Case editrici digitali: goWare, da Firenze ebook originali per lettori con tablet ed ereader sottobraccio

"L'Home Page vetrina della casa editrice goWare"

“L’Home Page vetrina della casa editrice goWare”

Nei giorni scorsi ho acquistato per leggerlo sul mio Kobo un saggio breve di critica letteraria di Michele Giocondi, “Bestseller italiani. Mezzo secolo di libri di successo (1900-1945)”; è un ebook edito dalla fiorentina goWare. Anche se avevo letto di questa casa editrice digitale in occasione dell’uscita di “BenVenuti a Grillolandia” di Stefano Rizzato ed Eliano Rossi, mi era piaciuta molto la copertina, non mi ero incuriosito. Esaminando attentamente il catalogo ho trovato invece un marchio molto dinamico e interessante che non ci sta “solo” provando con gli ebook ma vuole rimanere. Grazie alla disponibilità di Mario Mancini, fondatore e animatore di goWare, ho potuto scambiare con loro quattro chiacchiere che sono diventate una breve intervista.

Un marchio editoriale digitale (goWare) con una centinaio di autori in scuderia e 150 ebook a catalogo, una rivista letteraria digitale gratuita (Mood), un blog dedicato all’economia dei contenuti digitali (ebookextra.it) di cui andare fieri… La sensazione è che l’evoluzione del mercato del libro digitale lo conosciate bene.

MM: Siamo sul mercato dei contenuti e del software per mobile dal 2008, quindi fin quasi dall’inizio e, in questi anni, abbiamo osservato almeno tre fenomeni importanti. Il primo riguarda il mercato che è cresciuto e cresce a ritmi impressionanti. Per dirti, nei primi mesi del 2013 abbiamo fatto più download di tutto il 2012. Nuove persone acquistano un tablet, un ereader o uno smartphone e scoprono che si può leggere comodamente dei libri e che questi libri sono disponibili subito, al momento stesso in cui se ne sente parlare. Poi ci sono i contenuti che stanno subendo una trasformazione profonda per sposarsi con i nuovi mezzi e servire lettori che non hanno mai messo piede in una libreria, ma che leggono e scrivono moltissimo sui social network e messaggiano contenuti. Ecco perché contenuti un tempo impresentabili come i racconti, gli articoli di analisi e inchiesta e i saggi brevi sono divenuti popolarissimi su questi mezzi. Ecco perché alcuni temi ritenuti semplicemente “banali” dall’editoria maggiore, vanno così forte.

Una domanda spinosa alla luce del mercato che ci ha descritto, vivace, in rapida ascesa ma ancora in fase embrionale almeno nel nostro paese: un primo bilancio dopo sei anni di attività? Ancora progetto/startup collaterale dell’agenzia Thèsis Contents o azienda che cammina sulle proprie gambe?

MM: È forse l’aspetto meno entusiasmante e anche più paradossale: questa enorme crescita del mercato è difficilissima da monetizzare. In genere un mercato che cresce porta risorse e ricchezza. E invece non è così. Per cui le startup unicamente digitali come goWare soffrono a fare fatturato dai contenuti e a trovare un equilibrio tra investimenti e ricavi. Per fortuna noi abbiamo Thèsis; ci vuole senz’altro qualcuno che ci metta i soldi almeno per i primi cinque anni. Poi si deve poter camminare da soli.

“Vendere i contenuti nella nuova economia è un’impresa complessa e di difficile attuazione”, parole sue, eppure voi ci state provando con goWare. Quest’anno alla CONTEC Frankfurt il blogger, scrittore e giornalista tedesco Sascha Lobo ha affermato che tuttora la “forma libro” (cartacea o digitale) è il modo migliore per diffondere le idee di persone intelligenti retribuendole, sposa questo pensiero?

MM: Sono d’accordo con Lobo.  La “forma libro” è rimasta uno degli ultimi avamposti del contenuto a pagamento, del contenuto intelligente, del contenuto che non deve prostrarsi alla pubblicità o essere un cavallo di troia per carpire informazioni da trasmettere ai costruttori dei big data. Il libro è onesto, ha un costo e chiede di essere acquistato. L’autore, se bravo, può anche sostentarsi con quest’attività. C’è ancora speranza nel libro e nel suo pronipote: l’ebook.

Sempre lei: “Scrittori di notte, imprenditori di giorno, è questo il futuro degli autopubblicati”; dedicate grande attenzione al self-publishing e contribuite a fare chiarezza sul sogno segreto di una larga parte di italiani, vivere di scrittura, affidarsi per sbarcare il lunario alla vendita di un prodotto culturale in un paese dove già gli editori tradizionali non navigano certo nell’oro, idea romantica da sfatare?

MM: L’autopubblicazione non è solo un’idea romantica o una speranza che lascerà con l’amaro in bocca; è una realtà significativa del panorama editoriale mondiale con la quale stanno facendo i conti anche gli altri soggetti di questa secolare industria: gli editori e gli agenti. L’autopubblicazione è diventata una grande risorsa per lo scouting. Non è un segreto che i direttori editoriali e gli agenti più accreditati tutte le mattine danno uno sguardo alle classifiche del Kindle Store o di Smashwords o di altri luoghi frequentati da coloro che fanno da soli per trovare la prossimo Erika Leonard, alias E.L. James. Oltre alla possibilità di autoaffermazione che prima era un puro esercizio di vanità, il self publishing è una miniera di nuovi autori per l’editoria maggiore. Ecco perché bisogna smettere di mandare i manoscritti alle case editrici e invece bisogna mandare i file epub alle librerie online. Quanto allo sbarcare il lunario il discorso sarebbe lungo, ma il primo passo di un lungo cammino è uscire allo scoperto e affidarsi con coraggio al giudizio dei lettori. Gli altri passi seguiranno. Siamo giunti a un punto di svolta tale che la responsabile di Random House ha dichiarato senza tanti preamboli “si fa prima a pubblicare che a leggere”. E allora pubblichiamo e lasciamo leggere i lettori.

Anche voi come altri, penso a 40kBooks, credete che l’editoria digitale favorisca la lettura veloce ma non per questo disimpegnata. A febbraio 2013 avete reso noto un accordo con il giornale web FIRSTonline: pubblicherete testi digitali da 20mila parole, temi d’attualità sviscerati sul formato breve da professionisti riconosciuti o esperti mai pubblicati cui date fiducia, nove mesi dopo il mercato ha risposto?

MM: Nessuno vuol dedicare un paio di giornate a leggere argomenti come la finanza, la primavera araba o la crisi dell’euro. Al  massimo si può dedicare un’oretta a capire un fenomeno del quale ci piacerebbe saperne di più di quello che si trova in un articolo del “Corriere” o dell’”Espresso”. Ecco, l’ebook breve risponde a questa esigenza di brevità coniugata con un primo approfondimento serio e documentato. Per dirti, uno scritto piuttosto impegnativo, ma sicuramente stimolante, come “Chi comanda in Italia” di Giulio Sapelli ha fatto qualche migliaio di download e continua ad essere scaricato a distanza di tempo. Chiunque può dedicare un’ora del proprio tempo a cercare di capire un fenomeno importante del proprio paese o del pianeta nel quale vive. Ma non bisogna abusare del suo tempo. L’ebook che non ha più i costi industriali del libro ha permesso rispondere a questa esigenza.

In questi giorni la Buchmesse di Francoforte dà grande visibilità all’editoria digitale (rimandiamo a un articolo di Matteo Alviti su “la Stampa”) e sempre in Germania nel 2012 gli editori hanno “risposto ad Amazon” introducendo un loro ebook reader, il Tolino; i protagonisti fino a ieri dell’editoria italiana stanno adottando una politica troppo attendistica nei confronti di app ed ebook?

MM: L’amazomachia è diventato lo sport preferito degli editori, soprattutto europei. Se tutto va a rotoli è colpa di Amazon che è senz’altro esecrabile nelle sue prassi competitive e relazionali. Amazon è però una risorsa enorme per gli editori perché sa fare quello che loro non sanno fare e non sapranno mai fare, vendere libri ed ebook sulla rete, cioè trovare il modo di portare i contenuti ai lettori che li consumano sulla rete e attraverso dispositivi elettronici che ormai sono nelle mani di oltre un miliardo di persone. Amazon capisce benissimo questo mondo ed è in grado di servirlo a dovere. Ha solo bisogno dei contenuti e questi non li ha perché li hanno gli editori e gli autori. E allora invece di combattersi e di competere perché non si prova a collaborare ognuno per la parte che riesce a fare meglio. L’economia di domani è un’economia collaborativa. Se Amazon non ci fosse, non ci sarebbero gli ebook. Gli editori si lagnano, ma si è vista un’innovazione degna di questo nome provenire da loro nell’ultimo decennio? Tutte le innovazioni sono venute dai tecnologici ed è anche normale che siano loro a dirigere l’orchestra.

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