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Kent Haruf, Le nostre anime di notte, ho deciso di non badare a quello che pensa la gente

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore, 2017, 8,99 € ebook (17 € cartaceo)

«”Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno”».

Ambientato nel 2014, lo stesso anno che ha visto scomparire il suo autore, Le nostre anime di notte mi ha portato – insieme a tanti lettori italiani ultimamente, i libri di Kent Haruf sono diventati quel che possiamo definire il caso editoriale del 2017 – in una cittadina americana di provincia, Holt (Colorado). Un piccolo centro dove è impossibile sfuggire al controllo sociale della comunità che lo anima sia una volta – “A quei tempi era insolito che un uomo facesse l’infermiere. La gente non sapeva cosa pensare” – sia ai giorni nostri. Un luogo insomma dove le storie di ciascuno sono le storie di tutti, come quella dei due vedovi Addie e Louis che decidendo di condividere la loro vecchiaia insieme e finiscono sulla bocca di tutti, appunto. Siete persone riservate o ossessive riguardo ai giudizi che gli altri possono dare di voi? “Le nostre anime di notte” non sarà per voi una lettura gradevole.

Il modo in cui Kent Haruf scrive di Holt è semplice, brevi descrizioni di gesti elementari si alternano a lunghi dialoghi. Tutto è sotto la luce del sole in Colorado e la prima cosa che pensi è: “Anch’io saprei scrivere così di… (sostituite ai puntini il nome della vostra città)”. È un giudizio affrettato, fidatevi. Provate a scrivere così e vedrete. Vi accorgereste che la sincerità necessaria per descrivere la vita dei vostri protagonisti come fa Haruf è quasi insopportabile. Mentre leggevo “Le nostre anime di notte” pensavo anche alla scrittura di Alan Ball o Mark Frost e David Lynch ora che va tanto di moda saccheggiare la letteratura per farne buone serie TV. Intanto il libro di Haruf mentre ci fa conoscere Addie e Louis ci parla di mezzo secolo di vita americana vissuto in un luogo dove vi rimaneva chi non ne sarebbe stato protagonista ma solo spettatore. Holt è in fondo anche uno qualsiasi dei nostri bastardi posti.

Torniamo un secondo ai lettori che non sopportano di essere giudicati, siete ancora qui? Molto bene. C’è una scena rivelatrice poco prima della metà de “Le nostre anime di notte” quando Addie e Louis decidono di pranzare in centro per mettere alla prova i benpensanti. Holt è piccola e su Main Street si allineano “la banca, il negozio di scarpe, la gioielleria e il grande magazzino, […] tutte le facciate posticce degli edifici”; facciate finte come la cortesia che usiamo quando siamo in scena per gli altri. Al termine del pranzo Haruf in poche righe riesce a far comprendere al suo lettore che, grazie al Cielo, perfino a Holt non siamo più negli anni Cinquanta ma nel XXI secolo. Alleluja. Il che non vuol dire che per vivere in Colorado non sia necessario farsi un po’ la pelle dura per non soffrire delle cattiverie delle malelingue…

A Holt addirittura si può ritrovare un proprio centro dopo un evento traumatico come la separazione dei propri genitori. O meglio, recuperare un certo grado di serenità, almeno per lo spazio di una estate, se si incontrano le persone giuste come capita al nipote di Addie, Jamie, che entra nella vita quotidiana della anziana coppia di punto in bianco. Tra i campi di granturco e grano, durante un campeggio sulla strada per le Montagne Rocciose e la fiera annuale della contea, il mondo di Holt dà il meglio di sé aiutando il bambino a capire cosa sta accadendo fra i suoi e insegnandogli a prendersi cura di sé e degli altri, oltre che a essere autonomo, mica poco. Allo stesso tempo a Holt nessuno dimentica quel che hai fatto o non hai fatto e i suoi abitanti possono scontare giudizi su eventi accaduti quarant’anni prima.

Quanto il cuore di Holt sia duro e meschino Haruf infatti non mancherà di ricordarcelo più avanti nel prosieguo della storia. È il primo Haruf che leggo, di conseguenza ne ho davanti almeno tre già tradotti in italiano da NN Editore: la Trilogia della Pianura – Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione – ambientata durante il secondo Novecento. La leggerò? Io sono un lettore sentimentale, dovrò pensarci sopra visto che “Le nostre anime di notte” mi ha già reso antipatico il conformismo spietato di questa città immaginaria.

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Mohsin Hamid, Exit West, le notizie parlavano di guerra e migranti e nativisti

Exit West di Mohsin Hamid

Exit West di Mohsin Hamid
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (17,50 € cartaceo)
n.b. Lettura su copia gratuita inviata dall’editore

«[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente […], e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo».

In copertina quelli dell’Einaudi, per l’edizione italiana di Exit West di Mohsin Hamid, hanno messo una foto di due stanze separate da una porta aperta, gli ambienti sono parzialmente riempiti dalla sabbia del deserto. Evocata forse non a caso dall’autore stesso all’interno del suo romanzo, la fotografia è stata scattata in Namibia, nella città fantasma di Kolmanskop. Un insediamento che i minatori tedeschi abitarono a inizio Novecento per poi abbandonarlo una volta esaurite le miniere di diamanti. È anche un esempio delle migrazioni che sono accettate dagli occidentali, quelle verso gli altri paesi, mentre è tutto un altro discorso quando si tratta di accogliere entro i propri confini le migliaia e migliaia di migranti che si vedono sbarcare ogni giorno sugli schermi televisivi europei.

È interessante come alcuni recensori abbiano attribuito a Exit West l’etichetta di romanzo distopico quando a mio parere si tratta esattamente dell’opposto. Finalmente un romanzo utopico. Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro una porta comune, una di quelle che tutti abbiamo in casa, si aprisse non sulla prossima stanza ma su quella di un altro continente? Un passaggio non certo facile, molto simile a una seconda nascita, che si può fare anche al contrario per tornare da dove si è venuti e tutte le volte che si vuole. Forse dopo un primo periodo di stupore, e anche di paura, ci accorgeremmo che così tante porte aperte verso l’altro consentirebbero all’umanità di riconciliarsi in una sola comunità, non più divisa dal colore della pelle e dall’appartenenza religiosa.

Spesso chi non vuole “subire” i flussi migratori si barrica dietro alla perentoria affermazione: “Qui non c’è più spazio”. Exit West dimostra come vi sia sempre spazio per l’altro e di come tale concetto sia del tutto relativo. Tutte le città del mondo ad esempio sono piene di spazi (o di case) vuoti che si potrebbero mettere a disposizione per coloro che per libera scelta o costretti sono in cammino. Come nel brano riportato all’inizio siamo tutti migranti attraverso il tempo, siamo tutti destinati a passare altrove. Anche la stessa distinzione tra migranti e nativi fino a quanti anni indietro nel tempo vale? Chi sono gli abitanti originali della California?

Mohsin Hamid è abile a trasformare la sua storia per gradi, trasportandoci nello stesso tempo da un luogo a un altro, esattamente come capita ai migranti: da una città (asiatica?) dilaniata da una non ben precisata guerra civile si passa a un luogo diventato simbolo dell’attuale fenomeno migratorio in atto, Mykonos. Dalle isole Cicladi arriviamo a Londra e poi da lì sulla costa ovest degli Stati Uniti. In attesa che la realtà virtuale si sviluppi abbastanza da farci vivere ciò che prova un’altra persona, un romanzo come Exit West è tra le poche possibilità che abbiamo oggi di comprendere, almeno per sommi capi, che cosa sta succedendo in questo inizio di XXI secolo, perché così tante persone stiano lasciando le loro case per cercare un nuovo futuro lontanissimo da dove sono nate.

Ma allora ci troviamo di fronte a un romanzo buonista? Chiamando i difensori dello status quo “nativisti” Hamid smonta il meccanismo sotteso a ogni tipo di razzismo legato a un’appartenenza territoriale. Se riconosciamo che siamo tutti ospiti dello stesso pianeta e che siamo tutti uguali per quale motivo dovremmo combatterci? O siete fra quelli che credono che l’Occidente sia l’ultima e più perfetta forma di società della Storia? Saeed e Nadia – la coppia protagonista di Exit West, raffigurazione plastica del pensiero religioso e del pensiero laico – assistono all’uscita di scena (exit) dell’Occidente senza dimenticare di raccoglierne l’eredità più importante, la democrazia. Auguriamoci che sia davvero così per le generazioni che verranno a sostituirci.

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Vanni Santoni, La stanza profonda, hai un passaggio segreto in casa e non ce lo dici?

La stanza profonda di Vanni Santoni

La stanza profonda di Vanni Santoni
Editori Laterza, marzo 2017, 9,99 € ebook; 14 € libro cartaceo

«Chi fu […] a parlare di escapismo? Era il suo opposto. Chiudersi e produrre senso proprio perché fuori ce n’era sempre meno. La realtà si misura forse dal numero di fruitori? Non ne basta forse uno, non basta un solo osservatore per far uscire le cose dallo stato di latenza?».

Vanni Santoni col suo ultimo romanzo pubblicato da Laterza ci convoca uno a uno nella sua personale versione della Locanda dell’Ultima Dimora. “La stanza profonda” – alla pari della locanda suddetta – è uno dei luoghi dove tutto inizia e rinizia sempre. È una delle migliaia di stanze dove si sono riuniti, si riuniscono e si riuniranno i giocatori di ruolo; in particolare questa storia è ambientata in quel di Valdarno, un territorio che pare, se non circondato, pervaso dal Nulla di Michael Ende, lontano dai grandi centri urbani, addirittura spoglio nel XXI secolo di quel tessuto sociale, di quelle professioni e di quei mestieri che sembravano ancorarlo alla realtà. E allora perché non continuare a giocare?

“La stanza profonda” è la storia di una generazione il cui immaginario incredibilmente, contro ogni previsione, è diventato mainstream (lascio a voi decidere se sia stata cosa buona – ne parla Vanni Santoni ai tipi di fanpage.it in questo video –, è di questa opinione Mauro Longo, oppure no, vedi ad esempio Davide Mana); è la fotografia di chi nato negli anni Settanta e Ottanta ha votato il proprio tempo a immaginare e a vivere storie tra gruppi di pari e ora si rivede sul piccolo schermo in Mike, Lucas, Will e Dustin di Stranger Things che giocano a Dungeons & Dragons nel 1983 (quando gli attori che li interpretano sono nati dopo il 2000). Se i Goonies hanno vinto c’è però una ragione per cui un seguito non è mai stato girato, perché forse sarebbe troppo malinconico.

Il master senza nome che racconta la storia sua e dei suoi giocatori – i più fedeli: il Bollo, il Paride, Andre, Leia, Tiziano e il Silli – sa che il tempo sfilaccia le relazioni e allontana le persone ma in fondo, oggi come trent’anni prima, vuole solo una cosa, e cito: “Gente con cui giocare di ruolo”. “La stanza profonda” è il romanzo breve di questa ossessione sebbene a essere ottimisti potrebbe celare già dalle prime pagine la sua fine ideale. A Elia, il figlio della nuova compagna del Bollo che è andato a casa del master per recuperare dei giochi da tavolo da vendere, il master regala d’impulso i manuali di Dungeons & Dragons. Vogliamo interpretarlo come un passaggio di testimone? A me piace pensarla così.

A parte una brevissima virata e controsterzata nel fantastico, “La stanza profonda” è una storia realistica – perfino iperrealistica quando riporta, quasi per dovere di cronaca, veri brani di giornale a testimonianza della demonizzazione subita dai giochi di ruolo durante gli anni Novanta – che sarà apprezzata e compresa appieno da chi è stato o è un giocatore. Ha il merito di spiegare cosa sono i GdR a chi non li ha mai vissuti, di raccontare a chi non c’era cos’era la provincia italiana alla fine del boom e com’è diventata ora. E forse ha avuto ragione Santoni (1978) a rimanere aderente alla realtà invece di romanzarla alla Ernest Cline (1972) che con Armada ha voluto omaggiare la generazione dei videogiochi arcade.

“La stanza pronfonda” è anche un Bignami della storia del gioco di ruolo così come l’abbiamo recepito in Italia, ricorrono tutti i nomi più importanti e significativi dei giochi che hanno raggiunto la nostra penisola e che sono nati anche da noi – giustamente più volte si cita il nome di Kata Kumbas, alzi la mano chi non si ricorda la sua copertina con un inquietante figuro in maschera simil-veneziana. A voler proprio fare un appunto a Santoni, mi perdonerà, manca fra le decine da lui citati Star Wars Roleplaying Game, in fondo siamo fuori tempo massimo, oltre l’epoca d’oro dei GdR, si parla del 2000 (2002), ma è solo il lamento di un master che non ha più giocatori da far saltare a bordo di un’astronave…

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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Ian McDonald, Terra incognita, non proprio un astronauta, un quantonauta

Terra incognita di Ian McDonald

Terra incognita di Ian McDonald

Terra incognita di Ian McDonald
Traduzione di Alessandro Vezzoli
Mondadori (Urania), gennaio 2017,  3,99 €, cartaceo 6,50 €

«Mondi fantasma: cucine alternative dentro versioni alternative di Londra. Solo in questa Everett Singh possedeva la chiave per tutti gli altri mondi».

Se leggete per viaggiare nel tempo e nello spazio con la fantasia, lo scrittore di fantascienza Ian McDonald è il vostro autore; mezzo scozzese mezzo irlandese ambienta le sue storie in ogni angolo del pianeta (Giappone, Brasile, Turchia, India…), se non fuori di esso. Vedete di accogliere con favore Terra incognita così forse potremo leggere i suoi romanzi più recenti che si svolgono sulla Luna. Tornando al nostro volume cos’altro aggiungere? “Eran i giorni che adorava: freddi, luminosi, con un basso sole invernale che sollevava barlumi e riflessi sui dorsi ricurvi dei dirigibili”. E siamo a Londra, anni dieci del XXI secolo, solo, su un’altra Terra, uno dei tanti pianeta Terra possibili, T3.

Siamo anche dalle parti delle teorie che ipotizzano non un singolo universo ma un multiverso. Vicino al nostro piano d’esistenza ne esistono molti altri, alcuni di essi tanto simili a quello in cui abitiamo da essere quasi indistiguibili. Non il piano di Terra 3, dove non hanno mai iniziato a sfruttare gli idrocarburi (l’elettricità è fornita dalle centrali a carbone), la plastica non esiste e i dirigibili dominano i cieli. Hanno però ideato la tecnologia per passare da un piano all’altro prima di noi ed è proprio nella Londra di T3 che il giovane Everett Singh  si recherà in cerca di suo padre, lo scienziato britannico che ha trovato il modo di mappare tutti i piani, una scoperta che fa gola a molti.

Il romanzo di McDonald una volta catapultato Everett, novello quantonauta, in un altro mondo si sviluppa sui binari tradizionali del romanzo di formazione avventuroso, il ragazzo verrà accolto dall’equipaggio del dirigibile Everness – la giovane pilota Sen, l’intrepida capitano Anastasia, il meccanico Mchynlyth, l’eccentrico “pesatore” americano Sharkey – e dovrà dimostrare il suo valore per ottenere l’aiuto che gli serve per provare a liberare suo padre, rapito dai cattivi e tenuto prigioniero in un’altissima torre nel centro di Londra. Naturalmente poi visto che “Terra incognita” (titolo originale: Planerunners) è il primo volume di una trilogia non pensiate che la storia si chiuda con l’ultimo capitolo.

Singolare la decisione di Mondadori di pubblicare nella collana Urania “Terra incognita” – se la casa editrice porterà a termine la trilogia Be My Enemy e Empress of the Sun sono i titoli del secondo e terzo volume – visto che appartiene di diritto più che alla fantascienza alla narrativa Young Adult, le copertine delle edizioni inglese e statunitensi non lasciano dubbi a tal proposito. In caso vi foste incuriositi circa la produzione di questo scrittore, “Forbici vince carta vince pietra” e “Il fiume degli dei”, i due romanzi di Ian McDonald apparsi per adesso per Urania sono invece romanzi di fantascienza per adulti a tutti gli effetti. A ogni modo se si è deciso che Urania sia la collocazione di tutti i suoi libri ne sono felice.

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Tullio Avoledo, Chiedi alla luce, le sue dita si muovono poi si alzano a sfiorare le mie ali

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo
Marsilio, settembre 2016, 9,99 € ebook; 18 € libro cartaceo

«”Credo sia il momento di trovare una spiegazione” faccio, toccando il braccio di Sabine. “Sì, credo anch’io”».

Leggo le storie di Tullio Avoledo dagli esordi, da quel “L’elenco telefonico di Atlantide” del 2003 che mi fece scoprire ventenne un approccio al romanzo fantastico inedito da parte di uno scrittore italiano, perdipiù nordestino. Ho seguito poi fedelmente in questi quasi quindici anni la produzione di Avoledo pubblicata prima da Sironi e Einaudi (ma suoi racconti brevi sono usciti anche in raccolte collettive per Mondadori e Minimum Fax) infine da Marsilio. Coraggiosa la casa editrice veneziana a credere in un autore anomalo per il nostro paese, una nazione che non ama la fantascienza italiana perché almeno nella seconda metà del Novecento ha venduto i suoi sogni all’immaginario made in USA.

In “Chiedi alla luce” tornano tutte le ossessioni di Avoledo, ricorrenti in quasi ogni suo libro: l’imminente fine del mondo; l’inventariato puntuale del passato esotorico europeo (gli angeli, il Graal, le relique ecc.); la musica (sia quella classica sia quella contemporanea) e i musicisti; lo stupore e la denuncia per le atrocità del secondo conflitto mondiale perpetrate dai fascismi e dal comunismo; l’insofferenza per un presente che macina e stritola le vite dei protagonisti delle sue storie (riappare a tal proposito anche in queste pagine Giulio Rovedo, non più in veste da protagonista ma di utile comprimario). Come da un buon vino, da un romanzo di Avoledo sai sempre cosa aspettarti.

In questo romanzo seguiamo Gabriel, archistar dimenticato, peregrinare per Istanbul, Budapest, Mosca, Parigi, Milano e il Nordest col dubbio che non sia in realtà nientemeno che un arcangelo, indeciso o meno se annunciare l’Apocalisse, poco importa se scatenata da un conflitto termonuclare tra Stati Uniti e Russia oppure per lo schianto di una cometa sul nostro pianeta. Viaggi nel tempo, poeti immortali, angeli convinti di essere umani, un’intera città fantasma – Obizared – mai abitata in disfacimento nei deserti tra l’Asia e l’Europa, Avoledo dà sfogo per 480 pagine a tutta la sua fantasia trascinandoci in una corsa che ha il sapore delle cento cose da fare prima di morire.

“Chiedi alla luce” non è il romanzo più bello di Avoledo – che rimane per me “L’anno dei dodici inverni” (2009) –, perché al solito vuole dire troppe cose e i suoi editor glielo lasciano fare, ma ha scritto una storia con un finale che mi ha fatto singhiozzare, e che naturalmente non posso rivelarvi. In quanto fan della prima ora, in cambio gli perdono riguardo a questa storia in particolare quelli che nel mio piccolo ritengo difetti: quelle cento pagine di troppo, le scene di sesso e le sporadiche volgarità cui pare non voler rinunciare e la sua ossessione per un Novecento che non passa (un’epoca che sarà ricordata senza dubbio nei tempi a venire per la presunzione di essere stata eccezionale).

Se aveste ancora dubbi se dare una chance ad Avoledo posso aggiungere che è anche tra i pochi narratori italiani a non aver paura di mettere nei suoi romanzi elementi che i più ritengono anti-letterari: email, opere d’arte di artisti contemporanei, addirittura il car sharing, pensate. Insomma, incrociando le dita non è detto che il futuro prossimo venturo sia come se lo immagina questo scrittore di Pordenone – e del resto finora nonostante quel che potrete leggere in “Chiedi alla luce” non è stata ancora eletta nessuna donna alla presidenza degli Stati Uniti – ma rimane sempre un piacere farsi un giro nel suo immaginario che mischia e ridà nuovi sapori a pochi scelti elementi.

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Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, la visita è dalle due alle tre di pomeriggio

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti
Minimum fax, settembre 2016, 7,99 € ebook; 15 € libro cartaceo

«”Secondo me non sei tu a essere in debito con chi ti ha salvato, ma è la persona che ti salva a volerti dare qualcosa, per sempre. È la persona che ti salva che non riesce ad andare avanti”».

Caterina vive a Roma. Caterina vive in “una fossa di mattoni e sabbie mobili fortificata dall’abitudine e dal futuro che non arriva”. Caterina è figlia rassegnata (?) di una città immobile. Anche nella capitale però la vita scorre e Claudia Durastanti è molto brava a raccontarci la vita della sua protagonista Caterina alternando l’oggi – il suo ragazzo è finito in prigione, lei fa la receptionist in un albergo in fondo alla Tiburtina – allo ieri. Durastanti in “Cleopatra va in prigione” va dritta al punto, ci mostra l’Italia di oggi, dove la politica è sparita, lo Stato si riduce all’ospedale o alla caserma, se va davvero male, significa il carcere, Rebibbia.

Il ragazzo di Caterina e il suo migliore amico provano a percorrere una propria strada finita l’adolescenza, hanno un sogno: aprire un locale notturno. Dato che ottenere una licenza è troppo difficile, decidono di provare con un negozio di videonoleggio in franchising a Torpignattara. Il negozio va bene, poi non essendo più capaci di pagare le tasse allo Stato e quelle richieste dagli esattori di quartiere (proprio così, imposte e pizzo si pagano entrambe) i ragazzi chiudono e aprono finalmente il loro night. Caterina li aiuta facendo prima la ballerina poi la truccatrice, dopo un “incidente” che Durastanti non circostanzia ma che personalmente mi farà odiare il suo ragazzo.

Se lo Stato non ti aiuta è però molto efficiente a reprimere. Ad esempio, il padre di Caterina sbaglia, va in carcere e poi sparisce dalla vita di Caterina e sua madre; il ragazzo di Caterina accetta una certa deriva del locale suo e del suo socio e ne paga le conseguenze con l’arresto; l’amico del ragazzo di Caterina interpretando lo stereotipo dell’italiano furbo scompare all’estero. Se lo Stato è anonimo lo è anche il poliziotto che sta accanto a Caterina durante la prigionia del suo fidanzato, più simile al pezzo di un ingranaggio efficiente che a una persona, più rassegnato di Caterina a vivere una vita che si è scelto – arresti, ufficio, carriera – e che in fondo non la prevede.

“Cleopatra va in prigione” è la storia di Caterina, è la storia di una coppia immobile, disfunzionale (?), ed è la storia della Roma contemporanea. Almeno, la storia di Roma che vivendo al Nord riconosco per come mi viene raccontata dai mezzi d’informazione e dagli amici che ci vivono, riassunta nella battuta che Durastanti mette in bocca a uno dei suoi personaggi: “Questa città abbrutisce solo chi non la capisce”. Ovvero, non provare a cambiarla, neppure con l’idea di una tua piccola attività, il parassitismo è la sua essenza e se non lo comprendi, tu che non hai i mezzi per elevarti dalla tua posizione, accettalo come dato di fatto.

Ancora, “Cleopatra va in prigione” narra l’assenza delle figure genitoriali vissuta da chi ha trenta/trentacinque anni adesso, a metà degli anni dieci del XXI secolo, e l’inconsistenza dell’amicizia. La scrittura di Durastanti riesce a far entrare il lettore nella testa e nelle viscere di Caterina, uno spirito cui la vita ha tolto più che dato, un’intelligenza sopita per aver interrotto gli studi – “Cleopatra va in prigione” è anche un libro in cui grazie a Dio non si citano altri libri, tranne uno sulla meditazione; è un romanzo breve che racconta senza descrivertela l’Italia che non legge – che da un lato crede alla cartomanzia ma che dall’altro analizza in modo lucido e acuto il mondo che la circonda.

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David Mitchell, I custodi di Slade House, una porticina di ferro nera

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell
Traduzione di Katia Bagnoli
Frassinelli, settembre 2016, (cartaceo 19 €, 236 pagine; ebook 9,99 €)

«”Tradizionalmente dovremmo ingaggiare un’altra violenta battaglia fra il bene e il male. Senza mai metterci d’acccordo su chi rappresenta cosa […]. Vogliamo lasciar perdere la tradizione?».

“I custodi di Slade House” di David Mitchell è il primo ebook di questo autore disponibile in italiano, a dimostrazione che la gestione dei diritti per le pubblicazioni elettroniche è ancora problematica. Mitchell ha all’attivo sette romanzi, tutti tradotti nella nostra lingua, e ha acquistato un minimo di notorietà in Italia grazie a Cloud Atlas – lo trovate solo in libreria, l’abbiamo recensito quattro anni fa – da cui i fratelli (ora sorelle) Wachowski hanno tratto un film nel 2012. È uno scrittore famoso? Sì. Vende nel nostro paese? Bah. Come ha dichiarato Tullio Avoledo qualche giorno fa ai microfoni di Radio Tre meriterebbe qualche lettore in più, di fatto Frassinelli ci crede abbastanza da portarlo nelle nostre librerie.

Perché i romanzi di David Mitchell meriterebbero di essere tutti reperibili in formato elettronico e non di essere cercati su qualche scaffale? Perché sono tutti collegati (roba da matti, eh?) e li vorresti leggere tutti subito. Jonathan Russell Clark su Literary Hub ha definito la sua opera  “The Ever-Expanding World of David Mitchell” in un articolo dove, a beneficio di chi ancora non conosce questo autore, sottolineava proprio questa ambizione dello scrittore inglese: raccontare storie diverse (anche in epoche passate o ancora da venire!) dove però siano frequenti personaggi ricorrenti e se non loro i loro parenti o i loro discendenti. Se non si è letto tutto Mitchell è come vedere Stranger Things senza conoscere la cultura pop degli anni Ottanta.

Naturalmente i romanzi di Mitchell potete goderveli anche come storie a sé stanti però “I custodi di Slade House” funziona perfettamente come guida per principianti al suo mondo letterario. Non a caso Kevin McFarland l’ha definito su Wired “a beginner-friendly novel” perché Mitchell nei romanzi precedenti non si preoccupava di spiegare subito ai suoi lettori quali erano le caratteristiche fantastiche che reggevano il suo universo immaginario, le scoprivi lentamente, in genere verso la fine. “I custodi di Slade House” ha anche una vicenda editoriale bizzarra. Nasce da una storia breve – “The Right Sort” non utilizzata nel lavoro precedente di Mitchell, “Le ore invisibili” – pubblicata in via sperimentale su Twitter in 280 cinguettii ed espansa in questo romanzo.

Per certi versi, azzardo, liberi di smentirmi, “I custodi di Slade House” è paragonabile ad Animatrix dei/delle Wachowski. Raconta attraverso episodi che rimandano a un’opera precedente – soprattutto “Le ore invisibili” – i meccanismi fantastici che sottostanno a tutti i libri di Mitchell, la sua personale visione del conflitto tra due principi irriducibili, chiamiamoli bene e male. Il romanzo può esser letto come la storia di una casa “stregata” dove spariscono le persone ogni nove anni oppure come una storia dove i destini di personaggi che in qualche modo già conosciamo s’incrociano.

David Mitchell non piace a tutti – c’è chi lo considera antipatico e megalomane – ma da sedici anni prosegue diritto per la sua strada costruendo romanzo dopo romanzo un immaginario il più possibile coerente. Se avete voglia di leggere un’agile storia dell’orrore scritta diabolicamente bene ambientata in un cupo vicolo londinese “I custodi di Slade House” fa per voi. Se una volta spento l’ereader sarete caduti sotto il suo incantesimo correte nella libreria più vicina: “Nove gradi di libertà”, “Sogno numero 9”, “Cloud Atlas”, “A casa di Dio”, “I mille autunni di Jacob de Zoet” (solo in biblioteca), “Le ore invisibili” vi attendono. Se già lo amate non vedrete l’ora di leggere la sua prossima storia.

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Linda Nagata, Red, Deve farsi riprogettare meglio

Red di Linda Nagata

Red di Linda Nagata

Red. La prima luce di Linda Nagata
Traduzione di Maria Sofia Buccaro, Mariachiara Eredia, Benedetta Fabbri e Maddalena Gerini
Mondadori, 2016, 6,99 € ebook (15 € cartaceo)

«Ma la mia rete cranica è fuori uso, non c’è nulla a tenere lontano la vuota oscurità che mi si annida nel petto».

Linda Nagata è stata la prima scrittrice di fantascienza a guadagnarsi una nomination ai Nebula Award 2013 e ai John W. Campbell Memorial Award 2014 (due dei maggiori premi statunitensi per la narrativa sci-fi e fantasy) con un’opera autopubblicata: Red. La prima luce (The Red: First Light). Come lei stessa afferma, la fama di questi due premi – anche se era stata solo nominata – le ha permesso di pubblicare “Red” nel 2015 per i tipi della Saga Press (un marchio Simon & Schuster) e di ottenere un’edizione italiana con Mondadori nel maggio 2016. Perché questo preambolo? Perché possono passare anni prima che una storia trovi la sua strada nel mondo, è sempre stato vero e continua ad esserlo anche nel XXI secolo.

Mondadori aveva già pubblicato in Italia Nagata traducendo nel 2014 un suo racconto – “Nahiku West”, un giallo fantascientifico – nella raccolta “Il futuro di vetro e altri racconti”, Urania Millemondi n. 66. Io l’ho conosciuta così e non mi sono dimenticato di lei. Già vincitrice del Locus Award 1996 e il Nebula Award 2000 per il miglior racconto breve, Nagata con “Red” offre ai suoi lettori un’opera di fantascienza militare (milSF) classica che apprezzeranno soprattutto i patiti di armi, di corpi speciali e di cospirazioni. A ogni modo, in un prossimo futuro il famigerato James Shelley, tenente dell’esercito degli Stati Uniti, appartenente alle SAC (Squadre d’assalto connesse), per un quarto africano e per gli altri tre europeo e messicano, sta combattendo in Africa.

Capiamo subito che Shelley è di buona famiglia ed è finito nell’esercito per un non ben precisato reato. Anche se è molto lucido nel condannare le malefatte dell’industria bellica, che crea ad hoc conflitti in tutto il mondo per vendere armi e attrezzature belliche, Shelley è un bravo combattente e un bravo capo per i soldati affidati al suo comando. Ecco che gli dice un suo superiore: “Lei è qui perché il suo profilo psicologico combacia con il mio ideale di perfezione: sveglio, adattabile, determinato. Un ottimo soldato…”. Ad aiutare i ragazzi e le ragazze a stelle e strisce ci sono gli angeli (droni), le Sorelle Morte (esoscheletri) , la Guida (aiuto tattico da remoto) e le calotte (cuffie che interfacciano i soldati fra di loro e rilasciano psicofarmaci per controllare l’umore). E se credete che ci sia troppa tecnologia così aspettate di vedere cosa capiterà a Shelley…

L’intreccio di Red mi ha indotto a leggerlo di corsa per vedere dove voleva andare a parare Nagata e mi ha trasportato dall’Africa al Texas e in altri luoghi che non posso svelarvi per non rovinarvi la storia. Più che i cambi di scenario, che sono quelli classici dei videogiochi sparatutto a sfondo bellico, il romanzo di Nagata mi ha colpito per il ritratto della società USA che s’intravede sullo sfondo. Anche se un amico di Shelley appartiene alla stampa, (“Elliot Weber, noto pacifista e giornalista”), i giornalisti sono apostrofati giornalioti e sono al servizio della propaganda; il presidente pare non avere alcun potere sugli amministratori delegati delle grandi società chiamati “draghi”; i parlamentari sono zombie o amebe; le operazoni di guerra finiscono dentro a reality show; l’esercito finché gli servi ti è amico; i civili son pecore nel migliore dei casi o nel peggiore terroristi che minacciano l’integrità del Paese.

“Red. La prima luce” è un romanzo che può esser letto come autoconclusivo, sebbene abbia un finale aperto e sia il primo di una trilogia. Se vi rimane la curiosità di scoprire cos’è quel Red che da bravo MacGuffin anima tutta la trama, portando scompiglio non solo nella vita e nella testa del protagonista ma in tutto il mondo, vi consiglio di acquistarlo per indurre l’editore a tradurre gli altri due episodi. Potreste avere difficoltà a trovarlo sugli scaffali, Mondadori ha deciso di pubblicarlo nella nuova collana Oscar Fantastica, dedicata soprattutto alle ristampe di Cassandra Clare e George R.R. Martin, credendo forse di dargli così più visibilità. Speriamo non l’abbiano viceversa occultato agli occhi di chi vuol leggere della “semplice” fantascienza. Immagine di copertina stupenda a firma di Larry Rostant.

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Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Non sarò spaventato. Sarò pronto, pensò Joshua

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon
Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo, 280 pagine)

«Quella sera Bega gli aveva detto che i suoi zombi gli piacevano. Era parecchio ubriaco ma gli zombi gli piacevano, e Joshua gli aveva creduto perché Bega era troppo ubriaco per mentire e lui troppo ubriaco per non credergli».

Aleksandar “Sasha” Hemon mi ha fregato, durante la lettura ho creduto dapprima che il suo L’arte della guerra zombi fosse prima un libro strano, poi inutile e poi… poi mi ha stupito. Ne sono contento perché era dai tempi di Tibor Fischer – uno dei miei scrittori preferiti che da troppi anni ahimè non scrive più – che un autore non mi prendeva per il naso, in senso buono, come Hemon. Devo così ancora una volta ringraziare Einaudi che mi ha permesso di conoscerlo (gratis) attraverso questa sua ultima prova pubblicata l’anno scorso in inglese e questo marzo in italiano, tradotta da Maurizia Balmelli. Se sarete folgorati come il sottoscritto sappiate che sono già disponibili altre due storie di Hemon in ebook, “Il libro delle mie vite” (2013) e “Amori e ostacoli” (2014).

“L’arte della guerra zombi” è ambientato a Chicago nel 2003 – che strano il mondo prima dei social network e dei telefonini, dovreste farci un giro – e segue le vicende di Joshua Levin, un ragazzo come tanti con l’ambizione di fare lo sceneggiatore per Hollywood. Com’è chiaro fin dal titolo, in originale “The Making of Zombie Wars”, a Joshua piacciono le storie con i morti viventi e le sue traversie personali durante il romanzo avanzano in parallelo con una storia di zombi con tutti i crismi. Una storia, intitolata provvisoriamente Guerre zombi, che si riconosce a vista d’occhio poiché è impaginata come una sceneggiatura vera e propria, con tanto di carattere tipografico a imitazione di quello delle macchine da scrivere, per chi si ricorda cosa sono).

Mentre in Guerre zombi l’umanità com’è un classico soccombe all’invasione dei mangiacervelli Joshua a Chicago si incasina la vita come in un film dei fratelli Coen senza censure, anzi, come in un lungometraggio dei Coen ma sceneggiato dal Kevin Smith degli anni d’oro, quello di Clerks spero abbiate presente. È anche la parte del romanzo in cui Hemon ti incastra mettendo Joshua al centro del palcoscenico del solito teatrino della famiglia ebraica disfunzionale col padre assente, la madre severa e la sorella insopportabile. Terza storia a intrecciarsi con le altre il rapporto del protagonista con gli immigrati esteuropei post collasso Unione sovietica e guerre balcaniche, sì, c’è anche il tradizionale reduce dall’Iraq e la fidanzata d’origine asiatica.

Tutti elementi che Hemon fa interagire fra di loro con spietatezza illudendoti di seguire una storia normale anche se grottesca (tra parentesi, secondo libro Einaudi che leggo a distanza di pochi mesi e secondo gatto che… lasciamo perdere) per poi giocare di prestigio e farti rimanere di sale. A suo merito va anche detto che non è un autore che si autocompiace, uno di quelli che ti strizza l’occhio a ogni frase per farti capire quanto è bravo, almeno in questa storia. Si arriva in fondo e si può dargli atto che, pur tra scene di sesso e violenza gratuite, L’arte della guerra zombi ci ha instillato alla Spinoza dubbi sulla nostra stereotipata visione del mondo, su chi siano davvero coloro i quali pensiamo siano “gli altri”, su cosa davvero stiamo aspettando e perché.

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