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Marco Missiroli, Fedeltà, un rogito era la loro grande speranza?

Fedeltà di Marco Missiroli
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (19 € cartaceo, 232 pagine)

Fedeltà di Marco Missiroli

Ogni volta che la cercava prima del sonno, lui cercava anche Margherita: la guardava rannicchiata a letto, la sagoma bruna e il respiro calmo, e la riconosceva. Avrebbe voluto godere per Sofia e godeva per sua moglie e ugualmente pativa per gli orizzonti che non sarebbe mai riuscito a vivere.

E com’è Fedeltà di Marco Missiroli? Valeva la pena per i suoi fan aspettare quattro anni dall’uscita di “Atti osceni in luogo privato” per un suo nuovo romanzo? Il volume pubblicato per Feltrinelli nel 2015 non l’ho letto, e “Il senso dell’elefante”, tanto tempo fa, l’avevo abbandonato dopo le prime pagine, quindi prendete questa segnalazione come il parere di un suo lettore per caso (grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia). L’attesa può dirsi ripagata, chiuderete queste 230 pagine domandandovi quanto dovrete aspettare il prossimo libro. Certo farete più o meno fatica nel procedere con la lettura perché Missiroli non ha in mente il lettore occasionale (quello che su IBS ieri ha scritto che “le storie [della vicenda] non si concludono e si perdono”). D’altronde a 38 anni, al quinto romanzo pubblicato nell’arco di quattordici anni, o uno è diventato uno scrittore oppure non lo è stato mai.

Perché ho riportato la recensione di IBS di cui sopra prendendola per vera (certo, potrebbe essere di qualche hater o collega invidioso)? Perché è il punto di “Fedeltà”. I protagonisti della storia sono cinque (sei con Milano, eh oh, pare ci sia in molti libri di questi tempi): Carlo, Margherita, Sofia, Anna e Andrea. Lui e lei, l’altra, la madre di lei più un personaggio a tutto tondo a mio avviso più contradditorio e simile al vero dei primi quattro. Ha davvero cercato Carlo di possedere Sofia nei bagni dell’università? Cosa è disposta a fare sua moglie Margherita per superare questo “malinteso”? Cosa voleva davvero Sofia dal suo trasferimento a Milano da Rimini? Quali riflessioni sulla propria esistenza può trarre la vedova Anna dai ricordi lasciatele dal marito? E Andrea? Di cosa ha davvero bisogno? Della sua professione? Della violenza? Dell’edicola di famiglia? Di un amore?

Sarebbe stato semplice per Missiroli distinguere a una a una queste voci – e magari in una prima bozza l’avrà anche fatto –, ma per tenere lontano il recensore di IBS deluso sopramenzionato ha deciso di farle compenetrare una dentro l’altra. Ovvero, mentre stai leggendo ciò che pensa Margherita ti accorgi che sei passato alle riflessioni di Carlo e poi ancora a quelle di Anna e così via. Non ci sono spazi a indicare le transizioni. Consiglio. Bisogna fermarsi. Appoggiare sul tavolo il libro. Dire: “Ma che cacchio”. E poi riprendere la lettura avendo capito il meccanismo. Sempre che non vi abbia innervosito, del resto non l’ha certo inventato Missiroli, lui l’ha applicato bene a una trama di storie che trovano tutte conclusione. E sono vicissitudini che toccheranno corde sensibili nei nati negli anni Settanta e Ottanta, perché di quelle generazioni parlano. Quelle, riprendendo una frase del padre di Carlo del “Non è colpa vostra se avete lavori da poco”.

Ad avere una vita da poco, lo avrete capito dalle parole del padre, quello che il cliché definirebbe “ingombrante”, è anche Carlo che trova nel tradimento le giustificazioni di tutti coloro che tradiscono – “E se tradire, per lui, fosse stato il modo per tornare a essere fedele a Margherita?” – e una coerenza con una supposta propria vera natura. I tradimenti che non hanno conseguenze sono il leitmotiv di Fedeltà e c’è da chiedersi se possano davvero definirsi tali ma in modo diverso da come li concettualizza Missiroli. Il vero pericolo per la coppia di corso Concordia è rappresentato non a caso da un desiderio non soddisfatto, che pare più una mancata corrispondenza di amorosi sensi che la voglia di lui di farsi una studentessa (“Come non sono la mia storia le mani di un insegnante che mi hanno stretto il culo” dice Sofia; bell’esempio di donna che vuole e sarà padrona della sua vita/narrazione sin dalle prime pagine del romanzo).

E tornando alla sesta protagonista, se c’è una Milano che porta le cicatrici di un cambiamento e, non solo metaforicamente, muore, c’è pure una Milano “brulicante di quartieri e ingorda di sorprese, come un giovane cui viene detto: ora vivi”. Ma nelle pagine di Missiroli, con un ruolo importante per la storia di uno dei personaggi, c’è anche l’intorno di Milano, quello che non viene più chiamato hinterland perché fa troppo anni Novanta, San Donato e i suoi spazi rurali sotto alle rampe della tangenziale. E poi ancora, più tardi, il territorio tra la provincia di Como e la Brianza a simboleggiare forse un luogo di incontro clandestino tra necessità e povertà. In “Fedeltà” Missiroli offre al lettore un biglietto di andata e ritorno alla scoperta del nostro tempo. Non fate l’errore di scendere a metà strada e guardate con attenzione il paesaggio fuori dal finestrino.

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Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente

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“Io Khaled vendo uomini e sono innocente” di Francesca Mannocchi

Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (17 € cartaceo, 208 pagine)

«Vi aspetto tutti al varco, a chiedermi di partire, ipocriti e zozzoni. Miserabili e traditori. […] Sono loro, quelli pericolosi, come diceva il cameraman al fronte sette anni fa, i falsi amici, i mezzi nemici, la zona grigia. Ti ricordi, Murad, come parlava bene, quel cameraman?».

Speculare a “Exit West”, libro di Mohsin Hamid uscito sempre per Einaudi l’anno scorso, Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi dà voce non ai migranti ma a chi i migranti dietro compenso li aiuta a partire. I disperati d’Africa e d’Asia non salpano più per le coste dell’Europa per rendere nero il Vecchio continente, come auspicava il colonnello Gheddafi, ma perché se da una parte c’è una domanda (non posso più stare nel mio paese), dall’altra c’è una risposta (pagami e ti metto su un barcone per l’Italia). E il personaggio di Khaled che come prima occupazione gestisce la sicurezza dei dipendenti delle grandi società petrolifere occidentali in Libia risponde a questa domanda nel modo più professionale possibile. Meglio non far morire i propri clienti ad esempio, altrimenti, sai che pubblicità negativa?

“Continueremo a ricattare via mare, e il mare, a sua volta, ci ricatterà” afferma Khaled ricordandoci come la Libia non abbia altra risorsa che il petrolio e sia costretta a ricevere materie prime e beni di consumo dall’estero. In cambio di cosa? In cambio di trattenere entro i propri confini i migranti, o almeno, di farli partire un po’ per volta perché all’Occidente fa comodo in fondo che i barconi in mare ci siano sempre. I libici si lamentano di essere sfruttati da italiani e francesi ma rimangono seduti fuori dai bar a far scorrere la propria vita invece di cambiare lo stato delle cose, riflette il trafficante. Anche la guerra, è davvero finita con la morte di Gheddafi nel 2011? Alcuni si erano illusi di sì, prima dell’inizio dei conflitti tra le milizie, ed erano perfino andati a combatterne un’altra in Siria, ammaliati dal carisma di alcuni capi mercenari.

Il personaggio di Khaled invece ha deciso di votarsi a un traffico che al pari della guerra non si estinguerà mai – forse si affievolirà –, ma più sicuro: il traffico di esseri umani.  Khaled the smuggler, lo chiamano gli inglesi degli impianti petroliferi che protegge, tutti sanno tutto in Libia del resto perché lì “i muri hanno le orecchie”. E Mannocchi è abile a farcelo conoscere piano piano questo personaggio che ascolta i Die Antwoord, che ha fatto la guerra, che ha perso persone care, che protegge la sua famiglia di Misurata, che dà lavoro, che viene definito da uno dei suoi clienti “una brava persona”. E un po’ ti ci affezioni a Khaled fino a quando non vengono svelati nuovi particolari mentre il romanzo avanza, d’altronde, come si può rimanere brave persone a vendere uomini?

Ho citato all’inizio di questo post un altro romanzo Einaudi sul fenomeno migratorio, ricordate? “Exit West” di Mohsin Hamid. In quella storia le persone non fuggivano dai loro paesi prendendo la strada del deserto e poi il mare ma attraverso comuni porte che di punto in bianco davano accesso ad altre porte qui in Occidente. Tutti hanno un maestro e anche Khaled il mestiere se l’è fatto insegnare da uno che i barconi li faceva partire anche sotto Gheddafi, Husen. Sentite cosa afferma: “Una volta che hanno pagato e sono sopra, stop, non sono più affari nostri, sono nelle mani di Dio. Noi comandiamo sulla terra, il mare non è nostro, Khaled. Gli facciamo attraversare una porta, ma una volta che l’hanno superata, Stop”. Avete capito di quali terribili porte si tratta?

E leggendo Mannocchi mi sono venute in mente anche alcune cose che scrive Simone Perotti sul suo blog a proposito del Mediterraneo, quanto sia in potenza un elemento unificante, perché tutte le città di questo piccolo mare si guardano l’un l’altra dopotutto e allora perché non cercare una koinè che già un tempo è esistita e potrebbe tornare ancora? Forse per via della facilità con cui si fanno i soldi con i traffici illeciti laddove uno stato non esiste più come in Libia. E se anche un’autorità statale forte tornasse sotto forme più o meno democratiche, chi ci assicura che la corruzione dilagante non spingerebbe comunque i libici a ricorrere al traffico di esseri umani come un mezzo per arricchirsi in fretta? Intanto se Khaled è innocente decidetelo voi dopo aver letto il libro.

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Ester Viola, Gli spaiati, inizio a pensare che per alcuni sia una scelta

Gli spaiati di Ester Viola

Gli spaiati di Ester Viola
Einaudi Editore, 2018, 8,99 € ebook (17 € cartaceo)

«”Diteci che io non sono fessa, la vedo. Fa la scema pure col vicino vostro, l’ingegnere. Quello che vi dovevate sposare voi, se tenevate ‘a capa ‘n capa”».

Qualcosa non mi tornava girata l’ultima pagina di L’amore è eterno finché non risponde – titolo d’esordio per Einaudi di Ester Viola nel 2016e sono contento, ora che ho finito il seguito, “Gli spaiati” appunto, di aver capito per quale motivo. Ritroviamo l’avvocato Olivia Marni, personaggio cui con tutta probabilità vi affezionerete se già non l’avevate adottato nel primo libro, incredibilmente imbrogliata in una relazione funzionale. Trasferitasi da Napoli a Milano per seguire il suo capo Luca fresco di separazione dalla moglie Carla, Olivia ci fa partecipe delle sue riflessioni su cosa significhi essere in coppia con qualcuno che un rapporto lo sa condurre. Ma è questo che la nostra quarantenne vuole? Non è che una volta raggiunto l’obbiettivo di essere felici in due non ci si possa rendere di colpo conto che non faccia per noi? Non è che esistono gli spaiati per natura?

Cosa mi è piaciuto de “Gli spaiati”: Milano. Se nel primo libro una delle protagoniste era la città di Napoli (immancabile anche ne “Gli spaiati” dove compare come attrice non protagonista), la Milano della borghesia meneghina, quella che può permettersi le case e i vestiti che compaiono negli inserti settimanali del Corriere della Sera, è comprimaria a tutti gli effetti. Forse perché palcoscenico più adatto – “Milano non si intromette” – del capoluogo partenopeo della nuova vita di Luca e Olivia. Un’esistenza tranquilla da coppia in carriera dove lui può continuare a essere il papà dei due figli nell’appartamento accanto e lei chiedersi quanto gli stia bene un uomo che non le dà alcun motivo di dubitare del suo sentimento. Tutto bene? Non proprio visto che stare insieme a Luca significa aver perso Viola (primo amore di lui), la migliore amica e la confidente più cara dell’ex-spaiata.

E quindi siamo di fronte a problemi da primo mondo? Beh, sì, non si capiva dal titolo? O per meglio dire, siamo in un mondo alternativo dove tutti noi siamo scritti da Nora Ephron, non certo per caso evocata con nome e cognome a un certo punto de “Gli spaiati”. La sospensione dell’incredulità è obbligatoria perché l’assunto da cui parte Ester Viola è l’estrema attenzione che tutti i personaggi nutrono nei confronti degli altri. Olivia è ipersensibile a ogni minimo segnale che le viene lanciato, anche in modo inconsapevole, dalle persone che la circondano. E questo è applicabile a tutti gli uomini e le donne che incontreremo lungo il libro, esperti sopraffini dell’interpretazione del comportamento umano. Eppure, l’esperienza ci dice che l’indifferenza è il primo abito mentale che, almeno nell’Italia settentrionale, ti abitui presto a indossare.

Cosa non mi è piaciuto: aver capito molto presto le mire di uno dei personaggi (ma vallo a sapere, magari Ester Viola l’ha fatto a bella posta) fondamentale per la risoluzione della trama. D’altro canto, però, sarò troppo ingenuovedi a questo proposito la mia irritazione su come era finito il primo libro –, non mi aspettavo per niente il finale de “Gli spaiati” che mi auguro possa rimanere parte di un dittico perfetto. Non ce la vedo Olivia Marni protagonista di un terzo capitolo conclusivo, perché non c’è portata l’avvocato alle conclusioni. Le sciagure sentimentali non le prevedono perché hanno insito il preludio di una nuova e quindi, a rigor di logica, le loro non si possono definire conclusioni autentiche. Nemmeno l’incedere dell’età può confortare, chi è spaiato è spaiato anche quando uno si aspetterebbe di aver raggiunto per esperienza una certa maturità amorosa.

Potrebbe sembrare che stia augurando a Ester Viola di smettere di scrivere. Non è così. Quel che auspico è che possa, vista la sua facilità di scrittura, abbandonare il personaggio di Olivia Marni per raccontarci altre storie. E forse ha già iniziato a pensarci, perché “Gli spaiati”, a mio avviso, narra una complicata storia d’amore che rimane sempre dietro le quintenascosta e ciò nonostante alla portata di tutti, come un faldone del labirintico tribunale di Napoli – e che non è riconducibile alla voce narrante di questo libro. Posso aver sbagliato in pieno la mia interpretazione del testo ma più volte mi è capitato di pensare: i veri protagonisti chi sono? P.S. Anche se aiuta a comprendere meglio i rovelli di Olivia, non è necessario leggere prima di questo libro “L’amore è eterno finché non risponde”. P.S.S. Viola ci dice che un ex-spaiato è uno spaiato che ha smesso… ma che rimane sempre tale proprio perché “vuole essere felice a tutti i costi con qualcuno”.

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Alessandro Baricco, The Game, come una sorta di vibrazione

The Game di Alessandro Baricco

The Game di Alessandro Baricco
Einaudi Editore, ottobre 2018, 330 pagine, (18 € cartaceo; 9,99 € ebook)

«Sappiamo con certezza che ci orienteremo con mappe che ancora non esistono, avremo un’idea di bellezza che non sappiamo prevedere, e chiameremo verità una rete di figure che in passato avremmo denunciato come menzogne».

Se il nuovo libro di Baricco The Game ha un torto è quello di avere lo stesso titolo di un film di Fincher del 1997 con Michael Douglas, preistoria, un film di più di vent’anni fa che mi ricorda di essere sulla soglia dei quaranta. Aneddoti personali a parte, “The Game” – come avrebbero detto nel Novecento – è un utile vademecum per capire come siamo arrivati fin qui. Ovvero, come siamo passati dal mondo dei telefoni fissi della fine degli anni Novanta a quello di oggi, dove ci potrebbe capitare di spiegare ai nostri figli che “cos’è” un telefono fisso. Baricco si prende questa briga, del resto il saggio che avete per le mani è il risultato di mesi e anni di ricerche che poi sintetizzati sono stati distillati in poco più di trecento pagine (sempre che non lo stiate leggendo su un e-reader e allora in ore non so dirvi quanto ci vuole per finirlo).

A seconda di quando siete nati, e di quanto siete impallinati con la tecnologia, troverete “The Game” più o meno interessante. Poteva essere il canovaccio di uno spettacolo teatrale – forse non a caso è stato presentato al Parenti di Milano a metà ottobre –, Baricco ha deciso di cristallizzare la sua riflessione sui tempi odierni in un libro, ideale seguito de “I barbari”* che tanto fece discutere nel 2006. L’ha fatto per rompere le scatole ovviamente a quell’élite intellettuale che lo tiene ai margini da quando ha avuto l’ardire di avere successo, come spiega bene Davide Rossi su Link in Apologia di Baricco, e un po’ per chiarirsi le idee lui per primo su cosa diavolo sia successo negli ultimi quarant’anni. Ci siamo avvitati in un processo di perdita dell’aura dell’intera realtà o c’è in giro una nuova vibrazione di cui dobbiamo prendere coscienza? Non facciamo tutti parte di un gioco inventato in California che ha mappato tutta la realtà e ce l’ha restituita elaborata? Allora giochiamo.

Come tutte le semplificazioni a scopo divulgativo “The Game” salta dei passaggi. Fa un po’ sorridere la sequenza utilizzata da Baricco: primi videogiochi (Pong ecc.) -> videogiochi da bar -> PlayStation… se siete cresciuti con il Nintendo e il Sega Master System. Fa un po’ strano, alla fine dei paragrafi dedicati al nuovo modo di concepire l’esperienza, non trovare uno straccio, uno, di riferimento ai punti esperienza di Dungeons & Dragons (del resto i giochi di ruolo non sono stati considerati da Baricco eppure tanto spiegherebbero del modo attuale di intendere l’apprendimento). Però, d’accordo, glieli si perdona. L’altro aspetto che lascia perplessi è il riferimento dell’autore al “vecchio Steve Jobs” (p. 130) quando si fa caso all’anno di nascita del fondatore della Apple, il 1955, paragonandolo a quello di Baricco, il 1958. Parole d’affetto? Oppure non si sente vecchio quanto lui?

Superate le prime due parti del saggio – L’epoca classica (1981-1998) e La colonizzazione (1999-2007) – arriverete a quella più intrigante, The Game (2008-2016) in cui Baricco si spinge praticamente ai nostri giorni analizzando anche il Movimento 5 Stelle (“È come se fossero digitali senza esserlo”) e smontando molto del senso comune che la gente (sì, parlo dell’uomo della strada e anche del sottoscritto a volte), mette in campo senza timore del ridicolo quando parla dei pericoli della Rete: “Il fatto che la Rete bene o male ti faccia arrivare solo le notizie che vuoi leggere, […] è un[a] cosa che può davvero temere gente che ha conosciuto le parrocchie, le sezioni di partito, il Rotary, il telegiornale di quando non c’era la Rete e i giornali degli anni ’60?”.

Bella domanda, no? Ancora meglio la definizione che viene subito dopo: “Il Game c’è, funziona, ma a giocarlo è gente che inizia ad odiarlo. Tecnicamente allineata, e mentalmente dissidente”. Ora, avrete capito che “The Game”, pur non nascondendone le storture, propone una visione ottimistica del futuro, esplicitata a chiare lettere nelle riflessioni dedicate alla verità e all’arte e alle 25 tesi finali (tra le quali: “È l’umanesimo che deve colmare un ritardo e raggiungere il Game”; Baricco non è il primo a dirlo ma sarebbe bello vedere questo proposito realizzato). Abbiamo inserito la monetina molto tempo fa e per dirla alla Pascal molto meglio giocare che non giocare.

* È Baricco stesso a dichiararlo a pagina 204: “Neanche ci provo a spiegarvi cosa esattamente significa [l’espressione Intelligenza Artificiale, ndr], ci penserò tra dieci anni quando scriverò la terza puntata della saga dei Barbari”.

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Pierre Michon, Gli Undici, e soprattutto non vedo i cavalli

Gli Undici di Pierre Michon

Gli Undici di Pierre Michon
Traduzione di Giuseppe Girimonti Greco
Adelphi, settembre 2018, (cartaceo 16 €, 134 pagine)

«”Vuoi onorare un’ordinazione, cittadino pittore?”».

Ho comprato e letto Gli Undici di Pierre Michon in formato cartaceo perché credo Adelphi non abbia acquistato i diritti per l’edizione elettronica italiana di questo romanzo breve. I lettori sono quindi avvisati, non lo troverete in formato digitale. Ed è un peccato, Michon meriterebbe la più grande diffusione possibile, ha uno stile che ti tiene avvinto al racconto mentre ti trasporta in un altro tempo e più precisamente, almeno nel caso de “Gli Undici”, nella seconda metà del Settecento francese. Un modo di scrivere quello di Michon che non piacerà a tutti, del resto mi sono deciso a leggerlo per via di una recensione negativa su Amazon: “I couldn’t find a plot to save my life. […] Don’t waste your time”.

Sbaglio più grande non avrei mai fatto a fidarmi del lettore deluso di cui sopra. “Gli Undici” è un romanzo storico incentrato su un pittore mai esistito, Corentin, autore di un’opera mai dipinta, Les Onze (Gli Undici), raffigurante i componenti del Grande Comitato della Rivoluzione francese. Il libro si divide in due parti, la prima narra la genealogia e l’infanzia di Corentin, la seconda si concentra sulla commissione del dipinto al pittore ormai anziano e sulla descrizione di questa opera magnifica e monumentale, che come tutti sanno è custodita al Louvre. “Ecco perché le folle di tutto il mondo sfrecciano, senza neanche vederla, davanti alla Gioconda […] e si piazzano lì, davanti al vetro a prova di proiettile”.

Ed è davanti a frasi come questa che bisognerebbe posare il libro, alzarsi in piedi e applaudire (sì, esiste più di una GIF per farlo ma questo è un post vecchia maniera) l’abilità di Michon. Perché per qualche istante ci credi che “l’intera, colossale freccia del Louvre […] è forse stat[a] pensat[a] dal Grande Architetto al solo scopo di condurci al cuore di questo grande bersaglio in cui l’intero Louvre si inabissa senza fare una piega”. Nel momento in cui leggiamo “Gli Undici” l’opera omonima esiste e basta prendere un aereo per Parigi per andare ad ammirarla, o no? E allora se quella Parigi non esiste, non siamo dunque dalle parti dell’ucronia, o per chi snobba i romanzi di genere, sulle orme di “Finzioni” di Borges?

Credo di avervi dato le coordinate giuste per decidere se seguire Michon nel suo periodare fatto di ripetizioni e sovrapposizioni, tante pennellate di parole meditate una per una per anni che alla fine danno vita a “Gli Undici” o alla vita di Corentin narrata nella prima parte del romanzo. Una vita quella di questo pittore immaginario che, a credere alle parole di Alice De Gregoriis su “L’Indiependente”, riecheggia quella dello scrittore stesso, ossessionato dalla scrittura perché abbandonato dal padre, da qui il tentativo di “sostituire il padre biologico con quelli letterari”; guarda caso stessa sorte toccata a Corentin, affidato alla nonna e alla madre per le ambizioni letterarie del papà e dedicatosi anima e corpo alla pittura.

Una trama, come potete capire, l’ho trovata ne “Gli Undici”, eccome se c’è. E se non vi interessasse seguirla, c’è il sangue e il sudore dell’Europa pre-industriale; ci sono i cieli transalpini che si specchiano nei canali vicino a Orléans; ci sono gli inverni lunghi e spietati rappresentati in tanti dipinti; c’è la società dei salotti illuministi che gettava inconsapevolmente le basi di una società nuova senza padri e madri di stirpe regale; c’è il fanatismo che faceva cadere quaranta teste al giorno in nome della Rivoluzione; c’è la Storia incarnata alla Hegel in un quadro che Michon ci descrive così bene da strapparlo al mondo delle idee per portarlo nel nostro con tanto di cornice; c’è l’amore per la parola scritta capace di aprirci ad altre realtà.

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CJ McCandless Memorial Foundation, Back to the Wild, ancora in viaggio con Alexander Supertramp

Back to the Wild, le fotografie e gli scritti di Christopher McCandless

Back to the Wild, le fotografie e gli scritti di Christopher McCandless

Back to the Wild a cura della CJ McCandless Memorial Foundation
Traduzione di Rachele Maggiolini
No Borders Magazine, 2014, 15,90 € (edizione limitata)

“Chris era uno di quelli che cambiano la vita degli altri, e non ha smesso di farlo nemmeno dopo” dalla prefazione di Paolo Cognetti.

Scrivo di Back to the Wild, fatalità, mentre aspetto un passaggio in auto verso Milano; a Christopher McCandless, il giovane che il mondo ha conosciuto grazie al libro Nelle terre estreme di John Krakauer e al film Into the Wild di Sean Penn la coincidenza sarebbe piaciuta. Chris aveva deciso di spostarsi per gli Stati Uniti perché “la strada sconfinata era la sua tela, la macchina fotografica il suo pennello e il suo desiderio di vivere ciò che lo muoveva“; si era dato un nuovo nome Alexander Supertramp, aveva viaggiato per due anni abbandonando famiglia, amici e conoscenti dopo essersi diplomato e, chissà, forse non avrebbe più smesso se non avesse trovato la morte in Alaska il 18 agosto 1992.

Nel 2011 i genitori di Chris hanno deciso di pubblicare un libro fotografico che raccogliesse ed ordinasse le testimonianze che Chris aveva lasciato dietro di sé, ben poco di scritto, come rimarca Paolo Cognetti nella prefazione all’edizione italiana voluta dall’associazione culturale No Borders Magazine, tuttavia quel che il nostro giovane autostoppista non ha scritto lo ha lasciato impresso sulla pellicola delle sue macchine fotografiche lasciando appunto a suo padre Walt soprattutto il compito di riconoscere e raccontare di nuovo Chris attraverso le sue fotografie. Non era un fotografo Chris, non cercava inquadrature, non si curava di tempi e luci. I suoi scatti sono documenti storici, ci riportano il mondo dalla sua soggettiva senza alcun filtro.

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Il volume, edizione italiana dicevamo di quella originale inglese del 2011, è ben curato (è evidente l’amore che il team di No Borders Magazine ha riversato su questo progetto) e propone una selezione delle foto di Chris – non manipolate ma riprodotte così come le aveva scattate – in ordine cronologico accompagnate da brevi testi di spiegazione; mostra inoltre cartoline e altri documenti che sono stati utili a Krakauer e alla famiglia di Chris per avere un quadro chiaro degli spostamenti del ragazzo su e giù per la costa ovest degli Stati Uniti. Il viaggio di Chris viene spezzato in dodici sezioni dall’Arizona all’Alaska passando per il Messico, ogni sezione ha in apertura una mappa di Zorica Krasulja.

Difficile che un lettore all’oscuro della storia di Chris McCandless possa finire in possesso di questo libro, se però vi siete emozionati leggendo il reportage di Krakauer (o più probabilmente vedendo il film di Penn) preparatevi a ripiombare di nuovo in uno stato di ammirazione e commozione sfogliando le pagine di Back to the Wild. Ancora più delle parole la libertà e la solitudine – ma allo stesso tempo l’anelito per rapporti umani autentici – che queste immagini sgranate ci riconsegnano è totale: ecco cosa significa rinunciare a tutto per inseguire le risposte alle domande che l’essere umano di continuo si chiede: chi sono? da dove vengo? che ci faccio qui? come faccio a sconfiggere la parte meno autentica di me? (N.B. Quest’ultimo era il proposito principale di Chris).

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Se vi definite viaggiatori, al 99% avete visto Into the Wild, se intendete domani lasciare tutto, bruciare i vostri averi, dimenticare amici, compagni e genitori, uscire di casa per esplorare il vasto mondo là fuori Back to the Wild non potrà che aiutarvi nel vostro proposito, potrebbe innanzitutto aprirvi gli occhi su cosa questo significhi davvero, perché Chris non era sceso a compromessi. Com’è noto Chris alla fine è diventato un esempio di come l’uomo trovi la sua piena realizzazione nel rapporto con l’Altro – la sua vicenda viene citata persino, un’altra coincidenza?, in un libro appena uscito di uno psicoanalista di fama come Massimo Recalcati – piuttosto che nella ricerca introspettiva individuale. Conoscere Alex Supertramp attraverso il suo sguardo, grazie alle sue fotografie, rafforza questa convinzione. Buona lettura; ah, i ragazzi di NBM ne hanno stampate solo 1500 copie, lettori avvisati…

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Wu Ming 4, Difendere la Terra di Mezzo, per assumerci la responsabilità delle nostre azioni

Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4

Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4

Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4
Odoya, 2013, 18 €

«Tolkien ci racconta proprio questo: per quanto ci è possibile e per quanti condizionamenti possiamo subire, dobbiamo testardamente accettare di assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Dobbiamo individuare un dovere, un viaggio da compiere, una battaglia da combattere, una quest. Perché è ciò che dà senso alla nostra esistenza, che ci aiuta a scoprire noi stessi, a metterci alla prova, e ci impedisce di diventare l’ombra dei nostri padri e madri».

Un altro libro su Tolkien? Beh, fossero tutti interessanti come questo la risposta non potrebbe essere che: “Sì, per favore”. Ho letto il Signore degli Anelli nella mia prima adolescenza, a metà degli anni Novanta, ricordo ancora la gioia di ricevere in dono l’edizione Rusconi con la sua mole tozza, le sue appendici e la sua mappa incollata in fondo al libro. L’opera di Tolkien era stata il passepartout per iniziare a leggere i libri fantasy che la biblioteca comunale del mio paese di Milano milanese metteva generosamente a scaffale, le saghe di David Eddings, Terry Brooks, Terry Pratchett, Robert Jordan (non citato da Wu Ming 4 tra gli epigoni dello scrittore inglese, chissà forse in una prossima edizione…) e ancora i Cicli di Dragonlance di Tracy Hickman e Margaret Weis solo per nominarne alcuni.

Difendere la Terra di Mezzo non suonerà del tutto sconosciuto a chi si interessa di letteratura fantastica nel nostro Paese dato che “raccoglie e amplia gli scritti e gli interventi pubblici di WM4 su J.R.R. Tolkien” apparsi ad esempio sul sito dell’Associazione romana studi Tolkieniani. Le quasi trecento pagine del volume, arricchite di immagini da una sapiente ricerca iconografica, contengono “una lettura inevitabilmente parziale dell’opera e del fenomeno, […] che vorrebbe [però] aiutare i lettori italiani a guardare un vecchio autore con occhi nuovi”, tratteggia come il libro di Tolkien sia stato accolto in Italia provando a rinarrare la storia della ricezione dei suoi scritti e soprattutto – e qui secondo me risiede il merito di questa raccolta di saggi – cerca una spiegazione sul “perché nessun autore fantasy sia ancora riuscito a eguagliare l’autore del Signore degli Anelli“, affermazione per me corrispondente al vero.

Dovessi suggerire all’autore qualche tema da approfondire meglio gli direi di scavare dove probabilmente per formazione non ha dimestichezza. Nel capitolo “Tradizioni, traduzioni, e tradimenti. I simbolisti all’opera”, molto gustoso, l’analisi su come il mondo cattolico ha accolto il Signore degli Anelli è troppo sintetica e mi sarebbe piaciuto saperne di più, io stesso “ne so di più” 🙂 Permettete una nota molto personale, ricordo un’estate di fine anni Novanta durante il campeggio organizzato dal mio ex oratorio, il sussidiario utilizzato da noi ragazzi altro non era che una riduzione con tanto di canzoni (che mi ricordo ancora!) dell’opera di Tolkien – a posteriori credo fosse Cari Hobbit, siamo in un bel pasticcio della casa editrice salesiana Ldc. Si è trattato dell’unico caso o ce ne sono altri? Qualche studente di Letteratura in cerca di un bell’argomento di tesi è in ascolto? 😉

A ogni modo, è il capitolo “L’eredità impossibile” che come suggerisco sopra giustifica in pieno una corsa in libreria per aggiudicarsi una copia di questo libro (Difendere la Terra di Mezzo è disponibile per ora solo in formato cartaceo e credo che in digitale non apparirà tanto presto) prima che finisca fuori catalogo, lo consiglio inoltre a chiunque si interessi di fantasy, dal lettore al critico fino allo scrittore. Riflettete solo su questo interrogativo che incontrerete nella lettura: “Quale romanzo fantastico affronta attualmente temi di […] portata [universale] con un atteggiamento altrettanto rigoroso, inscrivendoli dentro una storia epica, avventurosa, fantastica, non individualizzata né intimista, né innaffiata di buoni sentimenti e comportamenti politicamente corretti?”. E senza ironia? Anche se senza dubbio qualcuno là fuori è all’opera per superare Tolkien, al momento, così come a Wu Ming 4, non mi viene in mente nessuno.

In modo agile e scorrevole, facendo un dispetto a chi crede che i testi critici debbano essere letti solo da specialisti e proprio per questo sceglie prose involute a scapito di una produzione divulgativa alla portata di chiunque, Wu Ming 4 riesce nell’intento di spiegare perché “il mondo immaginario di Tolkien [che] raccont[a] nuovamente gli archetipi mitici e letterari nei tempi moderni non è quello dei creativi del cinema di animazione” ed è diverso da tutto quello che hanno prodotto gli scrittori a lui successivi, incapaci di essere a loro volta “fondatori di un discorso” in questo campo invece che ottimi imitatori. Il saggio del professor T.A. Shippey in chiusura di volume, le note mai a sproposito, la bibliografia e l’indice dei nomi fanno di Difendere la Terra di Mezzo un compendio aggiornato per l’appassionato di Tolkien cui le tesi dell’autore non potranno rimanere indifferenti, sia che le si sposi sia che le si neghi.

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Michael Chabon, Mappe e leggende. E, naturalmente, racconto ancora bugie

Mappe e leggende di Michael Chabon

Mappe e leggende di Michael Chabon

Mappe e leggende. Avventure ai confini della letteratura di Michael Chabon
Traduzione di Francesco Graziosi
Indiana Editore, gennaio 2013, 17,50 €, 256 pagine, letto in formato cartaceo;
otto volumi del catalogo Indiana sono disponibili in formato elettronico ma non questo

«Nessun genio letterario che si rispetti, neppure un occasionale reo confesso come Graham Greene, si descriverebbe in primo luogo come “intrattenitore”. […] Eppure l’intrattenimento – così come io lo definisco, piacere compreso – rimane l’unico modo sicuro che abbiamo per superare, o almeno illuderci di aver superato, l’abisso di coscienza che ci separa gli uni dagli altri».

Indiana Editore è una casa editrice recente, fondata nel 2011, che ha all’attivo tre collane e pochi (finora quattordici) ma originali titoli; dovesse chiudere domani avrebbe avuto il merito di avere dato alle stampe, nella traduzione di Francesco Graziosi, un volume importante Maps and Legends: Reading and Writing Along The Borderlands di Michael Chabon. Se il nome di questo autore vi dice qualcosa complimenti, possedete di sicuro un libro Rizzoli o Edizioni BD (alcuni dei quali potrebbe essere fuori catalogo), o avete visto Wonder Boys di Curtis Hanson. Uscito negli USA nel 2008 Mappe e leggende raccoglie sedici saggi scritti nell’arco di dieci anni che come proclama la quarta “offrono per la prima volta lo Chabon lettore e interprete” della produzione mainstream anglosassone.

Avete presente un dado a sedici facce? Probabilmente sì se avete mai giocato a un gioco di ruolo. Mappe e leggende alla pari di un dado simile offre sedici spaccati sull’universo dell’intrattenimento letterario ognuno dei quali approfondisce tematiche come la fan fiction – riferita al personaggio di Sherlock Holmes –; la narrativa di intrattenimento e di genere; il potere che le tutte le mappe e il pantheon di divinità e storie legate ai miti nordici hanno di accendere l’immaginazione; il fumetto (Howard Chaykin, Ben Katchor e Will Eisner) con una riflessione su come l’industria editoriale debba tornare a fare fumetti per i bambini, ora che questo mezzo espressivo ha “guadagnato rispetto e validità artistica”; recensioni della saga “Queste oscure materie” di Philip Pullman, di “Sulla strada” di Cormac McCarthy e dei racconti del brivido di Montague Rhodes James… storditi? Siamo a 11/16 del volume e l’autore è davvero bravo a sviscerare in poche pagine questi argomenti.

Il resto di Mappe e leggende è incentrato invece sulla produzione letteraria di Chabon e sui processi creativi che ci stanno dietro, potremmo dire che è come sbirciare nel laboratorio dello scrittore mentre ci narra come sono nate le sue storie e tutt’intorno è un delirio di appunti, disegni, resoconti di incontri casuali con persone od oggetti, tradizioni – ebraiche nel caso di Chabon –, vicissitudini familiari ecc. Il paragone insistito che l’autore fa tra se stesso e il mazik o il trickster (il “briccone”, colui il quale portando lo scompiglio nel mondo crea le storie) può anche stuccare dopo un po’ così come l’idea di letteratura come inganno che tuttavia tenta “sempre, senza altre speranze o ambizioni maggiori, di dire la verità”, una verità; di trasmettere tutto ciò che sa sulla Vita (sic). Di sicuro appartengo a quella categoria di lettori che ai romanzi “crede”  – Chabon invece dà per scontato un contratto tra scrittore e lettore dove è messo nero su bianco che il trucco c’è anche se non sapremo mai quale.

Cosa non ho trovato e mi sarebbe piaciuto trovare: un’introduzione critica alla raccolta che spiegasse chi è Michael Chabon (1963) senza doverlo cercare in Internet, una bibliografia aggiornata, come sono state accolte le sue opere in patria e all’estero, specie in Italia; una nota al piede all’inzio di ogni testo utile a inquadrare temporalmente la stesura dei testi – in special modo quelli biografici o pseudotali. È il primo libro di Indiana Editore che acquisto – non sarà l’ultimo – quindi non conosco ancora bene come lavorano (forse pretendo troppo!), chissà che in una prossima edizione mi accontentino con un trentaduesimo in più dove trovino il loro giusto spazio anche queste informazioni.

Nonostante qualche perplessità quindi è un piacere avere a disposizione questi saggi in lingua italiana, sono d’accordo con Luigi Mascheroni de “il Giornale” che su Twitter lo definisce il libro più bello di inizio anno (cliccate qui per leggere la sua recensione), se non il più bello di sicuro è un’ottima cassetta degli attrezzi – o una potente torcia recuperando la metafora usata da Jacopo Cirillo nel suo pezzo su Finzioni – per lettori e scrittori come giustamente sottolinea Marta Perego su Chooze.it. Il timore è che passi sotto silenzio come l’iniziativa eccentrica di una piccola casa editrice, facciamo che non sia così, conoscete anche voi accaniti bibliomani e penne comprese o imcomprese? Fatevi e fategli un dono, regalategli una copia di Mappe e leggende.

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Vittorio Spinazzola, Alte tirature, i best sellers analizzati senza spocchia

“Alte tirature” di Vittorio Spinazzola

Alte tirature: la grande narrativa d’intrattenimento italiana di Vittorio Spinazzola
il Saggiatore / Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, aprile 2012, 19,50 €
Non è disponibile in ebook, davvero un peccato

“Se ci fosse una maggiore abbondanza, cioè, di scrittori che decidono liberamente di orientarsi verso un pubblico molto largo, io credo che l’Italia sarebbe un Paese più colto, non meno colto”

Volete ascoltare la strabiliante dichiarazione qui sopra dalla voce dell’autore stesso? Basta cliccare sul link sotto e aprire il podcast di Radio 3 relativo alla puntata di Fahrenheit condotta da Loredana Lipperini il 12 luglio scorso: Conversazione con Vittorio Spinazzola (Alte tirature, Il Saggiatore 2012) A me l’idea di una letteratura meno sacrale e cultuale piace molto e concordo con le tesi sviluppate da Spinazzola in questo saggio monografico, non sarebbe male avere più scrittori di bestseller in Italia.

Attraverso dodici casi studio, dodici megasuccessi quantitativamente straordinari (alcuni di essi già obnubilati dal macinasassi della Storia) compresi tra il 1971 e il 2006 a firma Villaggio, Lombardo Radice e Ravera, Fallaci, Cairati e Cantaroni, Vignali e Mozzati, Tamaro, Brizzi, Camilleri, Faletti, Panarello, Moccia, Saviano vengono analizzati in quanto cortocircuiti irripetibili tra l’immaginazione autoriale e l’immaginario collettivo dei lettori nelle rispettive decadi. Leggere di più, leggere tutti.

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Andrea G. Pinketts, Lazzaro, vieni fuori, un dannato capolavoro

“Lazzaro, vieni fuori” di Andrea G. Pinketts

Lazzaro vieni fuori di Andrea G. Pinketts
Feltrinelli Universale Economica, maggio 1997, 7,50 €
Nessuna storia di Pinketts pubblicata da Feltrinelli è ancora disponibile in ebook 😦 Non so, proverò a mettere in piedi una campagna di sensibilizzazione ^___^ Aggiornamento: i primi tre libri (tra cui questo) esistono ora anche in formato elettronico! Cliccate qui.

«Per molto tempo sono andato a letto tardi. La differenza tra me e Proust».

A volte ti viene voglia di rileggere storie così, esordi letterari perfetti da conservare come perle rare. Pinketts ha scritto questa opera d’arte a poco più di trent’anni e devo averla comprata a fine anni Novanta, proprio nell’Universale Economica Feltrinelli, quella con la copertina di tela, avete presente? (L’immagine sopra, “rubata” dall’ottima recensione di Mattia su www.readers-bench.com, corrisponde all’edizione di cui parlo). Acquistata, regalata e prestata tanto che un giorno non mi tornò più indietro, ora ne posseggo una copia recente dalla lucida copertina plastificata, in attesa dell’ebook 😉

Nessuna delle narrazioni successive aventi Lazzaro Santandrea protagonista mi ha mai convinto (mi sono arreso del tutto a Il conto dell’ultima cena del 1999) ma questo primo episodio al fulmicotone, una “fiaba d’azione” come la definisce lo scrittore stesso, continua a sorprendermi e a farmi ridere quando le persone sono troppo serie. Una strampalata indagine in terra trentina diventa un congegno capace – grazie al talento di Pinketts per la frase, per i detrattori sprecato in giochi di parole e trame ridicole – di farti volare le ore, disperato che il godimento possa finire con l’ultima riga del romanzo. Da leggere.

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