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Patricia Lockwood, Nessuno ne parla, poco a poco il mondo la richiamò a sé

Nessuno ne parla di Patricia Lockwood
Nessuno ne parla di Patricia Lockwood

Nessuno ne parla di Patricia Lockwood
Traduzione di Manuela Faimali
Mondadori, aprile 2022, (cartaceo 18,50 €, 168 pagine; ebook 9,99 €)

«”Probabilmente andrò a casa quando avrò finito la magnum di vodka” si disse, come una Cenerentola al contrario, continuando a infilarsi nel bicchiere che le calzava alla perfezione».

In uno scambio su Twitter qualche settimana fa mi sono accorto di quanto poco si parlasse di “Nessuno ne parla” di Patricia Lockwood, probabilmente perché il suo personaggio in Italia ha meno seguito che negli Stati Uniti (più di 110.000 follower su Twitter, per darvi un’idea). Qualche giorno dopo Mondadori mi ha inviato una copia del libro perché ero e sono convinto davvero che bisognerebbe dargli più visibilità. Lockwood del resto non è nuova al lettore italiano, che ha già potuto leggere il suo memoir “Priestdaddy. Mio papà, il sacerdote” nel 2020. E se già essere figlia di un prete cattolico è una storia che merita di essere raccontata di per sé ciò è ancora più vero per quella narrata in questo romanzo.

Diciamo che vi ho convinto e avete acquistato o preso in biblioteca “Nessuno ne parla”. Dopo poche pagine vorreste scrivermi un’email chiedendomi cosa l’avete preso a fare perché “non si capisce niente”. Ecco, il libro di Patricia Lockwood merita di fare un po’ di fatica in più. Di immaginare, come ha fatto lei, il modo migliore per rendere sulla pagina lo scorrere infinito dei post sui social network, e non solo. Anche la nostra reazione a essi. Nel romanzo la figura del marito è spesso utilizzata come controcanto alla assuefazione a Internet della protagonista. Siamo sicuri sia davvero necessario apprendere in presa diretta ogni minima tragedia del mondo? “Ovvio che stava piangendo. Perché lui non stata piangendo?”.

Diviso in due parti, “Nessuno ne parla” affronta esattamente questo tema. Il nostro presente, che anche se in modo differente per fasce generazionali, caratterizzato dalla simultaneità informativa del nostro essere connessi con, potenzialmente, ogni altro essere umano del pianeta, e il nostro privato, che possiamo decidere o meno se gestire secondo le regole del mondo nuovo (“[…] alla fine non aveva idea di dove finisse lei e dove iniziasse il resto della gente”), oppure no. Tenerci per noi. Perché non sempre la vita è una successione di meme divertenti da condividere, a volte, perché non dire sempre?, sono anche fatti terribili che vuoi/puoi vivere solo con la tua famiglia o comunque con le persone a te più vicine.

Fate allora questo sforzo, superate la prima parte, ricordo a tutti che Lockwood è una poetessa e onore alla traduttrice Manuela Faimali di aver reso comprensibile una successione di frasi che altro non è che un flusso di coscienza (con tanto di omaggio a Joyce: “Quando varcò i cancelli di Saint Stephen’s Green, il nuovo libro, il flusso di coscienza collettivo, iniziò a scorrere verso il busto rigido di Joyce”) la seconda parte è tutta un’altra storia, infatti. Se la notizia della gravidanza della sorella della protagonista era stata solo una notizia tra le tante tra quelle affiorate tra le onde del portale, vale a dire Internet, una diagnosi medica linfausta a rende così speciale da, incredibilmente, strapparla da una vita in funzione di essa.

Perché il tempo che possiamo dedicare alle persone, il tempo intimo dello “stare vicino” non in senso lato ma fisico è ancora in gran parte fuori dalla Rete. Non è stato digitalizzato come tante altre cose, anche se può sembrarlo, a volte. Se devo aiutare concretamente un parente, o in generale il mio prossimo, ciò è possibile perlopiù staccando da Internet. O per meglio dire, solo in una modalità di comunicazione con l’altro totale, c’è chi ci riesce anche a distanza, si può essere partecipi della sofferenza dell’altro. E piangerete anche voi come ho fatto io per la piccola Lena, per la volontà di vita di una piccola bambina rimasta su questa terra giusto il tempo di provare a comunicare e di farsi amare.

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Daria Bignardi, Libri che mi hanno rovinato la vita, bisognerebbe vivere per sempre solo per leggere

Libri che mi hanno rovinato la vita

Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici di Daria Bignardi
Einaudi, febbraio 2022, (cartaceo 16,50 €, 168 pagine; ebook 9,99 €)

«Il terrazzo di via Barbavara – con la lavanda, le rose, la vite, i tetti rossi, le rondini, il tramonto – è così bello che non so più dove sto andando con questo libro».

Ho avuto modo a Rovereto a fine aprile di assistere alla presentazione di Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici di Daria Bignardi, volume che ho comprato per l’occasione. Sala Kennedy piena, grande affetto per l’autrice da parte della platea, perlopiù femminile. Introdotta da Giorgio Gizzi della libreria Arcadia, che aveva organizzato la serata, Bignardi ha parlato per un’ora del suo primo libro per Einaudi uscito per la collana Stile Libero Big, che propone testi di narrativa italiana contemporanea. In caso vi capitasse di fare come me, ascoltare la scrittrice parlare del libro e solo poi leggerlo, vi accorgerete che in due ore di conversazione con lei potevate quasi fare a meno di dedicarvi alla sua lettura.

Naturalmente la maggior parte dei lettori non avrà questa occasione ma una “chiacchierata” è il termine che forse meglio descrive il libro, a tutti gli effetti un breve memoir. Un volumetto (dimunitivo nel senso delle dimensioni) autunnale, almeno per come l’ho percepito io, sicuramente malinconico come da “sottotitolo”; una testimonianza lasciata ai posteri dalla scrittrice a lettrici e lettori per dire loro: sono dei vostri, l’unico vero amore della mia vita è, e sarà, la lettura. Subito all’inizio (p. 17), Bignardi rivendica come proprio talento il “leggere velocemente”, un’abilità che l’ha formata e che, essendo la sua persona condizionata da una fascinazione per la sofferenza (“La mia malattia […] era che mi piaceva soffrire”), l’ha portata sia a leggere libri nocivi sia salvifici, seguono esempi con tanto di note bibliografiche.

Più volte durante l’incontro Bignardi ha definito il suo libro “spudorato”. Se è forse vero per quel che riguarda il racconto della sua giovinezza non lo è altrettanto per la sua storia recente di personaggio pubblico, che viene brevemente riassunta in una singola pagina. “La vergogna e il senso di colpa per […] aver parlato del dolore”, parole sue a pagina 125, devono ancora essere troppo forti per condividere compiutamente con i lettori gli ultimi sette anni della sua vita, sintetizzati a pagina 139 nell’essersi ammalata di cancro, avere accettato avventatamente un incarico troppo gravoso in quel momento e avere rotto col marito. E non era neppure tenuta a scrivere ciò che le era accaduto in quel modo, perché il libro poteva benissimo terminare a pagina 137 dove c’è scritto:

“Ma in questo periodo, chissà perché, sono così illogicamente allegra che mi seccherebbe morire”.

Quindi almeno io mi sono chiesto con quale spirito è stato scritto questo libro, che sicuramente è un libro che parla di libri ma in modo troppo scostante per essere del tutto convincente. Vi si cela dietro il timore di un ritorno della malattia? Bignardi ha utilizzato gli appunti di un anno, a credere all’artificio della struttura a diario, per lasciare una parziale biografia di sé che travalicasse il genere romanzo? (Almeno un paio di volte durante la presentazione si è rivolta a Gizzi tra il serio, il faceto e il malizioso chiedendo: “Davvero pensi che i miei romanzi siano biografici?”, così lui li aveva definiti). Non è un male scrivere per se stessi, tutti noi lo facciamo, quel che può risultare stonato è in senso editoriale “creder speciale una storia normale” citando Guccini. O non chiedere all’autrice un qualcosa di più, niente affatto facile me ne rendo conto.

Quello scrivere per se stessi l’ho rubato da una recensione da una stella al libro di tale Stefano su Amazon, che pensa che Bignardi sia una privilegiata che vive “in paradiso” e che non abbia saputo trasmettere nulla con “Libri che mi hanno rovinato la vita” ai suoi lettori, se intesi come “comuni mortali”. In questo senso se come personaggio vi sta antipatica troverete conferme e se vi sta simpatica pure.  Quel che alla fine ho capito io, è che il titolo non corrisponde al contenuto del volume. Quel che mi sembra di aver compreso è che sarebbe potuto essere, fosse stata davvero spudorata, il racconto di come da “l’ultima delle collaboratrici della sezione Cultura e Spettacoli di «Panorama»” Daria Bignardi sia in quarant’anni diventata la Daria Bignardi* ma il tutto viene celato dietro storie che non sono la sua.**

* A scanso di equivoci, non intendo chissà quale storia torbida, solo la cronaca di una carriera che a malapena fa capolino in qualche pagina, tra i rimossi più grandi di questo libro.

** Inteso in questo senso il titolo del libro è perfetto.

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Haruki Murakami e Ozawa Seiji, Assolutamente musica, è dunque così che si crea una musica splendida?

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, ottobre 2019, (cartaceo 19,50 €, 308 pagine; ebook 9,99 €)

«Murakami: “Più l’ascolto, [Ozawa], più mi rendo conto di quanto sia difficile dirigere un’orchestra! Mi sembra molto più facile scrivere un romanzo, senza nessuno intorno (rido)”».

Un anno fa, grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia omaggio, ho letto Assolutamente musica, edizione italiana di una raccolta di conversazioni pubblicata nel 2011 in Giappone fra lo scrittore Murakami Haruki e il direttore d’orchestra Ozawa Seiji. Sei “sbobinature” di incontri avvenuti in tempi e luoghi diversi, intervallati da quattro interludi e una descrizione della cittadina svizzera di Rolle*, più una introduzione di Murakami e una postfazione di Ozawa. Si tratta di un libro che immagino possa essere compreso appieno, e apprezzato oppure no, dai cultori di musica classica ma da ascoltatore occasionale – fingendo modestia lo stesso Murakami scrive nelle prime pagine: “Sono davvero un dilettante” – mi è piaciuto molto.

Un secondo livello di lettura, oltre a quello scontato dello “scrittore che intervista direttore d’orchestra”, è rappresentato in “Assolutamente musica” dalla riflessione sulla creazione artistica, meglio ancora sull’esecuzione della creazione artistica. Un direttore d’orchestra ha come scopo quello di coordinare al meglio un insieme di professionisti per ricreare la musica scritta su uno spartito da un compositore. Allo stesso modo uno scrittore deve avere ben chiaro in testa cosa fare. Scrive Murakami: “Naturalmente [per scrivere un romanzo] è necessario saper scrivere, ma prima ancora bisogna pensare: «Voglio raccontare a tutti i costi questa cosa qui», averne il forte desiderio […] per trasmetterla così com’è al pubblico” .

Dice a un certo punto Ozawa a Murakami: “Sa, a forza di parlare di musica, sono arrivato a pensare che non la concepisco come lei. Quando studio un’opera mi concentro sullo spartito…” E Murakami: “[Ovvero], lei non cerca il significato dell’opera… l’accoglie per quel che è”. In questo scambio di battute spero di chiarire quanto espresso sopra. Un direttore d’orchestra, almeno nel modo in cui lo intende Ozawa, è sì un artista ma in modo differente dallo scrittore, così come del resto riconosce lo stesso Murakami: “La natura delle nostre attività è diversa, ma immagino che il nostro livello di attenzione sia identico”. L’oscillazione tra quanto c’è di simile e di dissimile tra dirigere un’orchestra e scrivere un romanzo fa da contrappunto a tutto il libro.

Ho trovato molto utile, e lo consiglio vivamente a tutti coloro che si cimenteranno nella lettura di “Assolutamente musica”, di recuperare su YouTube, o altrove, le sinfonie di cui parlano Murakami e Ozawa. Specie in passaggi come questo, in cui si discute di Mahler. «Murakami: “Ho sempre trovato quest’improvviso cambio d’atmosfera… come dire? Inedito… originale”. Ozawa: “Ha ragione. Questa melodia ebraica che salta fuori subito dopo una marcia funebre. È un’associazione un po’ pazza”» (youtu.be/0QRAS4PnwhE). Vi assicuro che recuperando il brano capirete ancor di più quel che intendono i due amici. Niente di meglio che sperimentare una vera e propria lettura “aumentata”.

Consigliato a chi compra tutto ma proprio tutto di Murakami? Certo che sì ma adatto anche a chi vuol conoscere il dietro le quinte di mezzo secolo di musica classica ai suoi livelli più alti grazie agli aneddoti di Ozawa. Come scrive il Maestro: “avevo troppo lavoro per pensare al passato, ma ora i ricordi tornavano, uno dopo l’altro, in un’ondata di nostalgia. Un’esperienza nuova, per me”. Aspettatevi dunque una conversazione pacata tra un settantacinquenne e un sessantenne; ha probailmente ragione Murakami Haruki quando scrive che forse un titolo più indicato per questo libro sarebbe stato I miei pomeriggi con Ozawa Seiji. E grazie a lui ci siamo anche noi.

* A Rolle Ozawa Seiji ha fondato la Seiji Ozawa International Academy Switzerland in cui ogni estate “musicisti di talento, tra i venti e i trent’anni, accorrono da tutta Europa per riunirsi in una specie di ritiro e ricevere una formazione”.

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Niklas Natt och Dag, 1794, si mormora che la fine è ormai vicina

1794 di Niklas Natt och Dag

1794 di Niklas Natt och Dag
Traduzione di Gabriella Diverio, Barbara Fagnoni e Stefania Forlani
Einaudi editore 2020, 544 pagine; 20 €; ebook 9,99 € (copia ricevuta in omaggio dall’editore)

Cardell allarga le braccia in un gesto di rabbia e delusione.
– Ma i cieli e l’inferno si svuotano dei loro abitanti solo per prendersi gioco di noi miserabili esseri umani? Quando non sono frutto dell’immaginazione, sono farse.

A distanza di un anno, è proprio il caso di dirlo, Niklas Natt och Dagg ci riporta nella Stoccolma di fine Settecento eloquentemente dipinta in “1793”. Cecil Winge e Mickel Cardell erano riusciti a dare un nome e una sepoltura al cadavere di moncherino d’uomo ritrovato nella cloaca della capitale dopo poco meno di cinquecento pagine di indagini e colpi di scena. Lo scrittore svedese rimane sulla stessa misura per raccontarci quel che è accaduto dopo la chiusura del caso e la morte di Winge per tisi. L’ex soldato non l’ha presa bene: “Molti sostengono che sia coperto di debiti e lavori senza sosta al soldo di chichessia, ma che sia costretto a usare ogni singolo spicciolo che si guadagna per scrollarsi gli scagnozzi di dosso e tenersi lontano dalla gattabuia”.

“1794” è la dimostrazione di come non solo il Settecento sia un secolo spietato ma altrettanto senza pietà sia Natt och Dag con i suoi personaggi. Per carità, lo si era già ben compreso nel volume precedente, dove non aveva utilizzato nessun escamotage per salvare dalla tomba il suo Sherlock Holmes, il brillante procuratore Cecil Winge. E infatti, terminato il prologo lungo centotrenta pagine dove conosciamo il nobile erede della magione di campagna Tre Rosor e la sua disgrazia (ovvero il motore che metterà in moto la vicenda al centro di “1794”) il primo interrogativo è proprio questo. Come farà Cardell, il nostro Watson, a risolvere il caso questa volta? La risposta implicita è che se c’è – o c’è stato – uno Sherlock c’è anche un Mycroft.

E perdonatemi se insisto su questo aspetto, è un debito evidente che già avevo sottolineato scrivendo di “1793”. Natt och Dag si presta volentieri a utilizzare il duo “investigatore e aiutante” del romanzo giallo che ci accompagna dalla pubblicazione di “Uno studio in rosso” (1887). Il rapporto tra Winge e Cardell, in parte rovesciato rispetto al primo volume, è anche questa volta uno degli aspetti che più mi hanno colpito durante la lettura: “Oserei dire che Cardell vede la possibilità di rivivere il passato. Faresti bene a ricordare che la sua lealtà non è rivolta a te, ma allo spettro di colui che non è più tra noi. E in questo sta il pericolo. Le sue azioni vengono dal cuore, e tendono a essere incostanti e imprevedibili. Fai attenzione”.

Suddiviso come il precedente in quattro parti, sostituito l’epistolario con un memoriale per quel che riguarda il prologo, i protagonisti di “1794” sono in realtà tre: Winge, Knapp (sì, torna anche Anna Stina, naturalmente) e Cardell. In apparenza Natt och Dag questa volta rinuncia al suo quarto personaggio (la storia) per il suo noir ma ci si rende poi conto che il prologo, ambientato in gran parte nella colonia svedese dell’isola caraibica di Saint-Barthélemy, le rende giustizia e abbia avuto bisogno di un gran lavoro di ricerca. Alzi la mano chi si ricordava che pure la Svezia aveva cercato il suo posto al sole nel mar dei Caraibi. E nelle colonie, com’è noto, ci finivano sia i santi sia i peggiori peccatori, come scopriranno i lettori.

“1794” mi è piaciuto come “1793”? Non esattamente. Mi ha fatto arrabbiare molto. Perché se il primo volume si può considerare autoconclusivo non penso si possa considerare tale “1794”. Lascia troppi interrogativi aperti cui varrebbe la pena rispondere. Ed è cupo, cupissimo. Senza scampo (?). Sta arrivando un terzo romanzo, come ci ricorda l’aletta della quarta di copertina, ma non so proprio come Natt och Dag potrà tornarmi in simpatia dopo quello che ha fatto ai suoi personaggi in “1794”. Consigliato dunque a chi si aspetta emozioni forti, siamo sempre dalle parti delle peggiori abiezioni umane, di sicuro non a chi tende a partecipare o tifare per i protagonisti delle storie che legge.

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Daniele Rielli, Odio, una vita morale era impossibile

Odio di Daniele Rielli

Odio di Daniele Rielli
Mondadori 2020, 528 pagine; 20 €; ebook 10,99 €

«Nella sequenza finale […], io giocavo sul tappeto con il nuovo modellino  […]. Mio padre con un toscano in bocca faceva scattare l’accendino, lo spegneva e lo riaccendeva. Lo spegneva e lo riaccendeva».

Non so se “Lascia stare la gallina” (2015) di Daniele Rielli sia un libro di culto, non l’avevo mai sentito nominare, l’ho recuperato a metà prezzo via Libraccio dopo aver letto “Odio” uscito per Mondadori quest’anno (ho deciso di comprarlo grazie all’intervista all’autore di Gabriele Ferraresi su Esquire). Ricordavo il clamore suscitato da “Quitaly” (2014), quando Rielli pubblicava sotto lo pseudonimo di Quit the Doner. Anche il protagonista di “Odio”, Marco De Sanctis, inizia a farsi conoscere come blogger dopo essere uscito innocente da una vicenda giudiziaria da giovane. L’abilità retorica di De Sanctis – impegnato come organizzatore di eventi a Bologna ma destinato allo stato di mera sussistenza peculiare dei trentenni di oggi – gli fa fare il salto di qualità quando viene notato dal Maestro.

Il Maestro, angel investor impegnato a dare una mano al governo Renzi nella digitalizzazione del Paese, assume De Sanctis (DeSa) come ghost writer per gli articoli a sua firma sui giornali. Questo dà modo alla voce narrante del romanzo, il sopracitato DeSa, di conoscere sia il mondo dei salotti romani sia la galassia di start-up che orbita su Milano. L’ulteriore svolta per De Sanctis – quella da comprimario ad apparente protagonista di “Odio” – è riassumibile in questo passaggio: “[Decisi che] Io sarei diventato un mercante di dati, avrei venduto agli inserzionisti l’attenzione delle persone, attenzione già guadagnata da altri”. Nota: è a questo punto che la vicenda, raccontata a posteriori, inizia a saldarsi al tempo presente.

Romanzo realistico per l’80% è un peccato “Odio” si fermi sul più bello, quando Rielli tira le fila della sua rielaborazione degli anni zero e dieci del XXI secolo facendoci solo assaggiare lo sviluppo della storia. Curioso come, se ci fosse anche la casa di un pittore nella valle trentina dove si ritira il protagonista, DeSa potrebbe ricordare il Menshiki del Murakami de “L’assassino del commendatore”, sebbene il personaggio di gran lunga più interessante di “Odio”, almeno per me, rimarrà per sempre (o Rielli ci regalerà un seguito?) il Maestro, se ispirato a qualche persona reale non voglio nemmeno saperlo, non è importante, che se la gioca con Moriarty di Conan Doyle in quanto a carisma e obiettivi.

Viceversa, a meno che non siate fan del Piccolo de “La separazione del maschio”, il personaggio più debole di “Odio” mi pare essere proprio Marco De Sanctis, cui c’è da credere che nel momento in cui non potrà più essere in grado di possedere una donna – come racconta in un famoso aneddoto Freud a proposito dei bosniaci: “Tu lo sai, Herr, quando non si può più far quello, la vita non ha valore” – perderà la voglia di vivere. Se infatti il lettore maschio bianco etero tipo sulla soglia dei quaranta può immedesimarsi in De Sanctis senza troppa fatica fin dalle prime pagine, il rischio che diventi alla lunga stucchevole l’elenco delle conquiste alla “Madamina, il catalogo è questo…” non è da escludere.

In cento parole: “Odio” è un riassunto sapiente degli ultimi quindici anni del nostro Paese e ha il merito di spiegare dall’interno, oltre a quello che più volte è stato già raccontato (l’ambiente dell’accademia, della politica, della carta stampata ecc.), modi di fare imprenditoria che perlopiù rimangono fuori dalla narrazione in Italia, esclusi casi eclatanti (ad esempio, chi avrebbe mai appreso di Bending Spoons se non fosse stato per l’app Immuni?) o che pochi altri hanno descritto finora, penso a Le vite potenziali di Francesco Targhetta. E adesso tocca leggere “Lascia stare la gallina” e aspettare il prossimo di Rielli.

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Marta Barone, Città sommersa, e mio padre era sempre due o tre passi avanti a me

Città sommersa di Marta Barone

Città sommersa di Marta Barone
Bompiani 2020, 18 €; ebook 9,99 €

«Immagini di mio padre […]. L’oro e il rosso profondo della Madonna della Misericordia tardogotica che allargava il mantello in un museo di Arezzo, e lui fermo lì davanti, che si girava a guardarmi con un sorriso pieno di incanto […]».

Non ne volevo sapere di leggere un’altra ricostruzione degli anni Settanta. Eppure ho comprato “Città sommersa” di Marta Barone. Incoerenza? Può darsi. Essere coerenti, si capisce leggendo queste trecento pagine, è un peso che ti può schiantare, se non hai dentro di te un’ideale che va oltre i partiti, come L.B., il padre della voce narrante o, viceversa, se non sei pronto a riciclarti, a passare magari a quella Chiesa che i movimenti d’estrema sinistra di cinquant’anni fa ricordano tanto. Liberi dai dogmi per essere in fondo assoggettati ad altri dogmi ancora più severi: “Credevano in quello che facevano e la maggior parte di loro non ha mai fatto del male a nessuno, se non a sé stessi. Sono stati divorati dalla Storia” (dice lo scrittore che crede di non averne fatto parte).

Fosse solo rievocazione storica Marta Barone avrebbe già fatto un gran lavoro. Traspare la fatica della ricerca a osservare in controluce “Città sommersa”: la Torino degli anni Settanta riemerge dal fondo del lago del tempo con colpi di pennello precisi nelle tinte del bianco e del nero e, per gli episodi più recenti, delle foto dai colori alterati degli anni Ottanta. Il romanzo, sempre che si possa fare affidamento sulla narratrice, è una profezia che si auto avvera. L.B. che dice alla figlia che un giorno scriverà un libro su di lui. Perché se è vero che Leonardo Barone ha avuto una decent life, come sostiene, forse a ragione, un insopportabile che l’aveva conosciuto bene, è anche vero che la sua esistenza è stata larger than life.

E se altrove l’espediente per raccontare una storia è un manoscritto ritrovato, tutto parte in “Città sommersa” da una memoria difensiva di L.B. che si scopre essere stato soggetto a un processo. “Per quanto non fossi bene in grado di definire le sue virtù, di certo non sembrava portato al crimine. Era finita lì, in un improbabile impeto di compassione infantile per lui, che sapevo esser debole, e quindi, indiscutibilmente, vittima”. E dunque, anche noi lettori, come Marta Barone, ci arrovelleremo per tutto il libro su un interrogativo: L.B. ha o non ha aiutato consapevolmente uno della fazione armata dei movimenti di estrema sinistra nella sua qualità di medico? Quanto questo sia o meno importante si capirà durante la lettura.

Mentre, senza un disegno di riferimento, Marta Barone tenta di ricostruire il puzzle da mille pezzi raffigurante l’esistenza del padre, intanto, non si può che solidarizzare con lei.Del resto non saprò mai niente. Non saprò mai quando scoprì i libri, se aveva un posto segreto dove rifugiarsi a fantasticare e a leggere da solo, […] che cosa infine lo rese diverso da tutti gli altri […]. Forse […] era così già alla nascita”. E se forse un appunto le si può muovere, è che conoscere così a fondo i propri genitori equivarrebbe a eleggerli come propri amici [quanto è vero che si dovrebbe scriverne di più di romanzi sull’amicizia, Marta, quand’è che ne scrivi uno? ndr] quando per loro natura, almeno per chi scrive, sono altro.

Comprendere i propri genitori. E chi ci è mai riuscito? Vi ci si può provare, specie quando il rapporto con loro è stato tormentato. Quando in extremis si tenta di recuperare quel che durante la nostra esistenza crediamo di avere sprecato o perduto. “Sapevo che anche lei, come altri, pensava che io non avessi voluto abbastanza bene a mio padre. Diciamo che non gli avessi voluto bene nel modo giusto […]. E forse non mi considerava titolata […] ad andare a chiedere un racconto su di lui”. “Città sommersa” è un omaggio che pochi figli possono dire di aver tributato all’ombra di un padre che l’acqua del Lete ha già bevuto.

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Andrea Coccia, Contro l’automobile, le auto sono ovunque

Contro l’automobile di Andrea Coccia

Contro l’automobile: è più facile immaginare la fine del mondo che un mondo senza auomobili di Andrea Coccia
Eris Edizioni 2019, 6 €; (non c’è l’edizione ebook)

«L’automobile è sempre. Lo è sia se l’unità di misura è una tua giornata, sia se è la tua intera vita. Le quattro ruote ti inseguono dalla culla alla tomba».

Ottant’anni fa, all’inizio degli anni quaranta del XX secolo, mio nonno materno si consultò con la sua famiglia per un acquisto importante. Comprare oppure no per recarsi al lavoro una bicicletta, vale a dire per fare diciotto chilometri di strade bianche ogni giorno tra andata e ritorno? Non solo costava la bicicletta in sé (diverse centinaia di lire, moltissimo per dei contadini), bisognava pagare anche una tassa di circolazione di dieci lire e decidere se acquistarla o meno con fanale e dinamo, altra spesa da mettere in conto visto che d’inverno nel Bellunese il sole scompare presto dietro le montagne. Alla fine decisero che sì, l’acquisto era da fare.

All’epoca il mondo non era ancora stato conquistato dalle automobili, appannaggio del ceto benestante, unico ad avere diritto alla velocità, Andrea Coccia descrive bene nel suo pamphlet Contro l’automobile come  si sia arrivati nel XXI secolo a nuclei familiari che in media hanno non una ma due automobili. Non solo è diventato un acquisto indispensabile (ben diverso da quello di mio nonno!), soprattutto per chi abita fuori dalle grandi città, ma invece di tanti Nuvolari gli esseri umani sono stati ridotti alla caricatura del salariato in coda in tangenziale, perfino in un film Disney come “Gli incredibili”, non so se ve lo ricordate, il superuomo frustrato era compresso nella sua microscopica utilitaria, imbottigliato nel traffico.

Le autoscrive Cocciaoccupano il nostro immaginario, il nostro spazio e il nostro tempo. Sono “l’elemento della realtà più ricorrente della nostra epoca”, ed è difficile dargli torto visto che ci accompagano da bambini, con le macchinine giocattolo, fino alla tomba, con i carri funebri, che non sono altro che auto di lusso. Da scommessa di imprenditori come Renault e Ford l’automobile si è imposta come mezzo privilegiato di trasporto in meno di un secolo soppiantando il treno, troppo facilmente controllabile dai suoi stessi lavoratori suggerisce Coccia per essere davvero affidabile per governi totalitari (come l’Italia fascista prima e la Germania nazista poi) e democratici (come gli Stati Uniti d’America).

La tesi di Coccia è trasparente e palese: “l’automobile è il cuore pulsante del capitalismo“. Non solo, siamo stati convinti da campagne pubblicitarie martellanti e pervasive che “l’auto sia l’ultimo rifugio del nostro diritto alla libertà e alla felicità personale”. Nemmeno l’automazione dell’auto promessa da aziende come la Tesla di Musk potrà dirsi una conquista, o un cambio di passo, dato che si tratterà di aver pagato a caro prezzo “la libertà […] di muoversi su immensi treni disarticolati”. L’automobile ha vinto e il trasporto pubblico ha perso ma “la dipendenza dalle automobili è così reale e totale da averci portato a pensare che non ci siano alternative credibili?”

Coccia non è affatto un luddista, non propone di tornare al cavallo e al carro ma di sposare buone pratiche tecnologiche, sia meccaniche sia energetiche, insieme a stili di vita che non portino acqua all’ipertrofico mulino dell’automotive. “Non si smette di guidare da un giorno all’altro, ma bisogna cominciare ad abituarsi all’idea di doverlo fare al più presto” per il bene della società e del pianeta. Proprio dalle città potrebbe partire la riscossa contro l’automobile preferendo all’auto mezzi più leggeri come la bicicletta e i mezzi pubblici. Per disintossicare il mondo dalle automobili dovremo riappropriarci del nostro tempo e cambiare anche il mondo del lavoro, chissà che non sia venuto davvero il momento di provarci.

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Marco Presta, Fate come se non ci fossi, per sparire bisogna esserci

Fate come se non ci fossi di Marco Presta

Fate come se non ci fossi di Marco Presta
Einaudi editore, novembre 2019, (ebook 8,99 €; cartaceo 16 €, 180 pagine)

«Non ho mai conosciuto una persona intelligente che affermasse spudoratamente di esserlo. Se c’è una cosa che l’intelligenza genera in chi la possiede, è il dubbio di essere un cretino. Un sospetto che va coltivato per tutta la vita, con perizia e dedizione».

Io voglio bene a Marco Presta. Anzi, a Marco Presta e Antonello Dose, Presta e Dose o Dose e Presta (raro esempio di duo artistico palindromo) del resto mi tengono compagnia da un quarto di secolo, la prima puntata della loro trasmissione radiofonica “Il ruggito del coniglio” risale al 1995. Presta dalla fine degli anni duemila è presente anche in libreria, la sua prima raccolta di racconti umoristici uscì per Aliberti – “Il paradosso terrestre” (2009) – ma già due anni dopo ecco il passaggio a Einaudi: “Un calcio in bocca fa miracoli” (2011), “Il piantagrane” (2012), “L’allegria degli angoli” (2014), “Accendimi” (2017). È il turno ora di “Fate come se non ci fossi” (2019) che ho potuto leggere grazie a una copia omaggio inviatami dall’editore. E quindi com’è? Posso già dirvelo perché il libro di Presta corre veloce come una puntata del Ruggito del coniglio.

C’è molto dietro le quinte del lavoro di sceneggiatore. Invenzioni, aneddoti, ricordi risalenti all’inizio della carriera di Presta? Non è dato sapere. Sono talmente grotteschi alcuni da sperare che siano pura invenzione quando invece è probabile che siano veri. C’è per forza di cose anche molto della vita del conduttore radiofonico. Magistrale la storia dedicata all’incontro con i pubblicitari, che cristallizza anche il trend attuale di un’imprenditoria che si riscopre (o vorrebbe essere) etica, immediatamente dissacrato con la frase: “È un’azienda d’infissi d’alluminio, di che valori parliamo?”. Anche l’intervista al cantautore ormai celebre che parla male della zona di Roma da cui proviene rimane in mente perché: “Il [suo] successo, il benessere di cui può godere, il suo attuale accento milanese, tutto è cominciato con una canzone che parlava del proprio quartiere”.

C’è molta editoria, ricorrenti i racconti nel racconto proposti a un non ben precisato editore, soggetti di romanzi gialli, fantastici, horror, erotici ecc. invariabilmente respinti dalla casa editrice – “Ho l’impressione che la Casa editrice abbia delle perplessità sull’idea che ho proposto: una serie di racconti comici sulla Morte” – culminanti in un ultimo tentativo, meritevole di un insolito “per ora, [non intendiamo pubblicarlo]”: “‘Per ora’ è una locuzione che non hanno mai usato, in passato. Leggo in essa un’interessante apertura”. E forse a Presta è capitata negli ultimi tempi in mano una copia di “On Writing” di Stephen King perché, di contrasto alla lettura di un’intervista dove un non meglio precisato scrittore consiglia, alla pari di King, di utilizzarlo con parsimonia, possiamo apprezzare un’appassionata ed esilarante difesa dell’avverbio.

In modo più discreto, a mio avviso, ci sono anche la famiglia e le amicizie in questa successione di ricordi, consapevoli che il mettere ordine nella propria vita sia “una chimera” come scrive Presta. Molto toccante la descrizione di una cena di famiglia, dove per traslato si passa da una foto in cui il narratore è ancora bambino all’occasione presente, già trasposta nel passato dalla mano del figlio che si appoggia sulla sua spalla. E belli anche i frammenti dedicati al padre orgoglioso di far scoprire su YouTube alla figlia Fred Astaire o le baruffe sulla mortalità o meno dei supereroi. E se il Ruggito del coniglio è riuscito a scavallare da un millennio all’altro questo si deve anche al rapporto senza soluzione di continuità di Presta con gli amici e gli abitanti del suo quartiere, miniera di episodi buffi che nascondono sempre un po’ di malinconia.

E infine c’è tanta Roma in “Fate come se non ci fossi”. La Roma dei nostri giorni, quella caotica e invasa dai rifiuti, quella raccontata dai media che coincide però con quella in cui vivono milioni di romani, quella dove per fare due chilometri prendi la macchina perché i mezzi pubblici non passano o ci metterebbero comunque troppo. “Esco dal portone di casa che è ancora buio, come tutte le mattine, dal lunedì al venerdì. Noto subito la sua mancanza. La vecchia carcassa di frigorifero non c’è più. […] Mi dispiace […]. Mi manca”. E il passaggio di cui sopra spiega perché milioni di italiani si sono affezionati a Marco Presta, perché la sua scrittura con intelligenza e ironia aiuta a sopportare la quotidianità.

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Luca D’Andrea, Il respiro del sangue, il sorriso del colibrì

Il respiro del sangue D'Andrea

Il respiro del sangue di Luca D’Andrea

Il respiro del sangue di Luca D’Andrea
Einaudi editore, maggio 2019, (ebook 9,99 €; cartaceo 19 €, 392 pagine)

«Gli tornò in mente quanto lei stessa aveva pensato vedendolo per la prima volta, la domenica mattina in mezzo ai meleti. “Uno di quegli arnesi coperti di gomma che sembrano giocattoli ma nascondono un’anima di metallo”».

Il thriller di Luca D’Andrea Il respiro del sangue sfreccia dalla prima all’ultima pagina a 160 km/h. È un romanzo che fila a tutto gas, almeno quanto la Ford Mustang che l’autore regala al suo protagonista, Antonio “Tony” Carcano, scrittore di bestseller rosa di Sciangai, soprannome di uno dei quartieri di Bolzano, coinvolto suo malgrado in una storia riemersa dal suo passato. Quale mistero nasconde l’annegamento risalente al 1999 di Erika, una giovane ragazza? Perché Sibylle  l’intraprendente figlia ventenne dell’annegata decide di incontrare Carcano sobbarcandosi un lungo viaggio in moto fin da Kreuzwirt, ridente paesino del Sud Tirolo dove nulla accade che la riservata e potente famiglia Perkman non voglia?

Gli ingredienti per il romanzo sovrannaturale ci sono tutti: la piccola comunità isolata tra i monti tranquilla ma inquietante; persone che scompaiono e omicidi irrisolti con risvolti spettrali; antiche tradizioni e rabbiosi animali selvatici; tarocchi e testi che nessuno dovrebbe mai leggere. Il tutto ripreso in variante sudtirolese, con brevi ed efficaci descrizioni della complicata convivenza tra la comunità italiana e quella tirolese di cui forse qualche italiano sopra i quaranta ricorda qualcosa ma i più ignorano. È vero da questo punto di vista che D’Andrea è abile a muovere tutte le sue pedine su un campo da gioco, quello della provincia dove è nato e cresciuto, in funzione delle storie che vuole raccontare.

Non ho letto i volumi precedenti a Il respiro del sangue La sostanza del male (2016) e Lissy (2017) – ma se è vero che uno scrittore migliora col passare degli anni questo terzo romanzo conferma la bontà della scrittura di D’Andrea. Si rimane avvinti all’intreccio dell’autore bolzanino soprattutto per comprendere quanto ci sia di sovrannaturale nella morte di Erika o quanto essa sia dovuta alla “semplice” crudeltà umana. Intanto D’Andrea torna sul passato di tutti i suoi personaggi ricreando sapientemente il Sud Tirolo della fine degli anni Novanta tra bar, musica, droga e baracchini di cibo spazzatura lungo le strade di montagna. Natura con la enne maiuscola poca, antropizzazione molta, per riassumere.

Se siete arrivati fin qui però vorrete anche sapere se Il respiro del sangue è un romanzo realistico o un romanzo fantastico. Dietro al sorriso del colibrì – un modo di disporre i tarocchi che ricorre per tutta la vicenda – cosa si nasconde davvero? Non posso rivelarvelo per non rovinarvi la lettura del terzo libro di D’Andrea ma vi assicuro che il finale di partita difficilmente vi lascerà l’amaro in bocca. Tutti gli elementi per arrivare alla risoluzione della trama sono a disposizione del lettore fin da subito perché D’Andrea, almeno in questo libro, non vuole prenderci in giro. Arrivo anzi a dire che lo scrittore vuole troppo bene ai suoi lettori, si capisce da come tratta i suoi protagonisti – Tony Carcano e Sibylle – nei cui confronti si accanisce poco.

Chissà se D’Andrea terrà fede alla promessa che mette in bocca a Carcano: ogni romanzo diverso dall’altro evitando personaggi ricorrenti. Dispiace sapere di non incontrare più Freddy, Pollianna e Tante Frida (rispettivamente, il San Bernardo, la collaboratrice domestica e l’avvocato-consulente dello scrittore). Un altro modo di leggere Il respiro del sangue è infatti quello metalettario facendo caso alle frecciatine o ai riferimenti che D’Andrea inanella all’indirizzo del mondo editoriale nostrano: librai, lettori,  editor, agenti ecc. In questo tiene apparentemente conto di uno degli insegnamenti propri a certe scuole di pensiero inerenti alla scrittura: scrivete di ciò che sapete.

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Fabio Bacà, Benevolenza cosmica, non ho nessun accento ma un po’ di sangue italiano

Benevolenza cosmica Fabio Baca

Benevolenza cosmica di Fabio Bacà
Adelphi, febbraio 2019, (cartaceo 18 €, 240 pagine)

«Ogni tanto ho appuntamenti con umani dalle pretese irreali, quasi tutti convinti che una statistica favorevole sia l’incantesimo che li affrancherà da angosce metafisiche di vario tipo».

Come si fa a resistere a un esordio benedetto dal pittogramma di Adelphi? Non si può, mano al portafoglio e Benevolenza cosmica di Fabio Bacà è entrato a far parte della mia biblioteca senza troppe preoccupazioni. Almeno nel mio caso, la combinazione romanzo italiano di illustre sconosciuto quarantasettene più marchio riconosciuto ha funzionato, mi ha spinto all’acquisto sulla fiducia. Ci sono così poche informazioni su questo autore in Internet (non le riporta neppure il sito della casa editrice a oggi) che mi sono chiesto addirittura se un Fabio Bacà esistesse davvero. Solo Fahrenheit è riuscito a rassicurarmi facendomene sentire la voce (cliccate qui per ascoltare il podcast della sua intervista per il libro del giorno).

E dunque, romanzo d’autore marchigiano ambientato in una Londra simile alla nostra, ma alternativa, con protagonista Kurt O’Reilly, sangue italiano da parte di madre e statistico dell’ONS (l’Office for National Statistics britannico), perché la statistica, o meglio, il valore che diamo alle statistiche, è il cardine di Benevolenza cosmica. Impareremo leggendo il romanzo di Bacà come Kurt abbia scelto di intraprendere questa professione affascinato dagli eventi insoliti: “Un evento insolito era quasi sempre più interessante di un evento abituale, e un lavoro che ti permetteva di entrare in contatto ogni giorno con qualcosa di strano non era forse il lavoro ideale?”. Forse no, come avrebbe scoperto in seguito.

Londra alternativa dicevamo, perché è una capitale londinese, quella in cui si muove il protagonista, vittima di attacchi terroristici di matrice non meglio precisata dove però esiste un locale, lo Yellow Airship, partorito dalla fantasia di Bacà dove mi piacerebbe  andarci davvero: “il [suo] design mi lasciava sempre senza fiato. Richiamava la cabina di uno Zeppelin. […] Alla sala principale […]  si accedeva tramite una breve passerella sospesa sul trompe-l’oeil elettronico di un cielo in tempesta”. Oppure è presente in Fenchurch Street, la via del Walkie Talkie per intenderci, un altro grattacielo con in cima una piscina tanto tecnologica quanto metafisica, dove avrei paura a immergermi. Già questi due luoghi dell’immaginario per me valgono il prezzo del libro.

La trama di Benedizione cosmica è riassumibile in una domanda: Cosa fareste se da tre mesi a questa parte tutto, proprio tutto cospirasse a vostro favore? Se a ogni vostra azione (o a volte non azione) si verificasse un evento insolito e “fortunato”: prendete un taxi e non trovate traffico oppure vi viene offerta la corsa; le vostre azioni guadagnano contro tutte le previsioni degli esperti; registrate di continuo l’apprezzamento da parte dell’altro sesso? Vi preoccupereste come Kurt O’Reilly, e tentereste in ogni modo di scoprire il perché. Bacà non ci prende in giro e una sua spiegazione ce la fornisce, spero di non rovinare la sorpresa a nessuno se ho trovato la risoluzione dell’intreccio alla Night Shyamalan.

A me è piaciuto l’esordio di Bacà, arrivati fino a qui l’avrete bell’e capito. Si può poi interpretare Benevolenza cosmica come metafora di ciò cui sei costretto sovente a rinunciare in un momento ben definito della vita (eh, lo so son criptico apposta); oppure può rimanere una lettura piacevole piena di colpi di scena; un elenco cerca e trova delle statistiche reali rispetto a quelle inventate; una guida sui generis di Londra, perché no? È anche un esperimento editoriale interessante, un romanzo così poco italiano (facendo il verso a Stanis La Rochelle di Boris) può interessare un editore estero? Sembra fatto per essere tradotto in inglese, ad esempio. A questo interrogativo potranno dare risposta solo i prossimi mesi.

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