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Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, ma cosa ci faccio qui?

Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti

Senza mai arrivare in cima: viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti
Einaudi Editore, 2018, 7,99 € ebook (14 € cartaceo, 120 pagine)

«Gli occhi invece stavano bene. Bagnandoli pensai: fa’ che io sappia guardare e fa’ che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto».

Questo è il fine settimana ideale per leggere Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti. Specie se si fa coincidere il tempo della lettura con il periodo raccontato dallo scrittore, questo libricino per me, lo avrete capito, è autunnale. Cognetti racconta di un suo viaggio in Nepal svoltosi esattamente nell’ottobre 2017 nella zona del Dolpo, una parte della nazione nepalese dove ha trovato rifugio una parte dei tibetani fuggiti dal loro paese dopo l’annessione cinese. Immaginate un lembo dell’altipiano tibetano abitato da meno di ventimila persone e avrete subito sotto gli occhi le terre alte raccontate nel libro, un deserto d’alta quota dove il legno deve essere importato e l’economia è principalmente di sussistenza, tutt’intorno, però, le magnifiche vette dell’Himalaya.

A proposito, in caso non vi bastassero le parole di Cognetti, potete ripercorrere in video il suo viaggio nel Dolpo di tre settimane diviso in puntate su Montagne.tv (basta cliccare qui) o in foto sul numero 90 di Meridiani Montagne. Rimaniamo però al libro pubblicato da Einaudi, di cui auspichiamo un’edizione economica speciale, che si possa arrotolare come il taccuino dove Paolo ha preso i suoi appunti mentre percorreva quelle mulattiere. Siamo dalle parti del resoconto di viaggio sulle tracce di altri viaggi, in particolare la guida letteraria scelta da Cognetti è “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiessen uscito nel 1978, lo stesso anno di nascita del nostro premio Strega. È curioso come il quarantesimo anno si stagli all’orizzonte per lo scrittore come il limite della gioventù.

“Ecco il viaggio che desideravo per i miei quarant’anni, adatto a celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza”. Davvero, ognuno di noi sente di essere diventato adulto alle età più diverse.  E se l’Himalaya fa un dono a Cognetti è proprio quello di fargli assaggiare cosa significhi invecchiare. “Chinarsi, aprire la tenda, entrarci, trascinare dentro lo zaino, bastava questo a farmi sentire l’affanno […]. Sarà così che ci si sente da vecchi?, pensavo. Costretti a economizzare ogni gesto, in un corpo a cui anche il semplice stare al mondo costa fatica?”. Le altezze non fanno paura allo scrittore eppure il suo corpo, non abituato fin dalla nascita ai quattromila metri come quello della popolazione locale (e che belle le descrizioni dedicate al passo leggero delle guide) lo mette alla prova più volte durante il viaggio.

Se nell’autunno del 1973 Matthiessen per esplorare il Dolpo si era lasciato dietro un figlio di otto anni, affidato a parenti perché l’anno prima era rimasto vedovo della seconda moglie, Cognetti in Italia lascia invece il fido Lucky per incontrare in Nepal una cagna randagia di due/tre anni, Kanjiroba, nata forse in concomitanza con la dipartita di Matthiessen per l’altro mondo nel 2014. Solo una coincidenza? Suggestioni che Cognetti dissemina lungo il cammino, dove la ricerca di una montagna incontaminata si scontra con testimonianze del passato remoto e prossimo del Nepal – templi in rovina e tracce sbiadite della guerriglia maoista a cavallo del cambio di secolo –  e con il presente di un “piccolo paese stritolato tra l’India e la Cina, sempre più ridotto a periferia di altri”.

Ho acquistato in formato cartaceo “Senza mai arrivare in cima” perché sfogliandolo in libreria ho visto che conteneva anche i disegni di Paolo che spesso si intrecciano con i suoi appunti. Contenendo a un certo punto la fatidica domanda “Ma cosa ci faccio qui?” il libretto appartiene alla categoria dei racconti di viaggio esistenziali (ma quale viaggio non lo è?) e non ho dubbi che tra dieci, venti, trent’anni, quando Cognetti sentirà di nuovo il richiamo del Monte di Cristallo da cui si vede il Monte Kailash, potrò leggere un seguito di questo libro. E a maggior ragione ne sono convinto perché se arriverete in fondo a “Senza mai arrivare in cima” scoprirete, come ho fatto io, i tre desideri che il nostro scrittore si regala per i suoi quarant’anni, che fanno intravedere molte altre pagine nel suo futuro.

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Haruki Murakami, L’assassinio del Commendatore – Libro primo, forse il tempo è dalla sua parte

L’assassinio del Commendatore – Libro primo di Murakami Haruki

L’assassinio del Commendatore – Libro primo di Murakami Haruki
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, ottobre 2018, (cartaceo 20 €, 424 pagine; ebook 10,99 €)

«Sono davvero desolata, ma non credo di poter continuare a vivere con te, – mi disse mia moglie con tono pacato. Poi rimase a lungo in silenzio».

Non so dove andrà a parare Murakami Haruki con L’assassinio del Commendatore – Libro primo: idee che affiorano questa volta, so che le prime cento pagine si voltano da sole. Insieme alla copia omaggio che mi ha inviato Einaudi settimana scorsa c’era un tubetto di colore bianco, indizio misterioso come misteriosa è la storia raccontata dal narratore di questo romanzo. Un pittore. Un artista di talento, sebbene non di un talento eccezionale (almeno, questo è quello che afferma più e più volte lui), che, per una serie di coincidenze, si ritrova ad abitare nella casa di un pittore che celebre è stato davvero, prima di cedere all’avanzare dell’età: Amada Tomohiko.

E la prima investigazione che Murakami Haruki abilmente mette in scena è proprio artistica. Per quale motivo a un certo punto della sua vita Amada Tomohiko aveva modificato il suo stile sposando la corrente nihonga che dà al vuoto la stessa importanza della figura? Allo stesso modo le prime pagine de “L’assassinio del Commendatore” sembrano una riflessione a posteriori sul senso del proprio lavoro: “A volte mi sentivo come una escort di lusso che lavora nel mondo della pittura. Dovevo svolgere un determinato compito, senza sbavature, con padronanza delle tecniche e tutto lo scrupolo possibile. […]. Desiderio e piacere, da parte mia, zero”.

Abbiamo senza dubbio fra le mani un’avvincente storia del mistero, dove non mancano quei micro-scivolamenti verso quella “realtà altra” cui Murakami Haruki ci ha abituato, dove i sogni devono essere presi molto sul serio. Ad esempio, per la moglie del protagonista “i sogni avevano un grande significato. Spesso determinavano le sue decisioni o influenzavano le sue opinioni”. Vi lascio scoprire quanto quest’affermazione si faccia concreta in “L’assassinio del Commendatore” insieme al suggerimento, almeno per quel che riguarda le prime sessanta pagine, di avere sottomano Google Maps perché l’autore si diverte a farci conoscere un po’ di Giappone mettendoci nella macchina dell’inizialmente spaesato protagonista.

Chissà se i fan di Murakami Haruki si riconoscono nel termine collettivo “harukisti” – non posso dichiararmi tale perché di suo ho letto solo “Norwegian Wood. Tokyo blues” e “19Q4” – ma basta l’attacco di “L’Assassinio del Commendatore” per decidere subito, in caso non l’abbiate mai letto, se essere dalla sua parte o meno: “Oggi, svegliandomi da un breve sonno pomeridiano, davanti a me ho trovato l’uomo senza volto”. Vale a dire, non ci sono tentennamenti di fronte al fatto che lo scrittore giapponese sia un fuoriclasse della scrittura cui oggi resta solo il cruccio di come stupire i suoi lettori. È altrettanto del tutto naturale che il mondo di Murakami Haruki possa non andare a genio a tutti.

Murakami Haruki ha comunque il pregio di giocare (in apparenza?) a carte scoperte col lettore. Non troverete Internet se non accennata; non esiste d’altra parte interesse per la quotidianità per il protagonista, che in più di un’occasione tiene a precisare come per lui abbia poco significato. Sarete portati insomma in una stanza, la vostra, dove sarete circondati da libri e vinili, il massimo della tecnologia che Murakami Haruki vi mette a disposizione. Tra il mondo e ciò che accade esiste la mediazione del corpo, che però di per se stesso non può portarvi a capire nulla, e della mente. Ipotizzo che sia per questo motivo che il libro abbia come sottotitolo “idee che affiorano”. Adesso mi scuserete, è tempo di tornare nella mia stanza a leggere “L’assassinio del Commendatore”.

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Francesco Targhetta, Le vite potenziali, nel frattempo i ballerini continuavano a danzare

Le vite potenziali di Francesco Targhetta

Le vite potenziali di Francesco Targhetta
Libri Mondadori, 2018, 9,99 € ebook (19 € cartaceo)

«”Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?”».

Francesco Targhetta – l’autore de Le vite potenziali – ha la mia stessa età e gli riconosco il merito di aver voluto raccontare nel suo romanzo l’oggi mentre tanti scrittori della nostra classe, o appena più vecchi, sembrano ossessionati dal passato. Intendo con oggi la seconda metà di questi anni dieci del XXI secolo. Quindi, evviva, che sta accadendo per le nostre strade? Nulla. Vale a dire, non accade nulla di visibile a noi che passeggiamo per le nostre città perché Targhetta narra una vicenda riguardante un certo tipo di lavoro contemporaneo, quello del terziario avanzato. E questo genere di lavoro, quello che offre servizi a chi già vende un prodotto o un altro servizio, non ha alcuna ricaduta nella nostra società seppur per paradosso il lavoro nuovo si insedi là dove ce n’era stata una, e di quale portata: Marghera.

Marghera non rinasce, rimane monito a se stessa, ciò che hanno fatto i nostri nonni all’ambiente non è più rimediabile. I nuovi flussi di capitale creati da aziende come la Albecom, all’interno della cui cornice si svolge tutta la vicenda narrata ne “Le vite potenziali”, non sono destinati a risanare un territorio malato, servono in primo luogo alla crescita dell’azienda stessa che può, al limite, pensare di riadattare uno dei troppi capannoni dismessi dell’economia di prima a nuova sede. Una nuova sede ben lontana dal centro abitato, così come lontano dalla vita dei più appare il lavoro dei giovani programmatori impiegati dalla Albecom. Targhetta è abile a mostrare il processo di dematerializzazione del denaro cui stiamo assistendo e a descrivere alcune delle conseguenze di tale processo.

Se non percepisco che il mio lavoro possa arricchire la mia vita come posso pensare di farmene una? Per quale motivo dovrei andare incontro all’altro e cambiare un presente che mi sembra così rassicurante visto che è così simile al mio ieri? In “Le vite potenziali” sono le donne a far accadere le cose. Sebbene del tutto funzionali alle traversie dei tre protagonisti maschili – Luciano, Giorgio e Alberto –, sono le donne che decidono e che cambiano davvero. Gli uomini no. Rispettivamente: Luciano sceglie di non decidere, Giorgio differisce un invecchiamento che non lo riguarda. Alberto è un discorso a parte, prosegue assistito dalla sua fortuna (e da sua moglie) nel solco che si è scelto, quello di chi ha capito com’è diventato il mondo e tenta di governare l’“immateriale frenesia continuamente vorticata” dell’economia digitale.

Il personaggio di Alberto rimane di conseguenza quello più letterario, nonostante i tentativi di Targhetta di evidenziarne i punti deboli, la sensazione, almeno, la mia, è quella di ascoltare le imprese di un Achille che nello Stige è stato immerso tutto. Nessuno ha fatto le carte ad Alberto, siamo di fronte a un vincente. Luciano, viceversa, seppure potenziale protagonista di un albo dei primi cento numeri di Dylan Dog ha uno spessore maggiore, salta fuori dalla pagina, sembra di averlo davvero incrociato da qualche parte, ed è anche il personaggio cui ci si affeziona di più. Non è tanto la sorte di Alberto o Giorgio De Lazzari, detto GDL, che si vuole conoscere arrivando in fondo a “Le vite potenziali”, quanto quella dell’informatico convinto che la vita sia in fondo piuttosto ridicola.

A chi è indicato questo romanzo? Ai lettori cui piacciono le storie dove in apparenza non accade nulla eppure la trama avanza, come la puntina sul piatto di un vinile; a chi vuole sentirsi italiano e europeo da Helsinki a Parigi; a chi vuole imparare una decina di vocaboli nuovi (sarà perché non ho fatto il classico?); a chi vuole indagare perché religione e politica in pratica nulla hanno a che fare con l’organizzazione del lavoro e della vita in questo inizio di secolo – entrambi questi aspetti sono i grandi assenti del romanzo di Targhetta. In un’Italia diversa, che avesse capito sul serio su quale binario incanalare la propria energia, come nel secondo dopoguerra, “Le vite potenziali” avrebbe vinto il Campiello, invece di arrivare secondo, e staremmo vedendo il suo adattamento a serie TV su Netflix.

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Helen Phillips, La bella burocrate, “Le dà fastidio che suo marito abbia un nome così comune?”

La bella burocrate di Helen Phillips

La bella burocrate di Helen Phillips
Traduzione di Cristina Pascotto
Safarà Editore, settembre 2017, (cartaceo 16 €, 174 pagine; ebook 6,99 €)

«”Apprezziamo la sua curiosità” disse La Persona con l’Alito Cattivo con un sorriso riarso. Jospehine ricambiò il sorriso, sollevata. “Ma non c’è alcun bisogno di essere curiosi”».

Qualche settimana fa su Twitter, scusate non ricordo più chi, ironizzava su come sia di moda scrivere sui social network del libro del momento, stando al traino del marketing delle case editrici più note o più popolari. In realtà è molto semplice sfuggire alla dittatura del bestseller visto che in Italia escono 200 titoli al giorno (naturalmente è una media). Sopraffatti dalla valanga di volumi nuovi apparsi di recente, potreste ad asempio avere bucato il lancio, l’ultimo di agosto, di “La bella burocrate” di Helen Phillips, che pure ha avuto un buon battage, vedi Marcello Fois su TuttoLibri numero 2062: “La bella burocrate di New York inserisce il codice indecifrabile”.

In quanti leggeremo in Italia “The beautiful bureaucrat” pubblicato da Safarà Editore di Pordenone? Facciamo tremila persone da qui all’agosto prossimo se andrà bene. Si spera che il percorso per Helen Phillips – ospite nel 2017 al Festivaletteratura di Mantova – sia quello delle autrici di culto fortunate. Esordio italiano con piccola casa editrice indipendente, attenzione della critica e del pubblico, passaggio a marchio medio/grande e tirature adeguate a farla conoscere davvero a decine di migliaia di lettori. Phillips non è del resto una scrittrice esordiente, “La bella burocrate” è del 2015 e all’attivo ha altri tre libri ancora inediti qui da noi.

Finita la premessa, perché Phillips merita tutta questa attenzione? Perché è un’autrice scomoda. Raramente ho letto altri romanzi con lo stesso disagio. Stavo per abbandonarlo a metà lettura, nauseato. “La bella burocrate” racconta la storia di una giovane coppia in una città contemporanea senza nome, lei trova un impiego in una grande azienda che non le chiede di capire ciò che sta facendo ma solo di eseguire quanto le è stato ordinato. Intanto i due passano da un affitto a un altro in abitazioni tetre e claustrofobiche mentre anche il loro rapporto entra in una routine d’ufficio. La coppia non ha relazioni al di fuori del lavoro e tutto sembra perdere senso man mano che passano i giorni.

Persino quegli incontri casuali al di fuori dell’ufficio cui si attribuisce grande importanza (una gentilezza inaspettata da una cameriera) per tirare avanti un giorno in più rivelano tutta la loro ambiguità. Eppure è proprio la ricerca di senso che Phillips introduce col contagocce nella vicenda che da metà romanzo trasforma “La bella burocrate” in una lettura appassionante. Sono davvero contento di non averlo buttato fuori dalla finestra, e lo stavo leggendo in ebook! Vuoi davvero capire dove andrà a parare, specie quando la protagonista Jospehine – insieme al lettore – capisce cosa davvero sta facendo obbedendo al suo responsabile, La Persona con l’Alito Cattivo.

Ho letto che “La bella burocrate” è stato definito pure come un thriller (!), io credo sia molto più vicino alla sensibilità di un Michael Ende e che siamo dalle parti del romanzo fantastico più che del romanzo di genere o sperimentale; impossibile per me non pensare ai burocrati dell’azienda senza nome come a una versione aggiornata al XXI secolo dei Signori Grigi di “Momo”. Ben vengano autrici come Helen Phillips, riflettere sul nostro tempo attraverso la lente della fantasia, vedi anche “Exit West” di Mohsin Hamid, è un buon modo per interrogarci su cosa davvero dobbiamo mettere al centro delle nostre vite e sul valore del tempo.

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Peppe Fiore, Dimenticare, sotto di loro si spalancava la valle

Dimenticare di Peppe Fiore

Dimenticare di Peppe Fiore
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (18,50 € cartaceo)

«Non c’è spettacolo più miserabile per un bambino piccolo di un adulto che piange».

Avessi letto quattro anni orsono “Nessuno è indispensabile” di Peppe Fiore non avrei dato nessuna possibilità al suo secondo romanzo per Einaudi – Dimenticare – uscito giusto una settimana fa. Invece nel 2013, come capita più facilmente agli ebook che ai libri cartacei, l’avevo comprato per poi dimenticarlo all’interno del mio lettore digitale. Di conseguenza l’ho letto dopo, convinto dallo stile alla Dürrenmatt in vacanza per l’Italia centrale che pervade “Dimenticare” (ringrazio Einaudi che me l’ha mandato). E se “Nessuno è indispensabile”, ambientato in un’azienda laziale di latticini e derivati dove ne capitano di cotte e di crude, non mi è piaciuto per il suo essere esagerato e sopra le righe ho apprezzato a posteriori ancora di più “Dimenticare”: il freno a mano che Fiore tiene tirato per quasi tutto il romanzo, una tormentata storia famigliare, ti tiene avvinto fino all’ultima riga.

Peppe Fiore prima di tutto, proprio come nel gioco delle tre carte, ci presenta subito i protagonisti della sua storia per farcene subito dimenticare. Franco e Daniele sono due fratelli di Fiumicino invischiati, per via dei debiti di gioco di Franco (poker e scommesse), nei giri della malavita del litorale laziale. Suo fratello si è messo nei casini? Daniele è al suo fianco nel momento in cui gli viene chiesto di pagare il conto, sempre, anche se lui non ha nessuna responsabilità delle scelte autolesioniste del fratello, il tutto con una ostinazione che forse soltanto i figli unici non capiranno. Sono entrambi intelligenti ma il loro ambiente li ha come costretti a mettersi, loro malgrado, al servizio dei capricci di quella che pare la più reddittizia delle attivià di Fiumicino: gli affari torbidi messi in piedi da uomini senza scrupoli cui a dire il vero Fiore concede fin troppa umanità.

Dodici anni dopo averli conosciuti in un incipit che vi rimarrà impresso, Daniele lo ritroviamo alle pendici del Monte Penne, a trenta chilometri dal confine con l’Abruzzo. Per quale motivo si trova lì? Come mai gli è stato dato il compito di rimettere a nuovo una struttura turistica presso un impianto sciistico chiuso? Perché è così lontano dal mare e da suo fratello? Nei boschi sopra Trecase quali insidie si nascondono? È un luogo sicuro oppure no? Man mano che procede la lettura, Daniele si rivela un uomo profondo sebbene di poche parole, affascinato dal concetto di bellezza (perché non la riconosce in sé) capace di instaurare relazioni e di farsi benvolere. Torniamo con lui anche in riva al mare dove Fiore ci fa capire che è quello il suo vero posto, del resto i fratelli sono cresciuti a pochi metri dalla spiaggia tra i lettini del lido di proprietà dei genitori.

Come in un altro libro pubblicato di recente da Einaudi – “Il giro del miele” di Sandro Campani –, uno dei temi forti di “Dimenticare” è l’essere genitori, in particolare il rapporto tra la figura del padre e quella dei figli maschi. Nota a margine: anche se Fiore è apparentemente indulgente con alcune figure femminili che accompagnano i suoi protagonisti, ci sono almeno un paio di passaggi che non mi hanno convinto riguardanti le donne (uno è funzionale alla trama ma l’ho trovato troppo romanzesco, mi perdonerà) e, lo ammetto, spierò incuriosito le recensioni on-line per capire se hanno dato fastidio solo a me. Di più non si può dire di “Dimenticare”, perché è una sveglia narrativa che una volta caricata a molla procede con l’implacabilità dei meccanismi automatici verso un trillo che non vi lascerà indifferenti. Decidete poi voi se il modo in cui si scioglie il finale sta in piedi.

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Daniel Polansky, The Builders, Non è lo stesso trucco. E non è lo stesso traditore

The Builders di Daniel Polansky

The Builders di Daniel Polansky
Traduzione di Davide Mana
Acheron Books, 2017, cartaceo 15 € (16,69 € sul sito); 174 pagine

«”E naturalmente resta la questione in sospeso di chi ci abbia tradito”. “Me lo chiedo anch’io,” disse il Capitano, la sua espressione più terribile del solito».

“The Builders” di Daniel Polansky arriva nel 2017 in edizione italiana tradotto da Davide Mana per la collana Zenobia da lui stesso curata e impreziosito da un’illustrazione di copertina di Alberto Besi. Acheron Books prima o poi renderà disponibile anche l’ebook per adesso accontentiamoci del cartaceo che potete acquistare direttamente sul sito come ho fatto io. Polansky, Polansky dove ho già sentito questo nome… registi a parte Daniel Polansky era già apparso sugli scaffali delle librerie del Belpaese per i tipi di Fanucci nel 2011 con “Il guardiano della città perduta”, traduzione di Giuliana Antioco del primo volume della trilogia di Low Town: “The straight razor cure”.

Come spesso capita con i lanci di nuovi e “giovani” autori di belle speranze – lo statunitense Polansky è nato nel 1984 – se non ti fai notare però sei solo uno dei tanti, nonostante il magico prezzo di copertina di 9,99 euro scelto da Fanucci per il primo libro di Low Town. Il secondo e il terzo volume non infatti sono mai stati tradotti e pubblicati, probabilmente per uno scarso riscontro di pubblico. Sei anni in campo editoriale sono tuttavia un’era geologica fa e Acheron Books raccoglie la sfida ricordando ai disattenti lettori italiani che Polansky, alla pari dei suoi personaggi, è vivo e lotta insieme a noi. “The Builders” è infatti un romanzo breve molto recente, finalista al Premio Hugo 2016.

Esercizio di stile, divertissement, scherzo macabro (come lo stesso Polansky lo definisce), “The Builders” è una versione con animali antropomorfi (?) di un topos classico: il raduno degli eroi con annessa ultima epica impresa. Il Capitano è un topo molto combattivo deciso a vendicarsi di una sconfitta e di un tradimento, per farlo dovrà affidarsi alla sua vecchia compagnia: l’ermellino Bonsoir, l’opossum Boudica, la salamandra Cinabro, il tasso Orzo, la talpa Gertrude, il gufo Elf. Avete contato bene, non è un caso che siano in sette, omaggio palese e voluto a Kurosawa, Sturges ecc. La bravura di Polansky si nota subito nell’abilità con la quale nel respiro corto del romanzo breve (o brevissimo come in questo caso) caratterizza i protagonisti mentre li presenta per poi passare alla descrizione degli antagonisti e alla messa in scena della battaglia finale.

Come ci hanno insegnato tante rappresentazioni di questo tema letterario, non ha tanta importanza per cosa o per quali parti si combatta ma per quale motivo. Il Capitano è stato bravo a trovare spiriti affini al suo che trovano nella guerra e nella distruzione – “Noi non costruiamo” – il loro fine esistenziale e la storia ruota intorno a questo concetto. Il grande assente di “The Builders” è infatti la società, quelli che non combattono: non ci sono contadini o cittadini da salvare come ne “I magnifici sette”, forse per via del limitato numero di pagine che Polansky si è concesso per raccontare la sua storia, forse perché non gli interessava dare ai suoi guerrieri altra motivazione che l’ebbrezza della lotta.

Avrete compreso come “The Builders”, se amate il genere e le ambientazioni western simil fine Ottocento, siamo dalle parti di una Terra alternativa naturalmente, sia una piccola gemma rosso sangue da aggiungere al proprio tesoro di letture. Plauso a Davide Mana che ci restituisce la scrittura di Polansky con pochissime incertezze. L’invito ai titolari di Achron Books è quello di rendere disponibile al più presto questa storia in formato digitale, magari a un prezzo invitante. In caso dopo “The Builders” vi venisse voglia di passeggiare per le strade di Rigus, la città de “Il guardiano della città perduta”, l’ebook si trova in tutte le librerie elettroniche a 6,99 euro (nel momento in cui scriviamo, estate 2017). E il cartaceo Fanucci? Nei remainders da un pezzo…

 

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Kent Haruf, Le nostre anime di notte, ho deciso di non badare a quello che pensa la gente

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore, 2017, 8,99 € ebook (17 € cartaceo)

«”Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno”».

Ambientato nel 2014, lo stesso anno che ha visto scomparire il suo autore, Le nostre anime di notte mi ha portato – insieme a tanti lettori italiani ultimamente, i libri di Kent Haruf sono diventati quel che possiamo definire il caso editoriale del 2017 – in una cittadina americana di provincia, Holt (Colorado). Un piccolo centro dove è impossibile sfuggire al controllo sociale della comunità che lo anima sia una volta – “A quei tempi era insolito che un uomo facesse l’infermiere. La gente non sapeva cosa pensare” – sia ai giorni nostri. Un luogo insomma dove le storie di ciascuno sono le storie di tutti, come quella dei due vedovi Addie e Louis che decidendo di condividere la loro vecchiaia insieme e finiscono sulla bocca di tutti, appunto. Siete persone riservate o ossessive riguardo ai giudizi che gli altri possono dare di voi? “Le nostre anime di notte” non sarà per voi una lettura gradevole.

Il modo in cui Kent Haruf scrive di Holt è semplice, brevi descrizioni di gesti elementari si alternano a lunghi dialoghi. Tutto è sotto la luce del sole in Colorado e la prima cosa che pensi è: “Anch’io saprei scrivere così di… (sostituite ai puntini il nome della vostra città)”. È un giudizio affrettato, fidatevi. Provate a scrivere così e vedrete. Vi accorgereste che la sincerità necessaria per descrivere la vita dei vostri protagonisti come fa Haruf è quasi insopportabile. Mentre leggevo “Le nostre anime di notte” pensavo anche alla scrittura di Alan Ball o Mark Frost e David Lynch ora che va tanto di moda saccheggiare la letteratura per farne buone serie TV. Intanto il libro di Haruf mentre ci fa conoscere Addie e Louis ci parla di mezzo secolo di vita americana vissuto in un luogo dove vi rimaneva chi non ne sarebbe stato protagonista ma solo spettatore. Holt è in fondo anche uno qualsiasi dei nostri bastardi posti.

Torniamo un secondo ai lettori che non sopportano di essere giudicati, siete ancora qui? Molto bene. C’è una scena rivelatrice poco prima della metà de “Le nostre anime di notte” quando Addie e Louis decidono di pranzare in centro per mettere alla prova i benpensanti. Holt è piccola e su Main Street si allineano “la banca, il negozio di scarpe, la gioielleria e il grande magazzino, […] tutte le facciate posticce degli edifici”; facciate finte come la cortesia che usiamo quando siamo in scena per gli altri. Al termine del pranzo Haruf in poche righe riesce a far comprendere al suo lettore che, grazie al Cielo, perfino a Holt non siamo più negli anni Cinquanta ma nel XXI secolo. Alleluja. Il che non vuol dire che per vivere in Colorado non sia necessario farsi un po’ la pelle dura per non soffrire delle cattiverie delle malelingue…

A Holt addirittura si può ritrovare un proprio centro dopo un evento traumatico come la separazione dei propri genitori. O meglio, recuperare un certo grado di serenità, almeno per lo spazio di una estate, se si incontrano le persone giuste come capita al nipote di Addie, Jamie, che entra nella vita quotidiana della anziana coppia di punto in bianco. Tra i campi di granturco e grano, durante un campeggio sulla strada per le Montagne Rocciose e la fiera annuale della contea, il mondo di Holt dà il meglio di sé aiutando il bambino a capire cosa sta accadendo fra i suoi e insegnandogli a prendersi cura di sé e degli altri, oltre che a essere autonomo, mica poco. Allo stesso tempo a Holt nessuno dimentica quel che hai fatto o non hai fatto e i suoi abitanti possono scontare giudizi su eventi accaduti quarant’anni prima.

Quanto il cuore di Holt sia duro e meschino Haruf infatti non mancherà di ricordarcelo più avanti nel prosieguo della storia. È il primo Haruf che leggo, di conseguenza ne ho davanti almeno tre già tradotti in italiano da NN Editore: la Trilogia della Pianura – Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione – ambientata durante il secondo Novecento. La leggerò? Io sono un lettore sentimentale, dovrò pensarci sopra visto che “Le nostre anime di notte” mi ha già reso antipatico il conformismo spietato di questa città immaginaria.

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Mohsin Hamid, Exit West, le notizie parlavano di guerra e migranti e nativisti

Exit West di Mohsin Hamid

Exit West di Mohsin Hamid
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (17,50 € cartaceo)
n.b. Lettura su copia gratuita inviata dall’editore

«[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente […], e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo».

In copertina quelli dell’Einaudi, per l’edizione italiana di Exit West di Mohsin Hamid, hanno messo una foto di due stanze separate da una porta aperta, gli ambienti sono parzialmente riempiti dalla sabbia del deserto. Evocata forse non a caso dall’autore stesso all’interno del suo romanzo, la fotografia è stata scattata in Namibia, nella città fantasma di Kolmanskop. Un insediamento che i minatori tedeschi abitarono a inizio Novecento per poi abbandonarlo una volta esaurite le miniere di diamanti. È anche un esempio delle migrazioni che sono accettate dagli occidentali, quelle verso gli altri paesi, mentre è tutto un altro discorso quando si tratta di accogliere entro i propri confini le migliaia e migliaia di migranti che si vedono sbarcare ogni giorno sugli schermi televisivi europei.

È interessante come alcuni recensori abbiano attribuito a Exit West l’etichetta di romanzo distopico quando a mio parere si tratta esattamente dell’opposto. Finalmente un romanzo utopico. Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro una porta comune, una di quelle che tutti abbiamo in casa, si aprisse non sulla prossima stanza ma su quella di un altro continente? Un passaggio non certo facile, molto simile a una seconda nascita, che si può fare anche al contrario per tornare da dove si è venuti e tutte le volte che si vuole. Forse dopo un primo periodo di stupore, e anche di paura, ci accorgeremmo che così tante porte aperte verso l’altro consentirebbero all’umanità di riconciliarsi in una sola comunità, non più divisa dal colore della pelle e dall’appartenenza religiosa.

Spesso chi non vuole “subire” i flussi migratori si barrica dietro alla perentoria affermazione: “Qui non c’è più spazio”. Exit West dimostra come vi sia sempre spazio per l’altro e di come tale concetto sia del tutto relativo. Tutte le città del mondo ad esempio sono piene di spazi (o di case) vuoti che si potrebbero mettere a disposizione per coloro che per libera scelta o costretti sono in cammino. Come nel brano riportato all’inizio siamo tutti migranti attraverso il tempo, siamo tutti destinati a passare altrove. Anche la stessa distinzione tra migranti e nativi fino a quanti anni indietro nel tempo vale? Chi sono gli abitanti originali della California?

Mohsin Hamid è abile a trasformare la sua storia per gradi, trasportandoci nello stesso tempo da un luogo a un altro, esattamente come capita ai migranti: da una città (asiatica?) dilaniata da una non ben precisata guerra civile si passa a un luogo diventato simbolo dell’attuale fenomeno migratorio in atto, Mykonos. Dalle isole Cicladi arriviamo a Londra e poi da lì sulla costa ovest degli Stati Uniti. In attesa che la realtà virtuale si sviluppi abbastanza da farci vivere ciò che prova un’altra persona, un romanzo come Exit West è tra le poche possibilità che abbiamo oggi di comprendere, almeno per sommi capi, che cosa sta succedendo in questo inizio di XXI secolo, perché così tante persone stiano lasciando le loro case per cercare un nuovo futuro lontanissimo da dove sono nate.

Ma allora ci troviamo di fronte a un romanzo buonista? Chiamando i difensori dello status quo “nativisti” Hamid smonta il meccanismo sotteso a ogni tipo di razzismo legato a un’appartenenza territoriale. Se riconosciamo che siamo tutti ospiti dello stesso pianeta e che siamo tutti uguali per quale motivo dovremmo combatterci? O siete fra quelli che credono che l’Occidente sia l’ultima e più perfetta forma di società della Storia? Saeed e Nadia – la coppia protagonista di Exit West, raffigurazione plastica del pensiero religioso e del pensiero laico – assistono all’uscita di scena (exit) dell’Occidente senza dimenticare di raccoglierne l’eredità più importante, la democrazia. Auguriamoci che sia davvero così per le generazioni che verranno a sostituirci.

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Vanni Santoni, La stanza profonda, hai un passaggio segreto in casa e non ce lo dici?

La stanza profonda di Vanni Santoni

La stanza profonda di Vanni Santoni
Editori Laterza, marzo 2017, 9,99 € ebook; 14 € libro cartaceo

«Chi fu […] a parlare di escapismo? Era il suo opposto. Chiudersi e produrre senso proprio perché fuori ce n’era sempre meno. La realtà si misura forse dal numero di fruitori? Non ne basta forse uno, non basta un solo osservatore per far uscire le cose dallo stato di latenza?».

Vanni Santoni col suo ultimo romanzo pubblicato da Laterza ci convoca uno a uno nella sua personale versione della Locanda dell’Ultima Dimora. “La stanza profonda” – alla pari della locanda suddetta – è uno dei luoghi dove tutto inizia e rinizia sempre. È una delle migliaia di stanze dove si sono riuniti, si riuniscono e si riuniranno i giocatori di ruolo; in particolare questa storia è ambientata in quel di Valdarno, un territorio che pare, se non circondato, pervaso dal Nulla di Michael Ende, lontano dai grandi centri urbani, addirittura spoglio nel XXI secolo di quel tessuto sociale, di quelle professioni e di quei mestieri che sembravano ancorarlo alla realtà. E allora perché non continuare a giocare?

“La stanza profonda” è la storia di una generazione il cui immaginario incredibilmente, contro ogni previsione, è diventato mainstream (lascio a voi decidere se sia stata cosa buona – ne parla Vanni Santoni ai tipi di fanpage.it in questo video –, è di questa opinione Mauro Longo, oppure no, vedi ad esempio Davide Mana); è la fotografia di chi nato negli anni Settanta e Ottanta ha votato il proprio tempo a immaginare e a vivere storie tra gruppi di pari e ora si rivede sul piccolo schermo in Mike, Lucas, Will e Dustin di Stranger Things che giocano a Dungeons & Dragons nel 1983 (quando gli attori che li interpretano sono nati dopo il 2000). Se i Goonies hanno vinto c’è però una ragione per cui un seguito non è mai stato girato, perché forse sarebbe troppo malinconico.

Il master senza nome che racconta la storia sua e dei suoi giocatori – i più fedeli: il Bollo, il Paride, Andre, Leia, Tiziano e il Silli – sa che il tempo sfilaccia le relazioni e allontana le persone ma in fondo, oggi come trent’anni prima, vuole solo una cosa, e cito: “Gente con cui giocare di ruolo”. “La stanza profonda” è il romanzo breve di questa ossessione sebbene a essere ottimisti potrebbe celare già dalle prime pagine la sua fine ideale. A Elia, il figlio della nuova compagna del Bollo che è andato a casa del master per recuperare dei giochi da tavolo da vendere, il master regala d’impulso i manuali di Dungeons & Dragons. Vogliamo interpretarlo come un passaggio di testimone? A me piace pensarla così.

A parte una brevissima virata e controsterzata nel fantastico, “La stanza profonda” è una storia realistica – perfino iperrealistica quando riporta, quasi per dovere di cronaca, veri brani di giornale a testimonianza della demonizzazione subita dai giochi di ruolo durante gli anni Novanta – che sarà apprezzata e compresa appieno da chi è stato o è un giocatore. Ha il merito di spiegare cosa sono i GdR a chi non li ha mai vissuti, di raccontare a chi non c’era cos’era la provincia italiana alla fine del boom e com’è diventata ora. E forse ha avuto ragione Santoni (1978) a rimanere aderente alla realtà invece di romanzarla alla Ernest Cline (1972) che con Armada ha voluto omaggiare la generazione dei videogiochi arcade.

“La stanza pronfonda” è anche un Bignami della storia del gioco di ruolo così come l’abbiamo recepito in Italia, ricorrono tutti i nomi più importanti e significativi dei giochi che hanno raggiunto la nostra penisola e che sono nati anche da noi – giustamente più volte si cita il nome di Kata Kumbas, alzi la mano chi non si ricorda la sua copertina con un inquietante figuro in maschera simil-veneziana. A voler proprio fare un appunto a Santoni, mi perdonerà, manca fra le decine da lui citati Star Wars Roleplaying Game, in fondo siamo fuori tempo massimo, oltre l’epoca d’oro dei GdR, si parla del 2000 (2002), ma è solo il lamento di un master che non ha più giocatori da far saltare a bordo di un’astronave…

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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