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Paolo Milone, Astenersi principianti, la morte e il nulla son cose diverse

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Astenersi principianti di Paolo Milone

Astenersi principianti di Paolo Milone
Einaudi, febbraio 2023, (cartaceo 17 €, 140 pagine; ebook 9,99 €; inviato in omaggio dall’editore)

– Cosa sta facendo, così lo ammazza! Lo faccia respirare!
– Signora, ma non vede che non respira?

Mentre sto scrivendo queste righe non ho (ancora) letto il romanzo di esordio che ha lanciato Paolo Milone fra le nuove promesse della narrativa italiana: L’arte di legare le persone (2021). Milone è di un anno più giovane di mia madre ed è anche la dimostrazione, come Camilleri del resto, che si può entrare da protagonisti sulla scena editoriale italiana anche superati di molto i sessant’anni. Se per il volume citato sopra eravamo dalle parti del memoir, o del racconto della propria professione, Milone è uno psichiatra, in  Astenersi principianti siamo invece sullo scaffale dei libri dedicati al tirare le somme, alle riflessioni su come, di fronte all’inevitabile, si sia chi più chi meno tutti inadeguati perché non preparati. Anche se per l’autore la consapevolezza della mortalità la si può paragonare a un farmaco, se la si usasse con oculatezza.

Astenersi perditempo è diviso in sei sezioni.  All’interno di esse componimenti in versi liberi, come in L’arte di legare le persone se ho ben capito, si alternano a brevi racconti, come quello che apre il libro. A Genova un uomo in coda alla cassa di un supermercato soccorre un uomo colpito da infarto. A rendere surreale la scena la moglie dell’infartuato, che non riesce a capacitarsi di come il marito le stia letteralmente morendo sotto gli occhi. Perché alla morte non crediamo più, perché la morte non la “vediamo” più, dato che la nascondiamo negli ospedali e nelle case di riposo. A proposito degli eventi degli ultimi due anni, inevitabile almeno un accenno, Milone scrive: “[Suvvia, ndr] Richiudiamo la morte nei suoi recinti”, che non è in fondo quello che ha infastidito di più chi alla morte non dà più peso?

Molti racconti hanno protagonista la Morte personificata, quella degli affreschi medievali con tanto di veste nera e di falce, o forse, più che al Medievo, Milone si rifà alla morte immaginata da Bergman in “Il settimo sigillo”. Dubito che l’autore conosca lo scrittore inglese Terry Pratchett ma in alcuni punti mi ha anche ricordato la Morte del Mondo Disco nata dalla penna di questo autore, maestro del fantasy umoristico. Si ride amaro in Astenersi principianti perché spesso Milone utilizza la “formula Samarcanda” per spiazzare il lettore: a chi farà davvero visita la Morte? A un personaggio chi ci sembra agonizzante o a quello che pare una comparsa sprizzante di vita? In altri tratteggia la Morte curiosa di comprendere l’uomo, come nel film Vi presento Joe Black (1998), o almeno desiderosa di prendersi una vacanza.

“Il reparto psichiatrico è l’ultima stazione di posta / alla frontiera del nulla”. Immagino che i lettori di L’arte di legare le persone saluteranno con piacere i frammenti poetici dedicati alla pratica psichiatrica. Non mancano e sono circostaziati al tema di questo libro. Alcuni esempi: se è vero che la depressione può ammazzare, è altettanto vero che letale può essere pure l’eccesso di euforia dei soggetti maniacali; invece, cosa lascia il suicida dopo di sé? Oggetti che qualcuno raccoglierà. E nei casi di sucidio a volte trenta secondi potebbero fare la differenza tra la vita e la morte. In altri casi colpiscono le definizioni più semplici, ma non per questo meno efficaci, di un disagio: “Io sono un pesce d’acquario / Se mi butti in mare, muoio”. E se teniamo a mente che Milone è di Genova anche due frasi così piane acquistano un significato più profondo.

C’è grande cura in questo volume – a partire dalla copertina, un’eterea illustrazione di Jean Cocteau di un uomo con le ali – che si legge in un pomeriggio, o in una giornata, e torna in mente nei giorni successivi. Certo dai trent’anni in giù colpirà gli spiriti più malinconici mentre non è consigliato (o forse sì, per una terapia letteraria d’urto) a chi con la morte non vuole averci nulla a che fare. Sebbene Milone scriva che “la morte non si fa prendere dalle parole. / Sfugge negli spazi bianchi, / come l’acqua del mare sfugge tra le dita” l’impressione, almeno la mia, è che ci sia riuscito a raccontarla. A farla camminare insieme al lettore per le strade di Genova, tra la passeggiata di Nervi e corso Italia (ma Milone non abusa della sua città che spesso non nomina) in un dialogo personale che diventa universale.

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Consigli di lettura: saggistica italiana e il libro postumo di Hitchens

Copertine dei saggi di Sciandivasci, Culicchia, Viola, Mantellini e Hitchens

Cose leggere di saggistica italiana (più un classico in lingua straniera da riscoprire) recente? Vi consiglio cinque libri che mi sono passati fra le mani. Un ringraziamento alla Biblioteca Civica di Rovereto, che custodisce una copia dell’ormai introvabile e fuori catalogo libro postumo di Hitchens – certo, a oggi si può comunque comprare a 35 euro su eBay e simili –, e a Einaudi che mi ha fatto omaggio dei libri di Viola e Mantellini (grazie!). Come in una puntata di “Sei gradi” di Radio Tre, i cinque saggi sono legati tra loro perché dalla famiglia passiamo al divorzio, dal divorzio all’avvocata divorzista che parla dei suoi libri preferiti, da un libro di Natalia Ginzburg che ha ispirato Mantellini una riflessione sulla vecchiaia oggi, dalla vecchiaia alla morte. Tutti, tranne Mortalità, sono disponibili anche in formato ebook tra i cinque e i dodici euro, verificate se la vostra biblioteca li ha in digitale.

Simonetta Sciandivasci (a cura di), I figli che non voglio, Mondadori. Raccolta letta per Geranio, il gruppo di lettura online cui partecipo. Titolo dietro al quale troverete pure gente che di figli ne ha avuti, però immagino che intitolarlo Figli sì, figli no sarebbe stato meno accattivante. Essendo una raccolta troverete le opinioni più varie, gran parte delle quali sono apparse sulla “Stampa” alimentando un bel dibattito in un Paese come il nostro dove le donne tendono comunque a fare meno figli. Le storture dovute all’inverno demografico che attende la società italiana si riflettono anche negli interventi più giornalistici che avrei limitato. In generale mi sono piaciute di più le testimonianze di chi dice senza mezzi termini “madri mai” di quelle che dicono “non so”.

Giuseppe Culicchia, Finché divorzio non vi separi, Giangiacomo Feltrinelli Editore. Satira al tempo del politcamente corretto sulle coppie che si separano aggiornata anche alle combinazioni oltre la lui/lei, che Culicchia sbrigativamente attacca in fondo al volume dopo aver descritto il punto di vista di lui e il punto di vista di lei riguardo a cosa capita alle copie che si sposano e poi si separano. Leggevo un po’ scettico pensando che quelli della mia generazione che conosco raramente si sono sposati saltando subito alla fase di farsi una famiglia. Però Culicchia è del 1965, ha quindici anni più di me, quindi può darsi che stia racontando qualcosa che riguarda la sua generazione. Riprendendo le parole di Douglas Adams, un pamphlet: fondamentalmente innocuo.

Ester Viola, Voltare pagina: dieci libri per sopravvivere all’amore, Einaudi. Ester Viola, di cui avevo molto appezzato l’esordio L’amore è eterno finché non risponde (2016) sia il seguito Gli spaiati (2018) torna per raccontarci dieci libri che qualcosa sull’amore possono insegnarlo, da Alta fedeltà di Hornby fino a Revolutionary Road di Yates. A cornice della descrizione dei dieci libri altrettanti casi di coppie che scoppiano o donne e uomini scottati dall’amore in quel di Milano che tutti attira e tutto trasforma. Un testo riconducibile al genere dei libri che consigliano altri libri, Voltare pagina ci riporta nel mondo letterario dell’autrice ma facendoci rimanere troppo poco, come in visita in uno di quei palazzi meneghini dove “sono i camerieri a portare i cani in strada”.

Massimo Mantellini, Invecchiare al tempo della rete, Einaudi. Concepito come un tributo al saggio La vecchiaia di Natalia Ginzburg (disponibile in Mai devi domandarmi), testo in cui nel 1968 la scrittrice si interrogava a 52 anni (!) su che cosa volesse dire diventare vecchi, Mantellini fa il punto su cosa significhi, cinquanta anni dopo, la stessa cosa. Cosa c’è di diverso? “È accaduto che la tecnologia è diventata ubiquitaria e molto potente […] oggi il tema principale riguarda il patto che la vecchiaia stringe con le tecnologie digitali e la loro invadenza”. Memorabile l’analisi del vecchiogiovane che l’autore identifica come una delle reazioni possibili all’attuale età digitale: “Il vecchiogiovane […] riconosce [la sua età] e la rifiuta” per poi infine gettare anche lui la spugna.

Christopher Hitchens, Mortalità, Piemme (trad. it. di S. Puggioni e A. Carena). Volume del 2012 che raccoglie gli ultimi articoli scritti su “Vanity Fair” dallo scrittore britannico, poi statunitense, Christopher Htichens, scomparso il 15 dicembre 2011 a 62 anni per un cancro all’esofago. L’ho recuperato grazie a un’indagine sui mestieri della morte che la casa editrice per cui lavoro pubblicherà a maggio 2023. Mortalità è il racconto della scoperta della malattia, della speranza di essere in quell’esigua percentuale di persone capaci di scamparla fino alla “decisione di accettare qualunque cosa la mia malattia mi riservi e di rimanere combattivo pur misurando la portata del mio inevitabile declino”. Memoir disincantato di un ateo sul nostro comune destino.

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Consigli di lettura: fantascienza e primo Novecento

Copertine dei romanzi di Ta-Wei, Diaz, South, Larrue e Pomella

Letture a cavallo dell’anno. Quando le vacanze natalizie permettono l’abbuffata, complice anche l’ottimo assortimento della Biblioteca Civica di Rovereto. Le passo di nuovo in rassegna prima di restituirle (sono tutti volumi disponibile anche in formato ebook tra i cinque e i dodici euro, verificate se la vostra biblioteca ne possiede una copia digitale).

Chi Ta-Wei, Membrana, Add Editore (trad. it. Alessandra Pezza). Un romanzo di fantascienza classica del 1995, che fortunatamente ha infine trovato la sua edizione italiana. Chi Ta-Wei ci porta sott’acqua, dove l’umanità si è trasferita per via delle redazioni solari – se vi ricorda qualcosa “Highlander II” è del 1991, nessuno scudo però a difendere la Terra – e Momo, protagonista della vicenda, lavora come estetista. Sarà vero che tale professione è diventata di importanza capitale nel 2100? Leggetelo per scoprirlo. E se le membrane vi rammentano qualcos’altro, forse sono le clips del sistema SQUID di “Stranger Days”, non a caso dello stesso anno (1995). Se invece siete giovani un po’ vi invidio perché la storia vi sembrerà del tutto nuova ^___^

Hernan Diaz, Trust, Giangiacomo Feltrinelli Editore (trad. it. Ada Arduini). La vera sorpresa per me del 2022, un romanzo che leggi e ti viene da pensare: “Che bello leggere romanzi!”. Non uno, non due, non tre ma bensì quattro storie che raccontano da punti di vista diversi la stessa vicenda. Capite che da fan di David Mitchell non posso chiedere di meglio (nessun elemento soprannaturale però, se non vi piacciano andate tranquilli). Difficile raccontare qualcosa di Trust senza rovinarvi il piacere di capirne il meccanismo. Molto bella la rievocazione della New York e dell’Europa primo Novecento che fa da sfondo alla trama – c’è anche spazio per l’emigrazione italiana negli Stati Uniti e le idee anarchiche contrapposte a quelle degli speculatori di borsa.

Mary South, Mi ricorderò di te, Pidgin Edizioni (trad. it. Stefano Pirone). Primo volume di questa piccola casa editrice napoletana che leggo e, vista la proposta, non sarà neppure l’ultimo. Dieci racconti che oscillano tra la fantascienza e una fotografia della nostra realtà odierna, sempre più intermediata dalla tecnologia. I racconti di South che colpiscono di più, a mio parere, i secondi, quelli plausibili – L’età dell’amore, Mi ricorderò di te (che dà il titolo alla raccolta), L’agente immobiliare dei dannati – mentre quelli dove South spinge sull’acceleratore scifi virano troppo sul bizzarro, penso a L’ostello in particolare. Anche i temi della maternità e dell’accudimento sono tra i leitmotiv della raccolta, se per voi sono inquietanti evitate di leggerla.

Arthur Larrue, La diagonale Alechin, Neri Pozza (trad. it. Alberto Folin). Dovrebbe esistere un genere letterario a sé per i romanzi che hanno come elementi cardine, o comunque importanti, gli scacchi e gli anni trenta e quaranta del XX secolo – La variante di Lüneburg di Maurensig, Novella degli scacchi di Zweig, La città dei ladri di Benioff ecc. (altri spunti sul “Libraio”: Libri sugli scacchi: tra romanzi, saggi e racconti. La diagonale Alechin del francese Larrue racconta l’ultima parte della vita alquanto sregolata di Aleksandr Alechin, campione del mondo di scacchi dal 1937 al 1946. Scacchi, viaggi in piroscafo e in treno, la Francia, Parigi, i nazisti, i sovietici: se non ne avete abbastanza è il romanzo per voi. Brillante e tetro insieme, molto materico.

Andrea Pomella, Il dio disarmato, Einaudi editore. Romanzo del 2022 letto per Geranio, il gruppo di lettura online cui partecipo. Ricostruisce gli antefatti dell’agguato di via Fani del 16 marzo 1978 nel quale dei criminali trucidarono Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Francesco Zizzi, Giulio Rivera e Domenico Ricci, uomini di scorta del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Moro fu rapito per poi essere ucciso a sua volta il 9 maggio. “‘Chi ha morto il nonno?’ chiedeva Luca. ‘Degli uomini cattivi’ rispondeva Agnese. ‘Con cosa?’ domandava Luca. ‘Con una pistola’ diceva Agnese. ‘Perché?’ chiedeva ancora Luca. ‘Non lo sappiamo, quando lo sapremo te lo diremo’” [da La casa dei cento natali di Maria Fida Moro].

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Patricia Lockwood, Nessuno ne parla, poco a poco il mondo la richiamò a sé

Nessuno ne parla di Patricia Lockwood
Nessuno ne parla di Patricia Lockwood

Nessuno ne parla di Patricia Lockwood
Traduzione di Manuela Faimali
Mondadori, aprile 2022, (cartaceo 18,50 €, 168 pagine; ebook 9,99 €)

«”Probabilmente andrò a casa quando avrò finito la magnum di vodka” si disse, come una Cenerentola al contrario, continuando a infilarsi nel bicchiere che le calzava alla perfezione».

In uno scambio su Twitter qualche settimana fa mi sono accorto di quanto poco si parlasse di “Nessuno ne parla” di Patricia Lockwood, probabilmente perché il suo personaggio in Italia ha meno seguito che negli Stati Uniti (più di 110.000 follower su Twitter, per darvi un’idea). Qualche giorno dopo Mondadori mi ha inviato una copia del libro perché ero e sono convinto davvero che bisognerebbe dargli più visibilità. Lockwood del resto non è nuova al lettore italiano, che ha già potuto leggere il suo memoir “Priestdaddy. Mio papà, il sacerdote” nel 2020. E se già essere figlia di un prete cattolico è una storia che merita di essere raccontata di per sé ciò è ancora più vero per quella narrata in questo romanzo.

Diciamo che vi ho convinto e avete acquistato o preso in biblioteca “Nessuno ne parla”. Dopo poche pagine vorreste scrivermi un’email chiedendomi cosa l’avete preso a fare perché “non si capisce niente”. Ecco, il libro di Patricia Lockwood merita di fare un po’ di fatica in più. Di immaginare, come ha fatto lei, il modo migliore per rendere sulla pagina lo scorrere infinito dei post sui social network, e non solo. Anche la nostra reazione a essi. Nel romanzo la figura del marito è spesso utilizzata come controcanto alla assuefazione a Internet della protagonista. Siamo sicuri sia davvero necessario apprendere in presa diretta ogni minima tragedia del mondo? “Ovvio che stava piangendo. Perché lui non stata piangendo?”.

Diviso in due parti, “Nessuno ne parla” affronta esattamente questo tema. Il nostro presente, che anche se in modo differente per fasce generazionali, caratterizzato dalla simultaneità informativa del nostro essere connessi con, potenzialmente, ogni altro essere umano del pianeta, e il nostro privato, che possiamo decidere o meno se gestire secondo le regole del mondo nuovo (“[…] alla fine non aveva idea di dove finisse lei e dove iniziasse il resto della gente”), oppure no. Tenerci per noi. Perché non sempre la vita è una successione di meme divertenti da condividere, a volte, perché non dire sempre?, sono anche fatti terribili che vuoi/puoi vivere solo con la tua famiglia o comunque con le persone a te più vicine.

Fate allora questo sforzo, superate la prima parte, ricordo a tutti che Lockwood è una poetessa e onore alla traduttrice Manuela Faimali di aver reso comprensibile una successione di frasi che altro non è che un flusso di coscienza (con tanto di omaggio a Joyce: “Quando varcò i cancelli di Saint Stephen’s Green, il nuovo libro, il flusso di coscienza collettivo, iniziò a scorrere verso il busto rigido di Joyce”) la seconda parte è tutta un’altra storia, infatti. Se la notizia della gravidanza della sorella della protagonista era stata solo una notizia tra le tante tra quelle affiorate tra le onde del portale, vale a dire Internet, una diagnosi medica linfausta a rende così speciale da, incredibilmente, strapparla da una vita in funzione di essa.

Perché il tempo che possiamo dedicare alle persone, il tempo intimo dello “stare vicino” non in senso lato ma fisico è ancora in gran parte fuori dalla Rete. Non è stato digitalizzato come tante altre cose, anche se può sembrarlo, a volte. Se devo aiutare concretamente un parente, o in generale il mio prossimo, ciò è possibile perlopiù staccando da Internet. O per meglio dire, solo in una modalità di comunicazione con l’altro totale, c’è chi ci riesce anche a distanza, si può essere partecipi della sofferenza dell’altro. E piangerete anche voi come ho fatto io per la piccola Lena, per la volontà di vita di una piccola bambina rimasta su questa terra giusto il tempo di provare a comunicare e di farsi amare.

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Daria Bignardi, Libri che mi hanno rovinato la vita, bisognerebbe vivere per sempre solo per leggere

Libri che mi hanno rovinato la vita

Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici di Daria Bignardi
Einaudi, febbraio 2022, (cartaceo 16,50 €, 168 pagine; ebook 9,99 €)

«Il terrazzo di via Barbavara – con la lavanda, le rose, la vite, i tetti rossi, le rondini, il tramonto – è così bello che non so più dove sto andando con questo libro».

Ho avuto modo a Rovereto a fine aprile di assistere alla presentazione di Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici di Daria Bignardi, volume che ho comprato per l’occasione. Sala Kennedy piena, grande affetto per l’autrice da parte della platea, perlopiù femminile. Introdotta da Giorgio Gizzi della libreria Arcadia, che aveva organizzato la serata, Bignardi ha parlato per un’ora del suo primo libro per Einaudi uscito per la collana Stile Libero Big, che propone testi di narrativa italiana contemporanea. In caso vi capitasse di fare come me, ascoltare la scrittrice parlare del libro e solo poi leggerlo, vi accorgerete che in due ore di conversazione con lei potevate quasi fare a meno di dedicarvi alla sua lettura.

Naturalmente la maggior parte dei lettori non avrà questa occasione ma una “chiacchierata” è il termine che forse meglio descrive il libro, a tutti gli effetti un breve memoir. Un volumetto (dimunitivo nel senso delle dimensioni) autunnale, almeno per come l’ho percepito io, sicuramente malinconico come da “sottotitolo”; una testimonianza lasciata ai posteri dalla scrittrice a lettrici e lettori per dire loro: sono dei vostri, l’unico vero amore della mia vita è, e sarà, la lettura. Subito all’inizio (p. 17), Bignardi rivendica come proprio talento il “leggere velocemente”, un’abilità che l’ha formata e che, essendo la sua persona condizionata da una fascinazione per la sofferenza (“La mia malattia […] era che mi piaceva soffrire”), l’ha portata sia a leggere libri nocivi sia salvifici, seguono esempi con tanto di note bibliografiche.

Più volte durante l’incontro Bignardi ha definito il suo libro “spudorato”. Se è forse vero per quel che riguarda il racconto della sua giovinezza non lo è altrettanto per la sua storia recente di personaggio pubblico, che viene brevemente riassunta in una singola pagina. “La vergogna e il senso di colpa per […] aver parlato del dolore”, parole sue a pagina 125, devono ancora essere troppo forti per condividere compiutamente con i lettori gli ultimi sette anni della sua vita, sintetizzati a pagina 139 nell’essersi ammalata di cancro, avere accettato avventatamente un incarico troppo gravoso in quel momento e avere rotto col marito. E non era neppure tenuta a scrivere ciò che le era accaduto in quel modo, perché il libro poteva benissimo terminare a pagina 137 dove c’è scritto:

“Ma in questo periodo, chissà perché, sono così illogicamente allegra che mi seccherebbe morire”.

Quindi almeno io mi sono chiesto con quale spirito è stato scritto questo libro, che sicuramente è un libro che parla di libri ma in modo troppo scostante per essere del tutto convincente. Vi si cela dietro il timore di un ritorno della malattia? Bignardi ha utilizzato gli appunti di un anno, a credere all’artificio della struttura a diario, per lasciare una parziale biografia di sé che travalicasse il genere romanzo? (Almeno un paio di volte durante la presentazione si è rivolta a Gizzi tra il serio, il faceto e il malizioso chiedendo: “Davvero pensi che i miei romanzi siano biografici?”, così lui li aveva definiti). Non è un male scrivere per se stessi, tutti noi lo facciamo, quel che può risultare stonato è in senso editoriale “creder speciale una storia normale” citando Guccini. O non chiedere all’autrice un qualcosa di più, niente affatto facile me ne rendo conto.

Quello scrivere per se stessi l’ho rubato da una recensione da una stella al libro di tale Stefano su Amazon, che pensa che Bignardi sia una privilegiata che vive “in paradiso” e che non abbia saputo trasmettere nulla con “Libri che mi hanno rovinato la vita” ai suoi lettori, se intesi come “comuni mortali”. In questo senso se come personaggio vi sta antipatica troverete conferme e se vi sta simpatica pure.  Quel che alla fine ho capito io, è che il titolo non corrisponde al contenuto del volume. Quel che mi sembra di aver compreso è che sarebbe potuto essere, fosse stata davvero spudorata, il racconto di come da “l’ultima delle collaboratrici della sezione Cultura e Spettacoli di «Panorama»” Daria Bignardi sia in quarant’anni diventata la Daria Bignardi* ma il tutto viene celato dietro storie che non sono la sua.**

* A scanso di equivoci, non intendo chissà quale storia torbida, solo la cronaca di una carriera che a malapena fa capolino in qualche pagina, tra i rimossi più grandi di questo libro.

** Inteso in questo senso il titolo del libro è perfetto.

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Haruki Murakami e Ozawa Seiji, Assolutamente musica, è dunque così che si crea una musica splendida?

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji

Assolutamente musica di Murakami Haruki e Ozawa Seiji
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, ottobre 2019, (cartaceo 19,50 €, 308 pagine; ebook 9,99 €)

«Murakami: “Più l’ascolto, [Ozawa], più mi rendo conto di quanto sia difficile dirigere un’orchestra! Mi sembra molto più facile scrivere un romanzo, senza nessuno intorno (rido)”».

Un anno fa, grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia omaggio, ho letto Assolutamente musica, edizione italiana di una raccolta di conversazioni pubblicata nel 2011 in Giappone fra lo scrittore Murakami Haruki e il direttore d’orchestra Ozawa Seiji. Sei “sbobinature” di incontri avvenuti in tempi e luoghi diversi, intervallati da quattro interludi e una descrizione della cittadina svizzera di Rolle*, più una introduzione di Murakami e una postfazione di Ozawa. Si tratta di un libro che immagino possa essere compreso appieno, e apprezzato oppure no, dai cultori di musica classica ma da ascoltatore occasionale – fingendo modestia lo stesso Murakami scrive nelle prime pagine: “Sono davvero un dilettante” – mi è piaciuto molto.

Un secondo livello di lettura, oltre a quello scontato dello “scrittore che intervista direttore d’orchestra”, è rappresentato in “Assolutamente musica” dalla riflessione sulla creazione artistica, meglio ancora sull’esecuzione della creazione artistica. Un direttore d’orchestra ha come scopo quello di coordinare al meglio un insieme di professionisti per ricreare la musica scritta su uno spartito da un compositore. Allo stesso modo uno scrittore deve avere ben chiaro in testa cosa fare. Scrive Murakami: “Naturalmente [per scrivere un romanzo] è necessario saper scrivere, ma prima ancora bisogna pensare: «Voglio raccontare a tutti i costi questa cosa qui», averne il forte desiderio […] per trasmetterla così com’è al pubblico” .

Dice a un certo punto Ozawa a Murakami: “Sa, a forza di parlare di musica, sono arrivato a pensare che non la concepisco come lei. Quando studio un’opera mi concentro sullo spartito…” E Murakami: “[Ovvero], lei non cerca il significato dell’opera… l’accoglie per quel che è”. In questo scambio di battute spero di chiarire quanto espresso sopra. Un direttore d’orchestra, almeno nel modo in cui lo intende Ozawa, è sì un artista ma in modo differente dallo scrittore, così come del resto riconosce lo stesso Murakami: “La natura delle nostre attività è diversa, ma immagino che il nostro livello di attenzione sia identico”. L’oscillazione tra quanto c’è di simile e di dissimile tra dirigere un’orchestra e scrivere un romanzo fa da contrappunto a tutto il libro.

Ho trovato molto utile, e lo consiglio vivamente a tutti coloro che si cimenteranno nella lettura di “Assolutamente musica”, di recuperare su YouTube, o altrove, le sinfonie di cui parlano Murakami e Ozawa. Specie in passaggi come questo, in cui si discute di Mahler. «Murakami: “Ho sempre trovato quest’improvviso cambio d’atmosfera… come dire? Inedito… originale”. Ozawa: “Ha ragione. Questa melodia ebraica che salta fuori subito dopo una marcia funebre. È un’associazione un po’ pazza”» (youtu.be/0QRAS4PnwhE). Vi assicuro che recuperando il brano capirete ancor di più quel che intendono i due amici. Niente di meglio che sperimentare una vera e propria lettura “aumentata”.

Consigliato a chi compra tutto ma proprio tutto di Murakami? Certo che sì ma adatto anche a chi vuol conoscere il dietro le quinte di mezzo secolo di musica classica ai suoi livelli più alti grazie agli aneddoti di Ozawa. Come scrive il Maestro: “avevo troppo lavoro per pensare al passato, ma ora i ricordi tornavano, uno dopo l’altro, in un’ondata di nostalgia. Un’esperienza nuova, per me”. Aspettatevi dunque una conversazione pacata tra un settantacinquenne e un sessantenne; ha probailmente ragione Murakami Haruki quando scrive che forse un titolo più indicato per questo libro sarebbe stato I miei pomeriggi con Ozawa Seiji. E grazie a lui ci siamo anche noi.

* A Rolle Ozawa Seiji ha fondato la Seiji Ozawa International Academy Switzerland in cui ogni estate “musicisti di talento, tra i venti e i trent’anni, accorrono da tutta Europa per riunirsi in una specie di ritiro e ricevere una formazione”.

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Niklas Natt och Dag, 1794, si mormora che la fine è ormai vicina

1794 di Niklas Natt och Dag

1794 di Niklas Natt och Dag
Traduzione di Gabriella Diverio, Barbara Fagnoni e Stefania Forlani
Einaudi editore 2020, 544 pagine; 20 €; ebook 9,99 € (copia ricevuta in omaggio dall’editore)

Cardell allarga le braccia in un gesto di rabbia e delusione.
– Ma i cieli e l’inferno si svuotano dei loro abitanti solo per prendersi gioco di noi miserabili esseri umani? Quando non sono frutto dell’immaginazione, sono farse.

A distanza di un anno, è proprio il caso di dirlo, Niklas Natt och Dagg ci riporta nella Stoccolma di fine Settecento eloquentemente dipinta in “1793”. Cecil Winge e Mickel Cardell erano riusciti a dare un nome e una sepoltura al cadavere di moncherino d’uomo ritrovato nella cloaca della capitale dopo poco meno di cinquecento pagine di indagini e colpi di scena. Lo scrittore svedese rimane sulla stessa misura per raccontarci quel che è accaduto dopo la chiusura del caso e la morte di Winge per tisi. L’ex soldato non l’ha presa bene: “Molti sostengono che sia coperto di debiti e lavori senza sosta al soldo di chichessia, ma che sia costretto a usare ogni singolo spicciolo che si guadagna per scrollarsi gli scagnozzi di dosso e tenersi lontano dalla gattabuia”.

“1794” è la dimostrazione di come non solo il Settecento sia un secolo spietato ma altrettanto senza pietà sia Natt och Dag con i suoi personaggi. Per carità, lo si era già ben compreso nel volume precedente, dove non aveva utilizzato nessun escamotage per salvare dalla tomba il suo Sherlock Holmes, il brillante procuratore Cecil Winge. E infatti, terminato il prologo lungo centotrenta pagine dove conosciamo il nobile erede della magione di campagna Tre Rosor e la sua disgrazia (ovvero il motore che metterà in moto la vicenda al centro di “1794”) il primo interrogativo è proprio questo. Come farà Cardell, il nostro Watson, a risolvere il caso questa volta? La risposta implicita è che se c’è – o c’è stato – uno Sherlock c’è anche un Mycroft.

E perdonatemi se insisto su questo aspetto, è un debito evidente che già avevo sottolineato scrivendo di “1793”. Natt och Dag si presta volentieri a utilizzare il duo “investigatore e aiutante” del romanzo giallo che ci accompagna dalla pubblicazione di “Uno studio in rosso” (1887). Il rapporto tra Winge e Cardell, in parte rovesciato rispetto al primo volume, è anche questa volta uno degli aspetti che più mi hanno colpito durante la lettura: “Oserei dire che Cardell vede la possibilità di rivivere il passato. Faresti bene a ricordare che la sua lealtà non è rivolta a te, ma allo spettro di colui che non è più tra noi. E in questo sta il pericolo. Le sue azioni vengono dal cuore, e tendono a essere incostanti e imprevedibili. Fai attenzione”.

Suddiviso come il precedente in quattro parti, sostituito l’epistolario con un memoriale per quel che riguarda il prologo, i protagonisti di “1794” sono in realtà tre: Winge, Knapp (sì, torna anche Anna Stina, naturalmente) e Cardell. In apparenza Natt och Dag questa volta rinuncia al suo quarto personaggio (la storia) per il suo noir ma ci si rende poi conto che il prologo, ambientato in gran parte nella colonia svedese dell’isola caraibica di Saint-Barthélemy, le rende giustizia e abbia avuto bisogno di un gran lavoro di ricerca. Alzi la mano chi si ricordava che pure la Svezia aveva cercato il suo posto al sole nel mar dei Caraibi. E nelle colonie, com’è noto, ci finivano sia i santi sia i peggiori peccatori, come scopriranno i lettori.

“1794” mi è piaciuto come “1793”? Non esattamente. Mi ha fatto arrabbiare molto. Perché se il primo volume si può considerare autoconclusivo non penso si possa considerare tale “1794”. Lascia troppi interrogativi aperti cui varrebbe la pena rispondere. Ed è cupo, cupissimo. Senza scampo (?). Sta arrivando un terzo romanzo, come ci ricorda l’aletta della quarta di copertina, ma non so proprio come Natt och Dag potrà tornarmi in simpatia dopo quello che ha fatto ai suoi personaggi in “1794”. Consigliato dunque a chi si aspetta emozioni forti, siamo sempre dalle parti delle peggiori abiezioni umane, di sicuro non a chi tende a partecipare o tifare per i protagonisti delle storie che legge.

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Daniele Rielli, Odio, una vita morale era impossibile

Odio di Daniele Rielli

Odio di Daniele Rielli
Mondadori 2020, 528 pagine; 20 €; ebook 10,99 €

«Nella sequenza finale […], io giocavo sul tappeto con il nuovo modellino  […]. Mio padre con un toscano in bocca faceva scattare l’accendino, lo spegneva e lo riaccendeva. Lo spegneva e lo riaccendeva».

Non so se “Lascia stare la gallina” (2015) di Daniele Rielli sia un libro di culto, non l’avevo mai sentito nominare, l’ho recuperato a metà prezzo via Libraccio dopo aver letto “Odio” uscito per Mondadori quest’anno (ho deciso di comprarlo grazie all’intervista all’autore di Gabriele Ferraresi su Esquire). Ricordavo il clamore suscitato da “Quitaly” (2014), quando Rielli pubblicava sotto lo pseudonimo di Quit the Doner. Anche il protagonista di “Odio”, Marco De Sanctis, inizia a farsi conoscere come blogger dopo essere uscito innocente da una vicenda giudiziaria da giovane. L’abilità retorica di De Sanctis – impegnato come organizzatore di eventi a Bologna ma destinato allo stato di mera sussistenza peculiare dei trentenni di oggi – gli fa fare il salto di qualità quando viene notato dal Maestro.

Il Maestro, angel investor impegnato a dare una mano al governo Renzi nella digitalizzazione del Paese, assume De Sanctis (DeSa) come ghost writer per gli articoli a sua firma sui giornali. Questo dà modo alla voce narrante del romanzo, il sopracitato DeSa, di conoscere sia il mondo dei salotti romani sia la galassia di start-up che orbita su Milano. L’ulteriore svolta per De Sanctis – quella da comprimario ad apparente protagonista di “Odio” – è riassumibile in questo passaggio: “[Decisi che] Io sarei diventato un mercante di dati, avrei venduto agli inserzionisti l’attenzione delle persone, attenzione già guadagnata da altri”. Nota: è a questo punto che la vicenda, raccontata a posteriori, inizia a saldarsi al tempo presente.

Romanzo realistico per l’80% è un peccato “Odio” si fermi sul più bello, quando Rielli tira le fila della sua rielaborazione degli anni zero e dieci del XXI secolo facendoci solo assaggiare lo sviluppo della storia. Curioso come, se ci fosse anche la casa di un pittore nella valle trentina dove si ritira il protagonista, DeSa potrebbe ricordare il Menshiki del Murakami de “L’assassino del commendatore”, sebbene il personaggio di gran lunga più interessante di “Odio”, almeno per me, rimarrà per sempre (o Rielli ci regalerà un seguito?) il Maestro, se ispirato a qualche persona reale non voglio nemmeno saperlo, non è importante, che se la gioca con Moriarty di Conan Doyle in quanto a carisma e obiettivi.

Viceversa, a meno che non siate fan del Piccolo de “La separazione del maschio”, il personaggio più debole di “Odio” mi pare essere proprio Marco De Sanctis, cui c’è da credere che nel momento in cui non potrà più essere in grado di possedere una donna – come racconta in un famoso aneddoto Freud a proposito dei bosniaci: “Tu lo sai, Herr, quando non si può più far quello, la vita non ha valore” – perderà la voglia di vivere. Se infatti il lettore maschio bianco etero tipo sulla soglia dei quaranta può immedesimarsi in De Sanctis senza troppa fatica fin dalle prime pagine, il rischio che diventi alla lunga stucchevole l’elenco delle conquiste alla “Madamina, il catalogo è questo…” non è da escludere.

In cento parole: “Odio” è un riassunto sapiente degli ultimi quindici anni del nostro Paese e ha il merito di spiegare dall’interno, oltre a quello che più volte è stato già raccontato (l’ambiente dell’accademia, della politica, della carta stampata ecc.), modi di fare imprenditoria che perlopiù rimangono fuori dalla narrazione in Italia, esclusi casi eclatanti (ad esempio, chi avrebbe mai appreso di Bending Spoons se non fosse stato per l’app Immuni?) o che pochi altri hanno descritto finora, penso a Le vite potenziali di Francesco Targhetta. E adesso tocca leggere “Lascia stare la gallina” e aspettare il prossimo di Rielli.

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Marta Barone, Città sommersa, e mio padre era sempre due o tre passi avanti a me

Città sommersa di Marta Barone

Città sommersa di Marta Barone
Bompiani 2020, 18 €; ebook 9,99 €

«Immagini di mio padre […]. L’oro e il rosso profondo della Madonna della Misericordia tardogotica che allargava il mantello in un museo di Arezzo, e lui fermo lì davanti, che si girava a guardarmi con un sorriso pieno di incanto […]».

Non ne volevo sapere di leggere un’altra ricostruzione degli anni Settanta. Eppure ho comprato “Città sommersa” di Marta Barone. Incoerenza? Può darsi. Essere coerenti, si capisce leggendo queste trecento pagine, è un peso che ti può schiantare, se non hai dentro di te un’ideale che va oltre i partiti, come L.B., il padre della voce narrante o, viceversa, se non sei pronto a riciclarti, a passare magari a quella Chiesa che i movimenti d’estrema sinistra di cinquant’anni fa ricordano tanto. Liberi dai dogmi per essere in fondo assoggettati ad altri dogmi ancora più severi: “Credevano in quello che facevano e la maggior parte di loro non ha mai fatto del male a nessuno, se non a sé stessi. Sono stati divorati dalla Storia” (dice lo scrittore che crede di non averne fatto parte).

Fosse solo rievocazione storica Marta Barone avrebbe già fatto un gran lavoro. Traspare la fatica della ricerca a osservare in controluce “Città sommersa”: la Torino degli anni Settanta riemerge dal fondo del lago del tempo con colpi di pennello precisi nelle tinte del bianco e del nero e, per gli episodi più recenti, delle foto dai colori alterati degli anni Ottanta. Il romanzo, sempre che si possa fare affidamento sulla narratrice, è una profezia che si auto avvera. L.B. che dice alla figlia che un giorno scriverà un libro su di lui. Perché se è vero che Leonardo Barone ha avuto una decent life, come sostiene, forse a ragione, un insopportabile che l’aveva conosciuto bene, è anche vero che la sua esistenza è stata larger than life.

E se altrove l’espediente per raccontare una storia è un manoscritto ritrovato, tutto parte in “Città sommersa” da una memoria difensiva di L.B. che si scopre essere stato soggetto a un processo. “Per quanto non fossi bene in grado di definire le sue virtù, di certo non sembrava portato al crimine. Era finita lì, in un improbabile impeto di compassione infantile per lui, che sapevo esser debole, e quindi, indiscutibilmente, vittima”. E dunque, anche noi lettori, come Marta Barone, ci arrovelleremo per tutto il libro su un interrogativo: L.B. ha o non ha aiutato consapevolmente uno della fazione armata dei movimenti di estrema sinistra nella sua qualità di medico? Quanto questo sia o meno importante si capirà durante la lettura.

Mentre, senza un disegno di riferimento, Marta Barone tenta di ricostruire il puzzle da mille pezzi raffigurante l’esistenza del padre, intanto, non si può che solidarizzare con lei.Del resto non saprò mai niente. Non saprò mai quando scoprì i libri, se aveva un posto segreto dove rifugiarsi a fantasticare e a leggere da solo, […] che cosa infine lo rese diverso da tutti gli altri […]. Forse […] era così già alla nascita”. E se forse un appunto le si può muovere, è che conoscere così a fondo i propri genitori equivarrebbe a eleggerli come propri amici [quanto è vero che si dovrebbe scriverne di più di romanzi sull’amicizia, Marta, quand’è che ne scrivi uno? ndr] quando per loro natura, almeno per chi scrive, sono altro.

Comprendere i propri genitori. E chi ci è mai riuscito? Vi ci si può provare, specie quando il rapporto con loro è stato tormentato. Quando in extremis si tenta di recuperare quel che durante la nostra esistenza crediamo di avere sprecato o perduto. “Sapevo che anche lei, come altri, pensava che io non avessi voluto abbastanza bene a mio padre. Diciamo che non gli avessi voluto bene nel modo giusto […]. E forse non mi considerava titolata […] ad andare a chiedere un racconto su di lui”. “Città sommersa” è un omaggio che pochi figli possono dire di aver tributato all’ombra di un padre che l’acqua del Lete ha già bevuto.

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Andrea Coccia, Contro l’automobile, le auto sono ovunque

Contro l’automobile di Andrea Coccia

Contro l’automobile: è più facile immaginare la fine del mondo che un mondo senza auomobili di Andrea Coccia
Eris Edizioni 2019, 6 €; (non c’è l’edizione ebook)

«L’automobile è sempre. Lo è sia se l’unità di misura è una tua giornata, sia se è la tua intera vita. Le quattro ruote ti inseguono dalla culla alla tomba».

Ottant’anni fa, all’inizio degli anni quaranta del XX secolo, mio nonno materno si consultò con la sua famiglia per un acquisto importante. Comprare oppure no per recarsi al lavoro una bicicletta, vale a dire per fare diciotto chilometri di strade bianche ogni giorno tra andata e ritorno? Non solo costava la bicicletta in sé (diverse centinaia di lire, moltissimo per dei contadini), bisognava pagare anche una tassa di circolazione di dieci lire e decidere se acquistarla o meno con fanale e dinamo, altra spesa da mettere in conto visto che d’inverno nel Bellunese il sole scompare presto dietro le montagne. Alla fine decisero che sì, l’acquisto era da fare.

All’epoca il mondo non era ancora stato conquistato dalle automobili, appannaggio del ceto benestante, unico ad avere diritto alla velocità, Andrea Coccia descrive bene nel suo pamphlet Contro l’automobile come  si sia arrivati nel XXI secolo a nuclei familiari che in media hanno non una ma due automobili. Non solo è diventato un acquisto indispensabile (ben diverso da quello di mio nonno!), soprattutto per chi abita fuori dalle grandi città, ma invece di tanti Nuvolari gli esseri umani sono stati ridotti alla caricatura del salariato in coda in tangenziale, perfino in un film Disney come “Gli incredibili”, non so se ve lo ricordate, il superuomo frustrato era compresso nella sua microscopica utilitaria, imbottigliato nel traffico.

Le autoscrive Cocciaoccupano il nostro immaginario, il nostro spazio e il nostro tempo. Sono “l’elemento della realtà più ricorrente della nostra epoca”, ed è difficile dargli torto visto che ci accompagano da bambini, con le macchinine giocattolo, fino alla tomba, con i carri funebri, che non sono altro che auto di lusso. Da scommessa di imprenditori come Renault e Ford l’automobile si è imposta come mezzo privilegiato di trasporto in meno di un secolo soppiantando il treno, troppo facilmente controllabile dai suoi stessi lavoratori suggerisce Coccia per essere davvero affidabile per governi totalitari (come l’Italia fascista prima e la Germania nazista poi) e democratici (come gli Stati Uniti d’America).

La tesi di Coccia è trasparente e palese: “l’automobile è il cuore pulsante del capitalismo“. Non solo, siamo stati convinti da campagne pubblicitarie martellanti e pervasive che “l’auto sia l’ultimo rifugio del nostro diritto alla libertà e alla felicità personale”. Nemmeno l’automazione dell’auto promessa da aziende come la Tesla di Musk potrà dirsi una conquista, o un cambio di passo, dato che si tratterà di aver pagato a caro prezzo “la libertà […] di muoversi su immensi treni disarticolati”. L’automobile ha vinto e il trasporto pubblico ha perso ma “la dipendenza dalle automobili è così reale e totale da averci portato a pensare che non ci siano alternative credibili?”

Coccia non è affatto un luddista, non propone di tornare al cavallo e al carro ma di sposare buone pratiche tecnologiche, sia meccaniche sia energetiche, insieme a stili di vita che non portino acqua all’ipertrofico mulino dell’automotive. “Non si smette di guidare da un giorno all’altro, ma bisogna cominciare ad abituarsi all’idea di doverlo fare al più presto” per il bene della società e del pianeta. Proprio dalle città potrebbe partire la riscossa contro l’automobile preferendo all’auto mezzi più leggeri come la bicicletta e i mezzi pubblici. Per disintossicare il mondo dalle automobili dovremo riappropriarci del nostro tempo e cambiare anche il mondo del lavoro, chissà che non sia venuto davvero il momento di provarci.

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