa un cono, diamine, in fondo è solo un po’ di acqua, latte, zucchero e poco altro].

… (perdonate la digressione), attenzione, il che non significa non leggere più. Si legge moltissimo oggi. Siamo circondati da parole, le avete sotto gli occhi proprio adesso. Ora più che mai, da quando ci alziamo a quando andiamo a coricarci, è difficile che il nostro sguardo possa sfuggire ai contorni di uno schermo. Mario Mancini e il team di goWare (qui la mia intervista agli animatori di questa start-up editoriale digitale) riassumono bene quel che sta succedendo ora, a metà degli anni dieci del XXI secolo, nell’introduzione all’ebook da loro curato intitolato Schermocracy: “Nel 2020 l’80% dell’umanità avrà un dispositivo con la potenzialità di leggere un ebook”. Noi ce l’abbiamo già in tasca o nella borsa. È il nostro smartphone. È questo strumento che sta creando il lettore ibrido di cui intravediamo il profilo in ricerche recenti sulla lettura come quelle del PEW Research Center.

Potrebbe anche essere lo strumento giusto per sdoganare un concetto sacrosanto, “Molti sono i modi di lettura possibili, tutti altrettanto validi” come affermato da Luisa Bartolucci, componente della Direzione Nazionale dell’UICI (Unione Italiana dei Ciechi e degli Ipovedenti) su www.superando.it. A molti modi di lettura potenziali si devono accompagnare molti formati di lettura acquistabili, come gli audiolibri che non a caso (non in Italia ma all’estero) si stanno guadagnando la loro fetta di mercato grazie alla digitalizzazione e ai telefoni portatili. Cos’è più comodo ascoltare? Un romanzo su cinque CD o su un MP3? Per chi volesse approfondire, consiglio l’articolo di James Kidd: The surge in popularity of the audiobook begs the question: is pressing play the best way to read? Possono permettersi oggi industria editoriale e nuovi editori di veicolare una storia in solo formato?

A chi deve votarsi oggi chi pretende di guadagnare con la letteratura o la saggistica? A chi da sempre lo segue in modo fideistico oppure al consumatore agnostico di media di cui parlava già nel 2013 Don Katz, fondatore e amministratore delegato di Audible [azienda che produce audiolibri di proprietà di Amazon], un consumatore che “non bada alla differenza di fare un’esperienza testuale, visiva o uditiva”? Autori figli del loro tempo come J.K. Rowling scommettono su questo consumatore; da una parte disorienta i fan cambiando a settembre 2015 Pottermore [il sito che divulga il mondo espanso creato dall’autrice] in veste più mobile e commerciale, dall’altra per il 2016 propone la sua nuova storia come uno spettacolo teatrale in due parti: “Il pubblico sarà d’accordo con me che il teatro era l’unico mezzo appropriato per raccontare ‘Harry Potter e il bambino maledetto'”.

Immagine | Waterworld (1995)

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Amazon e la sua editoria: gli scrittori che aderiscono a KDP Select saranno pagati a pagina letta

"I never Iiked the way the monitor Iooked. And then it occurred to me…who needs it?"

“I never Iiked the way
the monitor looked. And then it occurred to me…who needs it?”

È passata in sordina in Italia l’ultima svolta di Amazon in campo editoriale; dal 1° luglio 2015 gli aderenti al programma Kindle Direct Publishing (KDP) Select come scrive Nate Hoffelder su Ink, Bits and Pixels saranno pagati per ogni pagina “letta” dai loro lettori, non per il numero di volte che il loro ebook sarà stato preso in prestito. Ricordiamo che KDP è la piattaforma di selfpublishing di Amazon – leggete il post di Anna Campanella su scrivo.me per saperne di più – e che KDP Select (in questo specifico caso, all’interno del servizio di libri digitali in abbonamento Kindle Unlimited) è un programma di affiliazione in esclusiva alla piattaforma di Amazon per gli scrittori che si avventurano nella autopubblicazione in formato digitale.

Insomma, mentre un autorevole analista del panorama editoriale contemporaneo come Mike Shatzkin non vede nel prossimo futuro grandi sconvolgimenti – “The publishing business as we have known it is not going away anytime soon” (11 giugno 2015, www.idealog.com) –, dall’altra è indubbio che Amazon stia continuando a sperimentare sulla pelle viva dei lettori e dei creatori di contenuti. Io scrittore vengo pagato per ogni pagina letta? Allora forse devo cambiare il mio modo di scrivere se voglio assicurarmi entrate costanti nel tempo. Forse devo rinunciare a costruire un romanzo, quando dieci racconti brevi hanno più possibilità di essere letti (come sottolinea Clément Solym su www.actualitte.com: “Les auteurs indés rémunérés à la page avec Kindle Unlimited”).

A chi il mondo editoriale lo vive dall’interno è chiaro come Amazon stia diventando sempre più un editore vero e proprio, che applica però alla narrativa – il “genere” principe degli scrittori autopubblicati – un criterio economico volto più alla stesura di saggi e manuali che a quella di storie. Abbiamo bisogno di un nuovo libro sulla pesca sportiva? Contattiamo un esperto e chiediamogli se è in grado di scrivere un numero X di cartelle per un compenso Y. Solo nel caso di pubblicazioni particolari – un racconto breve che deve uscire su un settimanale oppure dev’essere pubblicato in una antologia – lo scrittore viene invitato (non sempre coglie l’antifona!) a rispettare un numero limitato di battute per rimanere nella pagina, diciamo così. E qui salta all’occhio un paradosso per chi ha più memoria.

Rammentate quando si diceva che il libro elettronico aveva finalmente liberato lo scrittore (e il lettore) dai limiti imposti dalla carta? Potrò ben prendermi Gli increati l’ultimo di Antonio Moresco da leggere sul tram anche se è lungo più di 1000 pagine, tanto c’è l’ebook che mi salva la spalla o la schiena dal suo peso. Anzi, perché non posso prendere esempio da Moresco, o altri scrittori-fiume, e pubblicare finalmente in formato elettronico quella storia della mia famiglia degli ultimi cento anni che ho da tempo nel cassetto? Quante risme di A4, corpo 11, interlinea 1 erano? Due o tre? Insomma, proprio ora che i libri si erano smaterializzati adesso Amazon per fini suoi (l’all-you-can-read funziona e attrae se le porzioni sono ridotte evidentemente) mi consiglia o di scrivere meglio o di scrivere meno!

Non so se Amazon sia la fine dell’Editoria con la E maiuscola come mi scrive Mirta su Twitter né se questo modello di remunerazione per gli scrittori possa decretare un depauperamento letterario dei testi che appaiono principalmente in formato digitale. Quello che so è che mi ricorda molto da vicino – e perdonate se il paragone è già stato fatto e anzi stia quasi diventando un nuovo cliché – quel che accadde a metà Ottocento con i feuilleton; là fuori, nella Rete, ci sono in giro nuovi (antichi) modi di raccontare storie determinate da chi (per ragioni di lucro più che culturali, certo) ha le redini della comunicazione in questo momento.

Immagine | Paycheck (2003)

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T.R. Richmond, Tutto ciò che resta, io mi chiamo Alice Salmon

Tutto ciò che resta di T.R. Richmond

Tutto ciò che resta di T.R. Richmond

Tutto ciò che resta di T.R. Richmond
Longanesi, aprile 2015, 9,99 € (ebook), 16,90 € (libro)

«Avere paura va bene. È OK. L’importante è che la paura non ti blocchi. A volte dobbiamo tuffarci proprio dove non si tocca».

Qualche settimana fa grazie all’editor della Longanesi Fabrizio Cocco ho avuto l’opportunità di leggere gratuitamente Tutto ciò che resta in formato cartaceo quasi in contemporanea al suo lancio in libreria. Spero davvero che questo giallo stia raccogliendo l’accoglienza che merita perché, almeno per me, rientra nella categoria dei libri “volta pagina”, quelli che, al diavolo il lavoro o quel che c’è da fare, non molleresti più per sapere come va a finire. L’autore è al suo esordio e non vi dirà nulla poiché si nasconde dietro uno pseudonimo. Anzi, nella finzione di questo romanzo “Tutto ciò che resta” è addirittura scritto in prima persona da uno dei narratori/protagonisti della vicenda, J.F.H. Cooke.

Il romanzo è un collage di appunti, brani di diario, lettere, email, post, chat, dichiarazioni, interviste che il professor Cooke ha assemblato per arrivare a comprendere se l’annegamento avvenuto il 5 fabbraio 2012 in un fiume di Southampton della sua ex allieva Alice Salmon sia stato accidentale o colposo. Esattamente come nei casi di cronaca che ci riportano i nostri media quotidianamente, l’accertamento della verità si basa sulle immagini delle telecamere, sulla data e l’ora degli ultimi SMS, sui resoconti di inconsapevoli testimoni. Alice è stata gettata nel fiume o ubriaca vi è finita da sola? T.R. Richmond è abile a disegnare una protagonista, seppure passiva dato che è morta, a tutto tondo e a fare entrare il lettore in empatia con lei. Quando arrivi a pensare, “peccato che sia scomparsa”, uno scrittore avrà centrato il suo obbiettivo… o no?

Un altro meccanismo utilizzato con maestria da questo scrittore – alla pari di Gillian Flynn in L’amore bugiardo ad esempio – è il ribaltamento sistematico dell’opinione che il lettore, via via che si inoltra nella storia, arriva a costruire intorno ai narratori della vicenda. Il professor J.F.H. Cooke ci sta raccontando davvero tutto come afferma ogni due per tre? Che rapporti aveva con Alice e con la madre di lei? Il ragazzo di Alice affranto dal dolore, Luke Addison, non lascia trasparire atteggiamenti troppo violenti? E già che ci siamo mettiamo nel novero di chi potrebbe nascondere qualcosa Ben, Mr Marketing, che di certo su Alice non aveva un’influenza tanto positiva, nonostante l’innegabile chimica che c’era fra loro. Come in un thriller architettato a dovere arriverete a cinque sesti della storia con le idee davvero confuse. È stata annegata o è annegata?

Come avrete capito “Tutto ciò che resta” enfatizza un aspetto delle nostre vite che sta diventando sempre più evidente nel corso del XXI secolo. Perfino inconsapevolmente stiamo lasciando molte più tracce di noi nel mondo di quanto abbiano fatto i nostri genitori o i nostri nonni durante il Novecento (non parliamo poi dei secoli precedenti) per via dei mezzi di comunicazione che utilizziamo, la Rete soprattutto in ogni sua derivazione. Siamo anzi una sovrabbondanza di messaggi contradditori che tutti insieme formano ciò che siamo. T.R. Richmond intreccia intorno alle testimonianze scritte lasciate dalla sua Alice immaginaria un thriller livido che è un piacere provare a interpretare. Allo stesso tempo ci porta a riflettere se anche noi in fondo non potremmo essere che la raccolta di tutto ciò che lasciamo.

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Inchiostro elettronico, scrittura e libro digitali, a che punto siamo

"Ecco perché non ha funzionato, c'è scritto Made in Japan". "E che vuol dire Doc? Tutta la roba migliore viene fatta in Giappone". "Incredibile"

“Incredibile, un affaretto così piccolo rappresenta un problema così grande… Ecco perché non ha funzionato, c’è scritto Made in Japan”. “E che vuol dire Doc? Tutta la roba migliore è fatta in Giappone”. “Incredibile”

Se capitate da queste parti perché avete acquistato un lettore di libri digitali sentitevi obsoleti, non lo sapete che gli ereader scompariranno? Sì, qui in Italia queste notizie ci arrivano perlopiù di riporto ma pare che non si vendano più ereader – leggi: Kindle – come una volta (Andrew Trotman, “Kindle sales have ‘disappeared’, says UK’s largest book retailer”, The Telegraph, 6 gennaio 2015) e che la crescita dei libri elettronici nel mercato USA nel 2014 abbia rallentato fino a stabilizzarsi su un terzo circa del totale mentre nel nostro paese tale quota sia ancora stabilmente sotto il 5% (Sabina Minardi, “Libri, la resistenza dei lettori forti”, L’Espresso, 14 febbraio 2015). Come afferma Edoardo Brugnatelli (Mondadori): “L’ebook reader è uno strano mostro destinato a svanire”, un commento a margine dell’evento “Editoria, innovazione digitale e nuove forme di scouting”, 21 febbraio 2015, clicccate qui per leggere lo storify a cura di Libromania.

Insieme alla brutta notizia Brugnatelli però ci consola, il lettore che ha fra le mani un ereader in questo scorcio di XXI secolo non è solo un lettore “forte” – secondo le statistiche colui che legge più di dieci libri l’anno – ma un lettore “forte fortissimo” (dichiarazione raccolta durante la Social Media Week di Milano, 25 febbraio 2015). Una bestia rara nel nostro paese. Se vi hanno regalato un Kindle, un Kobo o un Tolino questo natale prendetelo come un attestato di stima. Il discorso di Brugnatelli è pragmatico del resto, chi lavora in editoria deve occuparsi anche dei lettori digitali che approcciano la lettura via tablet/smartphone – mezzi più diffusi che consentono di interagire con il libro in modi più vari di quelli possibili con un ereader. Anche Fabrizio Venerandi, editore e tipografo digitale, in un suo post fotografa un dato di fatto, a prescindere dal supporto gli ebook sono in mezzo a noi, sebbene in Italia questo sia vero solo per l’avanguardia della curiosa e ridotta comunità che si identifica nella definizione di lettore o lettrice.

Non lo so se tra dieci anni guarderò ai miei ereader come negli anni Novanta allegro fruitore di CD guardavo ai giradischi ma so che a inizio 2015 Vodafone (e 3) ha portato nei negozi italiani un dispositivo ibrido molto interessante. Uno smartphone dal doppio schermo, uno LCD e uno e-ink, sì proprio quello del vostro lettore digitale. Federica Dardi ha scritto una recensione completa dello Yotaphone 2 cui vi rimando per foto e riflessioni. 750 euro sono molti per un telefonino del genere ma già ci stiamo avvicinando a uno dei futuri possibili per i lettori di oggi, sempre in mobilità, connessi e liberi dalla retroilluminazione – non si può aggiungere allo sforzo della lettura anche l’affaticamento dell’occhio bombardato dalla luce dei display attuali. Perché già oggi non ci sono in commercio altri smartphone di questo tipo? Perché l’inchiostro elettronico è monopolio di una sola azienda, l’E-Ink Holdings. Difficile avere schermi a basso costo quando a produrli è soltano un attore del mercato.

In attesa degli smart ereader o phonreader che sono sicuro non dispiacerebbero né a Brugnatelli né a Venerandi l’equivoco di fondo di chi si arrocca in difesa della lettura tradizionale su carta, del fatto che gli studenti preferiscano ancora il caro vecchio prodotto cartaceo altrimenti non ricordano bene cosa leggono (sic! un articolo fra i tanti, Alice Vigna, “La lettura digitale ci cambierà? Meno attenzione e memoria”, Corriere della Sera, 12 febbraio 2015), è dimenticare come la scrittura sia già diventata una sequenza di zero e uno. I libri nascono digitali e si stampano analogici. I programmi di impaginazione hanno soppiantato gli addetti alla fotocomposizione da decenni e l’industria editoriale vive il paradosso di essere già digitale a monte quando per campare “deve” essere cartacea a valle. È una contraddizione destinata a esplodere come accaduto per il giornalismo. Tra le tante reazioni possibili: fare sempre meglio quel che si è sempre fatto (il libro di carta) oppure, nascendo editori oggi, fare al meglio il proprio libro digitale, non così per provare.

Torniamo all’inchiostro elettronico. Può darsi che sia una tecnologia destinata a scomparire tuttavia, se è dalle piccole cose che possiamo intravedere i grandi cambiamenti, prestiamo ad esempio attenzione al “micro”: le etichette dei prezzi nei supermercati (in Italia cercate nei SISA) potrebbero passare dalla carta all’inchiostro e-ink (anche a due colori rosso e nero) nel breve termine. Non perché la grande distribuzione organizzata sia attenta al consumo di carta quanto perché cambiare da remoto tutti i prezzi di uno scaffale con un clik consentirebbe di liberare da questo compito un addetto espressamente adibito a quello scopo. Abbiamo ancora bisogno di leggere quanto costano banane e barattoli ma ciò che troviamo “stampato” nel nostro mondo analogico si sta allontanando velocemente dalla stampa tradizionale. Non so se mi sono affezionato troppo ai dispositivi a inchiostro elettronico per vederli condannati così presto all’obsolescenza ma di sicuro so che la lettura oggi ha bisogno di una buona ed economica carta elettronica.

Immagine | Ritorno al futuro – Parte III (1990)

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