Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, mi sembra ragionevole

“L’unico scrittore buono è quello morto” di Marco Rossari

L’unico scrittore buono è quello morto di Marco Rossari
Edizioni e/o, gennaio 2012, 6,50 €
Reading Life: 4.2 ore di lettura, 31 minuti ogni sessione, 1466 pagine girate.

«”Com’è andata?”. Ho fatto spallucce. “Normale”. “Ottimo. In questa busta c’è il suo compenso. E qui un nuovo lavoro per lei”».

Accidenti ai tweet degli uffici stampa… Ho comprato su Bookrepublic la raccolta di racconti di Marco Rossari del tutto in buona fede. Ora, difficile dire, magari non era il momento giusto per leggerlo; magari chi lavora in editoria una volta a casa non vuole ritornare in casa editrice attraverso le pagine elettroniche di un ebook… ma sono state quattro ore faticose e lunghissime.  Salvo il racconto della zanzara, che mi ha molto divertito, e anche la scrittura di Rossari – la ritroverò in qualche sua traduzione o alla prova su un romanzo intero –, per il resto, vedi sopra, due stelle su cinque bastano e avanzano.

Consigliato a chi ama la letteratura e si diverte a riconoscerla attraverso i suoi molteplici riutilizzi (per darvi un’idea, immaginate un film realizzato citando e omaggiando tante altre pellicole, magari un po’ stravolte per non farle individuare subito, ho reso l’idea?). Consigliato a chi beve. Consigliato a chi non disdegna i finali improvvisi e fatali. Consigliato ai lettori uomini. Consigliato agli addetti ai lavori. Consigliato a chi ha nostalgia dei primi romanzi brevi di un certo brillante scrittore milanese che nel frattempo si è perso – almeno, a me l’ha ricordato nel senso di certe frasi. A tutti gli altri non lo consiglio.

Aggionamento: a coloro i quali L’unico scrittore buono è quello morto è piaciuto – e siete tanti/e – piuttosto che strozzarvi in 140 caratteri, commentate qui sotto, d’accordo? Anche l’autore è invitato al dibattito, io porto il Nino Franco “Rustico” e qualche torta salata fatta da me. Prendiamo la vita con leggerezza una volta tanto 😉

P.S. (05/07/2012) Che poi, se mi fossi ricordato, Marco, che eri l’autore di “Un piccolo premio in Brianza” (rammenti? io sì, dopo cinque anni ho ripescato dalla memoria quel racconto) non sarei diventato un “tuo” lettore, nemmeno così, come mi è capitato, per sbaglio. Non succederà più. Ciao. Un amico di un’amica di Marcello.

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7 commenti

Archiviato in ebook recensioni

7 risposte a “Marco Rossari, L’unico scrittore buono è quello morto, mi sembra ragionevole

  1. mallarmeana.mb

    Io non sono un uomo, amo la letteratura e mi è piaciuto molto. Sul bere…be’, un po’, lo confesso. Un giudizio molto deciso. De gustibus…

    • Ciao Manuela, benvenuta. L’ho scritto, forse questi racconti li ho letti nel momento sbagliato. Sono contento che a te Rossari sia piaciuto. E poi… se non siamo decisi in questa vita in quale dovremmo esserlo? ^____^

  2. Al netto degli strangolamenti via Twitter, mi premeva precisare il senso in cui ritengo che Luca abbia “centrato” il testo. Non mi trovo d’accordo con le conclusioni ma con le premesse (a me il romanzo i racconti sono piaciuti sinceramente); la raccolta di Rossari è evidentemente rivolta a chi ama la letteratura e ama riconoscerla; ha una presa particolare sugli addetti ai lavori, che vi riconosco le nevrosi e le psicosi tipiche del mestiere o di un certo modo di fare quel mestiere; ed è consigliato a chi beve, e non è un’osservazione banale. Dato questo insieme di premesse ne possono discendere conclusioni tutt’affatto opposte. Ma credo di poter ulteriormente concordare con una conseguenza delle conclusioni di Luca: L’unico scrittore buono è quello morto non è, propriamente, un libro per tutti.

  3. Ho visto solo a tarda sera le litigate su Twitter, che non commento. Ieri ci ho tenuto a precisare una cosa, punto. Poi mi sono messo a lavorare. Sarebbe buona norma non commentare le recensioni ai propri libri. In questo caso faccio un’eccezione perché mi inviti a intervenire.

    Ci tengo a fare un’altra precisazione, intanto. Questa non è una recensione. È al massimo una segnalazione breve, una piccola opinione. Rispettabilissima, per carità, ma che già in un breve testo vi siano tante e tali cose che non girano dà da pensare.

    1. La prima argomentazione fastidiosa è quella sui soldi, che pare uscita dai commentari più beceri circolanti in rete: “XXX fa schifo, per fortuna che me l’hanno regalato”. “Accidenti ai tweet” (ingannatori! l’editoria diabolica!) e poi ho comprato “in assoluta buona fede” (si comprano dei libri in mala fede?). Lo so cosa stai per dirmi: leggerezza, leggerezza. Ma dietro ogni leggerezza, c’è una pesantezza, e qui si sente. Inoltre io ho letto tanti libri brutti (o, se vogliamo, che non mi piacevano) e non ho mai sentito l’esigenza di dispiacermi per la cifra tutto sommato esigua che avevo sborsato per un libro. Anche da un libro brutto si impara con umiltà e c’è sempre del lavoro dietro. Noto questa faccenda dei soldi perché l’hai tirata fuori nuovamente in un tweet (“Ho dato il mio tempo e i miei soldi a Rossari…”), quindi ti sta a cuore. Detto da un addetto ai lavori è piuttosto triste. E comunque li hai dati all’editore e/o: se pensi di averli dati a me, ancora non conosci i meccanismi a fondo.

    2. Per essere un giudizio “deciso”, come commentate sopra, a me pare invece reso molto petulante da tutti quei “difficile dire” e “magari”. Se hai un’opinione, ti consiglio di non mettere le mani avanti tante volte. Oppure di non esprimerla affatto.

    3. È contraddittorio: sostieni di non averlo amato in quanto addetto ai lavori (“magari chi lavora in editoria una volta a casa non vuole ritornare in casa editrice”) ma poi lo consigli agli addetti ai lavori, escludendo a priori una quantità di persone che non potrebbero cogliere il senso di queste storie. Molto esclusivo. Sai, considerare la letteratura sui libri una cosa per pochi è un altro errore madornale. Non ho letto “Firmino”, ma a quanto ho capito ruotava tutto intorno alla lettura e non ti sto a dire quanto ha venduto. (Non mi sto ovviamente paragonando a Sam Savage: sto solo dicendo che vedere nella propria saturazione di parole – molto superficiale – una saturazione del pubblico è miope e controproducente.) Inoltre, a posteriori, ho notato l’esatto opposto: il libro è piaciuto di più a chi non si occupa di libri.

    4. È sciattamente tranchant: “due stelle su cinque bastano e avanzano”. Lasciamo perdere le stelline per le quali ho un’avversione feroce, ma come? Prima dici “magari” ecc. poi prendi coraggio e sbotti, con il tono di un maestrino, “bastano e avanzano”? Thank you, master.

    5. Ripeto. Questa NON è una recensione, ma una riproduzione delle tante “brevi” (segnalazioni, ecc) che affollano i nostri giornali inutilmente. È interessante notare come il meccanismo sia stato introiettato dagli addetti ai lavori, per cui la “breve” da magazine femminile (un fenomeno che non porta a vendere copie, se non quelle che il/la giornalista porta ogni settimana al Libraccio) sia sufficiente a esaurire un discorso su un libro e a sentirsi in pace. In più tutto questo (parlo del blog) lo fai gratis! Pensavo che fare le cose gratis significasse farle con e per passione: io ho scritto tanto per un blog che si chiama “Primo amore” e non mi sarei mai sognato di liquidare un libro così.

    6. È banale: si consiglia ai lettori uomini, in una spartizione ancora anni ’50 dei gusti di lettura, come se non ci fossero donne che leggono Roth o Henry Miller, come se non ci fossero donne che AMANO Roth o Henry Miller. O uomini (io) che leggono Erica Jong e Antonia Byatt.

    6. Per chi ha scritto un libro, leggere quattro righe in croce così non significa niente. Niente. (E per me, ripeto, sarebbe finita lì.) Non significa niente perché non vedi la riflessione sulla forza della parola, sull’eco dei libri, sull’intensità della scrittura, sulla sfida di Joyce, sulla banalizzazione di Kafka, sui limiti dell’editoria e anche della letteratura, sugli anni di piombo (un racconto grottesco totalmente diverso dalla massa di letteratura che circola sull’argomento), sul restare fedeli o negare una vocazione, sulla paura di perdersi, sulla comicità, sui doppi letterari (e detto da un redattore di una casa editrice che in catalogo ha Enrique Vila-Matas e Alberto Manguel è grave), sulla mortificazione mediatica dei beat, sul grande amore per la scrittura quando alla scrittura non puoi concedere tutto il tuo tempo, sul ridicolo a cui sono esporti di continuo gli scrittori, sul riverbero a volte tragico che può avere una cosa stampata sulla vita altrui, sulla dissipazione delle idee, sui limiti del linguaggio, sui limiti della citazione, su Perec, sul rapporto con i lettori, sul rapporto con gli autori, sul rapporto con gli editori, sul rapporto con la traduzione, sul senso stesso della scrittura e tanto altro che mi occupava la mente mentre scrivevo. Di tutto questo non c’è traccia. Poco importa, a te queste cose non interessano, non le hai viste, non le senti. Ripeto: essere invitato a uno scambio al quale mancano gli essenziali di quello che hai scritto non ha molto senso. Io ho precisato ieri solo perché Gabriele ha scritto che avevi “centrato” il testo, mentre non solo non l’avevi fatto, ma dieci righe non centrano nemmeno i 4 salti in padella.

    Che poi tutto questo venga da un addetto ai lavori, è molto sintomatico.

    Infine se tu, Gabriele, trovi logico dire a una persona: “Hai centrato in pieno il senso” di un libro che ti è piaciuto e quella persona nella sua piccola segnalazione ne parla male sostenendo di averci messo “quattro ore faticosissime” (come giudizio di lettura, tra l’altro, quello temporale è analogo a quello economico), be’ in bocca al lupo per tutto.

    Detto questo per me finisce qui, non coltivo il rancore e non amo le polemiche, inoltre trovo ovviamente ammissibile che a qualcuno non piaccia quello che ho scritto. Ogni tanto bisogna difenderlo, però.

    Ti ringrazio per il raffronto con il primo Pinketts per cui nutro grande stima, ti mando i più affettuosi auguri per tutto quanto e non c’è alcuna ironia. Adesso vado, c’è il terremoto.

    Ciao, Marco

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