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Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, ma cosa ci faccio qui?

Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti

Senza mai arrivare in cima: viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti
Einaudi Editore, 2018, 7,99 € ebook (14 € cartaceo, 120 pagine)

«Gli occhi invece stavano bene. Bagnandoli pensai: fa’ che io sappia guardare e fa’ che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto».

Questo è il fine settimana ideale per leggere Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti. Specie se si fa coincidere il tempo della lettura con il periodo raccontato dallo scrittore, questo libricino per me, lo avrete capito, è autunnale. Cognetti racconta di un suo viaggio in Nepal svoltosi esattamente nell’ottobre 2017 nella zona del Dolpo, una parte della nazione nepalese dove ha trovato rifugio una parte dei tibetani fuggiti dal loro paese dopo l’annessione cinese. Immaginate un lembo dell’altipiano tibetano abitato da meno di ventimila persone e avrete subito sotto gli occhi le terre alte raccontate nel libro, un deserto d’alta quota dove il legno deve essere importato e l’economia è principalmente di sussistenza, tutt’intorno, però, le magnifiche vette dell’Himalaya.

A proposito, in caso non vi bastassero le parole di Cognetti, potete ripercorrere in video il suo viaggio nel Dolpo di tre settimane diviso in puntate su Montagne.tv (basta cliccare qui) o in foto sul numero 90 di Meridiani Montagne. Rimaniamo però al libro pubblicato da Einaudi, di cui auspichiamo un’edizione economica speciale, che si possa arrotolare come il taccuino dove Paolo ha preso i suoi appunti mentre percorreva quelle mulattiere. Siamo dalle parti del resoconto di viaggio sulle tracce di altri viaggi, in particolare la guida letteraria scelta da Cognetti è “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiessen uscito nel 1978, lo stesso anno di nascita del nostro premio Strega. È curioso come il quarantesimo anno si stagli all’orizzonte per lo scrittore come il limite della gioventù.

“Ecco il viaggio che desideravo per i miei quarant’anni, adatto a celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza”. Davvero, ognuno di noi sente di essere diventato adulto alle età più diverse.  E se l’Himalaya fa un dono a Cognetti è proprio quello di fargli assaggiare cosa significhi invecchiare. “Chinarsi, aprire la tenda, entrarci, trascinare dentro lo zaino, bastava questo a farmi sentire l’affanno […]. Sarà così che ci si sente da vecchi?, pensavo. Costretti a economizzare ogni gesto, in un corpo a cui anche il semplice stare al mondo costa fatica?”. Le altezze non fanno paura allo scrittore eppure il suo corpo, non abituato fin dalla nascita ai quattromila metri come quello della popolazione locale (e che belle le descrizioni dedicate al passo leggero delle guide) lo mette alla prova più volte durante il viaggio.

Se nell’autunno del 1973 Matthiessen per esplorare il Dolpo si era lasciato dietro un figlio di otto anni, affidato a parenti perché l’anno prima era rimasto vedovo della seconda moglie, Cognetti in Italia lascia invece il fido Lucky per incontrare in Nepal una cagna randagia di due/tre anni, Kanjiroba, nata forse in concomitanza con la dipartita di Matthiessen per l’altro mondo nel 2014. Solo una coincidenza? Suggestioni che Cognetti dissemina lungo il cammino, dove la ricerca di una montagna incontaminata si scontra con testimonianze del passato remoto e prossimo del Nepal – templi in rovina e tracce sbiadite della guerriglia maoista a cavallo del cambio di secolo –  e con il presente di un “piccolo paese stritolato tra l’India e la Cina, sempre più ridotto a periferia di altri”.

Ho acquistato in formato cartaceo “Senza mai arrivare in cima” perché sfogliandolo in libreria ho visto che conteneva anche i disegni di Paolo che spesso si intrecciano con i suoi appunti. Contenendo a un certo punto la fatidica domanda “Ma cosa ci faccio qui?” il libretto appartiene alla categoria dei racconti di viaggio esistenziali (ma quale viaggio non lo è?) e non ho dubbi che tra dieci, venti, trent’anni, quando Cognetti sentirà di nuovo il richiamo del Monte di Cristallo da cui si vede il Monte Kailash, potrò leggere un seguito di questo libro. E a maggior ragione ne sono convinto perché se arriverete in fondo a “Senza mai arrivare in cima” scoprirete, come ho fatto io, i tre desideri che il nostro scrittore si regala per i suoi quarant’anni, che fanno intravedere molte altre pagine nel suo futuro.

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Alessandro Baricco, The Game, come una sorta di vibrazione

The Game di Alessandro Baricco

The Game di Alessandro Baricco
Einaudi Editore, ottobre 2018, 330 pagine, (18 € cartaceo; 9,99 € ebook)

«Sappiamo con certezza che ci orienteremo con mappe che ancora non esistono, avremo un’idea di bellezza che non sappiamo prevedere, e chiameremo verità una rete di figure che in passato avremmo denunciato come menzogne».

Se il nuovo libro di Baricco The Game ha un torto è quello di avere lo stesso titolo di un film di Fincher del 1997 con Michael Douglas, preistoria, un film di più di vent’anni fa che mi ricorda di essere sulla soglia dei quaranta. Aneddoti personali a parte, “The Game” – come avrebbero detto nel Novecento – è un utile vademecum per capire come siamo arrivati fin qui. Ovvero, come siamo passati dal mondo dei telefoni fissi della fine degli anni Novanta a quello di oggi, dove ci potrebbe capitare di spiegare ai nostri figli che “cos’è” un telefono fisso. Baricco si prende questa briga, del resto il saggio che avete per le mani è il risultato di mesi e anni di ricerche che poi sintetizzati sono stati distillati in poco più di trecento pagine (sempre che non lo stiate leggendo su un e-reader e allora in ore non so dirvi quanto ci vuole per finirlo).

A seconda di quando siete nati, e di quanto siete impallinati con la tecnologia, troverete “The Game” più o meno interessante. Poteva essere il canovaccio di uno spettacolo teatrale – forse non a caso è stato presentato al Parenti di Milano a metà ottobre –, Baricco ha deciso di cristallizzare la sua riflessione sui tempi odierni in un libro, ideale seguito de “I barbari”* che tanto fece discutere nel 2006. L’ha fatto per rompere le scatole ovviamente a quell’élite intellettuale che lo tiene ai margini da quando ha avuto l’ardire di avere successo, come spiega bene Davide Rossi su Link in Apologia di Baricco, e un po’ per chiarirsi le idee lui per primo su cosa diavolo sia successo negli ultimi quarant’anni. Ci siamo avvitati in un processo di perdita dell’aura dell’intera realtà o c’è in giro una nuova vibrazione di cui dobbiamo prendere coscienza? Non facciamo tutti parte di un gioco inventato in California che ha mappato tutta la realtà e ce l’ha restituita elaborata? Allora giochiamo.

Come tutte le semplificazioni a scopo divulgativo “The Game” salta dei passaggi. Fa un po’ sorridere la sequenza utilizzata da Baricco: primi videogiochi (Pong ecc.) -> videogiochi da bar -> PlayStation… se siete cresciuti con il Nintendo e il Sega Master System. Fa un po’ strano, alla fine dei paragrafi dedicati al nuovo modo di concepire l’esperienza, non trovare uno straccio, uno, di riferimento ai punti esperienza di Dungeons & Dragons (del resto i giochi di ruolo non sono stati considerati da Baricco eppure tanto spiegherebbero del modo attuale di intendere l’apprendimento). Però, d’accordo, glieli si perdona. L’altro aspetto che lascia perplessi è il riferimento dell’autore al “vecchio Steve Jobs” (p. 130) quando si fa caso all’anno di nascita del fondatore della Apple, il 1955, paragonandolo a quello di Baricco, il 1958. Parole d’affetto? Oppure non si sente vecchio quanto lui?

Superate le prime due parti del saggio – L’epoca classica (1981-1998) e La colonizzazione (1999-2007) – arriverete a quella più intrigante, The Game (2008-2016) in cui Baricco si spinge praticamente ai nostri giorni analizzando anche il Movimento 5 Stelle (“È come se fossero digitali senza esserlo”) e smontando molto del senso comune che la gente (sì, parlo dell’uomo della strada e anche del sottoscritto a volte), mette in campo senza timore del ridicolo quando parla dei pericoli della Rete: “Il fatto che la Rete bene o male ti faccia arrivare solo le notizie che vuoi leggere, […] è un[a] cosa che può davvero temere gente che ha conosciuto le parrocchie, le sezioni di partito, il Rotary, il telegiornale di quando non c’era la Rete e i giornali degli anni ’60?”.

Bella domanda, no? Ancora meglio la definizione che viene subito dopo: “Il Game c’è, funziona, ma a giocarlo è gente che inizia ad odiarlo. Tecnicamente allineata, e mentalmente dissidente”. Ora, avrete capito che “The Game”, pur non nascondendone le storture, propone una visione ottimistica del futuro, esplicitata a chiare lettere nelle riflessioni dedicate alla verità e all’arte e alle 25 tesi finali (tra le quali: “È l’umanesimo che deve colmare un ritardo e raggiungere il Game”; Baricco non è il primo a dirlo ma sarebbe bello vedere questo proposito realizzato). Abbiamo inserito la monetina molto tempo fa e per dirla alla Pascal molto meglio giocare che non giocare.

* È Baricco stesso a dichiararlo a pagina 204: “Neanche ci provo a spiegarvi cosa esattamente significa [l’espressione Intelligenza Artificiale, ndr], ci penserò tra dieci anni quando scriverò la terza puntata della saga dei Barbari”.

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Francesco Targhetta, Le vite potenziali, nel frattempo i ballerini continuavano a danzare

Le vite potenziali di Francesco Targhetta

Le vite potenziali di Francesco Targhetta
Libri Mondadori, 2018, 9,99 € ebook (19 € cartaceo)

«”Vedi, noi diamo soprattutto questo, a prescindere dal prodotto specifico che vende il nostro cliente: diamo la sensazione di avere una vita che merita in continuazione, anzi, sempre di più, di essere vissuta. C’è di peggio, no?”».

Francesco Targhetta – l’autore de Le vite potenziali – ha la mia stessa età e gli riconosco il merito di aver voluto raccontare nel suo romanzo l’oggi mentre tanti scrittori della nostra classe, o appena più vecchi, sembrano ossessionati dal passato. Intendo con oggi la seconda metà di questi anni dieci del XXI secolo. Quindi, evviva, che sta accadendo per le nostre strade? Nulla. Vale a dire, non accade nulla di visibile a noi che passeggiamo per le nostre città perché Targhetta narra una vicenda riguardante un certo tipo di lavoro contemporaneo, quello del terziario avanzato. E questo genere di lavoro, quello che offre servizi a chi già vende un prodotto o un altro servizio, non ha alcuna ricaduta nella nostra società seppur per paradosso il lavoro nuovo si insedi là dove ce n’era stata una, e di quale portata: Marghera.

Marghera non rinasce, rimane monito a se stessa, ciò che hanno fatto i nostri nonni all’ambiente non è più rimediabile. I nuovi flussi di capitale creati da aziende come la Albecom, all’interno della cui cornice si svolge tutta la vicenda narrata ne “Le vite potenziali”, non sono destinati a risanare un territorio malato, servono in primo luogo alla crescita dell’azienda stessa che può, al limite, pensare di riadattare uno dei troppi capannoni dismessi dell’economia di prima a nuova sede. Una nuova sede ben lontana dal centro abitato, così come lontano dalla vita dei più appare il lavoro dei giovani programmatori impiegati dalla Albecom. Targhetta è abile a mostrare il processo di dematerializzazione del denaro cui stiamo assistendo e a descrivere alcune delle conseguenze di tale processo.

Se non percepisco che il mio lavoro possa arricchire la mia vita come posso pensare di farmene una? Per quale motivo dovrei andare incontro all’altro e cambiare un presente che mi sembra così rassicurante visto che è così simile al mio ieri? In “Le vite potenziali” sono le donne a far accadere le cose. Sebbene del tutto funzionali alle traversie dei tre protagonisti maschili – Luciano, Giorgio e Alberto –, sono le donne che decidono e che cambiano davvero. Gli uomini no. Rispettivamente: Luciano sceglie di non decidere, Giorgio differisce un invecchiamento che non lo riguarda. Alberto è un discorso a parte, prosegue assistito dalla sua fortuna (e da sua moglie) nel solco che si è scelto, quello di chi ha capito com’è diventato il mondo e tenta di governare l’“immateriale frenesia continuamente vorticata” dell’economia digitale.

Il personaggio di Alberto rimane di conseguenza quello più letterario, nonostante i tentativi di Targhetta di evidenziarne i punti deboli, la sensazione, almeno, la mia, è quella di ascoltare le imprese di un Achille che nello Stige è stato immerso tutto. Nessuno ha fatto le carte ad Alberto, siamo di fronte a un vincente. Luciano, viceversa, seppure potenziale protagonista di un albo dei primi cento numeri di Dylan Dog ha uno spessore maggiore, salta fuori dalla pagina, sembra di averlo davvero incrociato da qualche parte, ed è anche il personaggio cui ci si affeziona di più. Non è tanto la sorte di Alberto o Giorgio De Lazzari, detto GDL, che si vuole conoscere arrivando in fondo a “Le vite potenziali”, quanto quella dell’informatico convinto che la vita sia in fondo piuttosto ridicola.

A chi è indicato questo romanzo? Ai lettori cui piacciono le storie dove in apparenza non accade nulla eppure la trama avanza, come la puntina sul piatto di un vinile; a chi vuole sentirsi italiano e europeo da Helsinki a Parigi; a chi vuole imparare una decina di vocaboli nuovi (sarà perché non ho fatto il classico?); a chi vuole indagare perché religione e politica in pratica nulla hanno a che fare con l’organizzazione del lavoro e della vita in questo inizio di secolo – entrambi questi aspetti sono i grandi assenti del romanzo di Targhetta. In un’Italia diversa, che avesse capito sul serio su quale binario incanalare la propria energia, come nel secondo dopoguerra, “Le vite potenziali” avrebbe vinto il Campiello, invece di arrivare secondo, e staremmo vedendo il suo adattamento a serie TV su Netflix.

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Peppe Fiore, Dimenticare, sotto di loro si spalancava la valle

Dimenticare di Peppe Fiore

Dimenticare di Peppe Fiore
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (18,50 € cartaceo)

«Non c’è spettacolo più miserabile per un bambino piccolo di un adulto che piange».

Avessi letto quattro anni orsono “Nessuno è indispensabile” di Peppe Fiore non avrei dato nessuna possibilità al suo secondo romanzo per Einaudi – Dimenticare – uscito giusto una settimana fa. Invece nel 2013, come capita più facilmente agli ebook che ai libri cartacei, l’avevo comprato per poi dimenticarlo all’interno del mio lettore digitale. Di conseguenza l’ho letto dopo, convinto dallo stile alla Dürrenmatt in vacanza per l’Italia centrale che pervade “Dimenticare” (ringrazio Einaudi che me l’ha mandato). E se “Nessuno è indispensabile”, ambientato in un’azienda laziale di latticini e derivati dove ne capitano di cotte e di crude, non mi è piaciuto per il suo essere esagerato e sopra le righe ho apprezzato a posteriori ancora di più “Dimenticare”: il freno a mano che Fiore tiene tirato per quasi tutto il romanzo, una tormentata storia famigliare, ti tiene avvinto fino all’ultima riga.

Peppe Fiore prima di tutto, proprio come nel gioco delle tre carte, ci presenta subito i protagonisti della sua storia per farcene subito dimenticare. Franco e Daniele sono due fratelli di Fiumicino invischiati, per via dei debiti di gioco di Franco (poker e scommesse), nei giri della malavita del litorale laziale. Suo fratello si è messo nei casini? Daniele è al suo fianco nel momento in cui gli viene chiesto di pagare il conto, sempre, anche se lui non ha nessuna responsabilità delle scelte autolesioniste del fratello, il tutto con una ostinazione che forse soltanto i figli unici non capiranno. Sono entrambi intelligenti ma il loro ambiente li ha come costretti a mettersi, loro malgrado, al servizio dei capricci di quella che pare la più reddittizia delle attivià di Fiumicino: gli affari torbidi messi in piedi da uomini senza scrupoli cui a dire il vero Fiore concede fin troppa umanità.

Dodici anni dopo averli conosciuti in un incipit che vi rimarrà impresso, Daniele lo ritroviamo alle pendici del Monte Penne, a trenta chilometri dal confine con l’Abruzzo. Per quale motivo si trova lì? Come mai gli è stato dato il compito di rimettere a nuovo una struttura turistica presso un impianto sciistico chiuso? Perché è così lontano dal mare e da suo fratello? Nei boschi sopra Trecase quali insidie si nascondono? È un luogo sicuro oppure no? Man mano che procede la lettura, Daniele si rivela un uomo profondo sebbene di poche parole, affascinato dal concetto di bellezza (perché non la riconosce in sé) capace di instaurare relazioni e di farsi benvolere. Torniamo con lui anche in riva al mare dove Fiore ci fa capire che è quello il suo vero posto, del resto i fratelli sono cresciuti a pochi metri dalla spiaggia tra i lettini del lido di proprietà dei genitori.

Come in un altro libro pubblicato di recente da Einaudi – “Il giro del miele” di Sandro Campani –, uno dei temi forti di “Dimenticare” è l’essere genitori, in particolare il rapporto tra la figura del padre e quella dei figli maschi. Nota a margine: anche se Fiore è apparentemente indulgente con alcune figure femminili che accompagnano i suoi protagonisti, ci sono almeno un paio di passaggi che non mi hanno convinto riguardanti le donne (uno è funzionale alla trama ma l’ho trovato troppo romanzesco, mi perdonerà) e, lo ammetto, spierò incuriosito le recensioni on-line per capire se hanno dato fastidio solo a me. Di più non si può dire di “Dimenticare”, perché è una sveglia narrativa che una volta caricata a molla procede con l’implacabilità dei meccanismi automatici verso un trillo che non vi lascerà indifferenti. Decidete poi voi se il modo in cui si scioglie il finale sta in piedi.

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Daniel Polansky, The Builders, Non è lo stesso trucco. E non è lo stesso traditore

The Builders di Daniel Polansky

The Builders di Daniel Polansky
Traduzione di Davide Mana
Acheron Books, 2017, cartaceo 15 € (16,69 € sul sito); 174 pagine

«”E naturalmente resta la questione in sospeso di chi ci abbia tradito”. “Me lo chiedo anch’io,” disse il Capitano, la sua espressione più terribile del solito».

“The Builders” di Daniel Polansky arriva nel 2017 in edizione italiana tradotto da Davide Mana per la collana Zenobia da lui stesso curata e impreziosito da un’illustrazione di copertina di Alberto Besi. Acheron Books prima o poi renderà disponibile anche l’ebook per adesso accontentiamoci del cartaceo che potete acquistare direttamente sul sito come ho fatto io. Polansky, Polansky dove ho già sentito questo nome… registi a parte Daniel Polansky era già apparso sugli scaffali delle librerie del Belpaese per i tipi di Fanucci nel 2011 con “Il guardiano della città perduta”, traduzione di Giuliana Antioco del primo volume della trilogia di Low Town: “The straight razor cure”.

Come spesso capita con i lanci di nuovi e “giovani” autori di belle speranze – lo statunitense Polansky è nato nel 1984 – se non ti fai notare però sei solo uno dei tanti, nonostante il magico prezzo di copertina di 9,99 euro scelto da Fanucci per il primo libro di Low Town. Il secondo e il terzo volume non infatti sono mai stati tradotti e pubblicati, probabilmente per uno scarso riscontro di pubblico. Sei anni in campo editoriale sono tuttavia un’era geologica fa e Acheron Books raccoglie la sfida ricordando ai disattenti lettori italiani che Polansky, alla pari dei suoi personaggi, è vivo e lotta insieme a noi. “The Builders” è infatti un romanzo breve molto recente, finalista al Premio Hugo 2016.

Esercizio di stile, divertissement, scherzo macabro (come lo stesso Polansky lo definisce), “The Builders” è una versione con animali antropomorfi (?) di un topos classico: il raduno degli eroi con annessa ultima epica impresa. Il Capitano è un topo molto combattivo deciso a vendicarsi di una sconfitta e di un tradimento, per farlo dovrà affidarsi alla sua vecchia compagnia: l’ermellino Bonsoir, l’opossum Boudica, la salamandra Cinabro, il tasso Orzo, la talpa Gertrude, il gufo Elf. Avete contato bene, non è un caso che siano in sette, omaggio palese e voluto a Kurosawa, Sturges ecc. La bravura di Polansky si nota subito nell’abilità con la quale nel respiro corto del romanzo breve (o brevissimo come in questo caso) caratterizza i protagonisti mentre li presenta per poi passare alla descrizione degli antagonisti e alla messa in scena della battaglia finale.

Come ci hanno insegnato tante rappresentazioni di questo tema letterario, non ha tanta importanza per cosa o per quali parti si combatta ma per quale motivo. Il Capitano è stato bravo a trovare spiriti affini al suo che trovano nella guerra e nella distruzione – “Noi non costruiamo” – il loro fine esistenziale e la storia ruota intorno a questo concetto. Il grande assente di “The Builders” è infatti la società, quelli che non combattono: non ci sono contadini o cittadini da salvare come ne “I magnifici sette”, forse per via del limitato numero di pagine che Polansky si è concesso per raccontare la sua storia, forse perché non gli interessava dare ai suoi guerrieri altra motivazione che l’ebbrezza della lotta.

Avrete compreso come “The Builders”, se amate il genere e le ambientazioni western simil fine Ottocento, siamo dalle parti di una Terra alternativa naturalmente, sia una piccola gemma rosso sangue da aggiungere al proprio tesoro di letture. Plauso a Davide Mana che ci restituisce la scrittura di Polansky con pochissime incertezze. L’invito ai titolari di Achron Books è quello di rendere disponibile al più presto questa storia in formato digitale, magari a un prezzo invitante. In caso dopo “The Builders” vi venisse voglia di passeggiare per le strade di Rigus, la città de “Il guardiano della città perduta”, l’ebook si trova in tutte le librerie elettroniche a 6,99 euro (nel momento in cui scriviamo, estate 2017). E il cartaceo Fanucci? Nei remainders da un pezzo…

 

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Kent Haruf, Le nostre anime di notte, ho deciso di non badare a quello che pensa la gente

Le nostre anime di notte di Kent Haruf

Le nostre anime di notte di Kent Haruf
Traduzione di Fabio Cremonesi
NN Editore, 2017, 8,99 € ebook (17 € cartaceo)

«”Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo – per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno”».

Ambientato nel 2014, lo stesso anno che ha visto scomparire il suo autore, Le nostre anime di notte mi ha portato – insieme a tanti lettori italiani ultimamente, i libri di Kent Haruf sono diventati quel che possiamo definire il caso editoriale del 2017 – in una cittadina americana di provincia, Holt (Colorado). Un piccolo centro dove è impossibile sfuggire al controllo sociale della comunità che lo anima sia una volta – “A quei tempi era insolito che un uomo facesse l’infermiere. La gente non sapeva cosa pensare” – sia ai giorni nostri. Un luogo insomma dove le storie di ciascuno sono le storie di tutti, come quella dei due vedovi Addie e Louis che decidendo di condividere la loro vecchiaia insieme e finiscono sulla bocca di tutti, appunto. Siete persone riservate o ossessive riguardo ai giudizi che gli altri possono dare di voi? “Le nostre anime di notte” non sarà per voi una lettura gradevole.

Il modo in cui Kent Haruf scrive di Holt è semplice, brevi descrizioni di gesti elementari si alternano a lunghi dialoghi. Tutto è sotto la luce del sole in Colorado e la prima cosa che pensi è: “Anch’io saprei scrivere così di… (sostituite ai puntini il nome della vostra città)”. È un giudizio affrettato, fidatevi. Provate a scrivere così e vedrete. Vi accorgereste che la sincerità necessaria per descrivere la vita dei vostri protagonisti come fa Haruf è quasi insopportabile. Mentre leggevo “Le nostre anime di notte” pensavo anche alla scrittura di Alan Ball o Mark Frost e David Lynch ora che va tanto di moda saccheggiare la letteratura per farne buone serie TV. Intanto il libro di Haruf mentre ci fa conoscere Addie e Louis ci parla di mezzo secolo di vita americana vissuto in un luogo dove vi rimaneva chi non ne sarebbe stato protagonista ma solo spettatore. Holt è in fondo anche uno qualsiasi dei nostri bastardi posti.

Torniamo un secondo ai lettori che non sopportano di essere giudicati, siete ancora qui? Molto bene. C’è una scena rivelatrice poco prima della metà de “Le nostre anime di notte” quando Addie e Louis decidono di pranzare in centro per mettere alla prova i benpensanti. Holt è piccola e su Main Street si allineano “la banca, il negozio di scarpe, la gioielleria e il grande magazzino, […] tutte le facciate posticce degli edifici”; facciate finte come la cortesia che usiamo quando siamo in scena per gli altri. Al termine del pranzo Haruf in poche righe riesce a far comprendere al suo lettore che, grazie al Cielo, perfino a Holt non siamo più negli anni Cinquanta ma nel XXI secolo. Alleluja. Il che non vuol dire che per vivere in Colorado non sia necessario farsi un po’ la pelle dura per non soffrire delle cattiverie delle malelingue…

A Holt addirittura si può ritrovare un proprio centro dopo un evento traumatico come la separazione dei propri genitori. O meglio, recuperare un certo grado di serenità, almeno per lo spazio di una estate, se si incontrano le persone giuste come capita al nipote di Addie, Jamie, che entra nella vita quotidiana della anziana coppia di punto in bianco. Tra i campi di granturco e grano, durante un campeggio sulla strada per le Montagne Rocciose e la fiera annuale della contea, il mondo di Holt dà il meglio di sé aiutando il bambino a capire cosa sta accadendo fra i suoi e insegnandogli a prendersi cura di sé e degli altri, oltre che a essere autonomo, mica poco. Allo stesso tempo a Holt nessuno dimentica quel che hai fatto o non hai fatto e i suoi abitanti possono scontare giudizi su eventi accaduti quarant’anni prima.

Quanto il cuore di Holt sia duro e meschino Haruf infatti non mancherà di ricordarcelo più avanti nel prosieguo della storia. È il primo Haruf che leggo, di conseguenza ne ho davanti almeno tre già tradotti in italiano da NN Editore: la Trilogia della Pianura – Canto della pianura, Crepuscolo e Benedizione – ambientata durante il secondo Novecento. La leggerò? Io sono un lettore sentimentale, dovrò pensarci sopra visto che “Le nostre anime di notte” mi ha già reso antipatico il conformismo spietato di questa città immaginaria.

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Mohsin Hamid, Exit West, le notizie parlavano di guerra e migranti e nativisti

Exit West di Mohsin Hamid

Exit West di Mohsin Hamid
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (17,50 € cartaceo)
n.b. Lettura su copia gratuita inviata dall’editore

«[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente […], e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo».

In copertina quelli dell’Einaudi, per l’edizione italiana di Exit West di Mohsin Hamid, hanno messo una foto di due stanze separate da una porta aperta, gli ambienti sono parzialmente riempiti dalla sabbia del deserto. Evocata forse non a caso dall’autore stesso all’interno del suo romanzo, la fotografia è stata scattata in Namibia, nella città fantasma di Kolmanskop. Un insediamento che i minatori tedeschi abitarono a inizio Novecento per poi abbandonarlo una volta esaurite le miniere di diamanti. È anche un esempio delle migrazioni che sono accettate dagli occidentali, quelle verso gli altri paesi, mentre è tutto un altro discorso quando si tratta di accogliere entro i propri confini le migliaia e migliaia di migranti che si vedono sbarcare ogni giorno sugli schermi televisivi europei.

È interessante come alcuni recensori abbiano attribuito a Exit West l’etichetta di romanzo distopico quando a mio parere si tratta esattamente dell’opposto. Finalmente un romanzo utopico. Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro una porta comune, una di quelle che tutti abbiamo in casa, si aprisse non sulla prossima stanza ma su quella di un altro continente? Un passaggio non certo facile, molto simile a una seconda nascita, che si può fare anche al contrario per tornare da dove si è venuti e tutte le volte che si vuole. Forse dopo un primo periodo di stupore, e anche di paura, ci accorgeremmo che così tante porte aperte verso l’altro consentirebbero all’umanità di riconciliarsi in una sola comunità, non più divisa dal colore della pelle e dall’appartenenza religiosa.

Spesso chi non vuole “subire” i flussi migratori si barrica dietro alla perentoria affermazione: “Qui non c’è più spazio”. Exit West dimostra come vi sia sempre spazio per l’altro e di come tale concetto sia del tutto relativo. Tutte le città del mondo ad esempio sono piene di spazi (o di case) vuoti che si potrebbero mettere a disposizione per coloro che per libera scelta o costretti sono in cammino. Come nel brano riportato all’inizio siamo tutti migranti attraverso il tempo, siamo tutti destinati a passare altrove. Anche la stessa distinzione tra migranti e nativi fino a quanti anni indietro nel tempo vale? Chi sono gli abitanti originali della California?

Mohsin Hamid è abile a trasformare la sua storia per gradi, trasportandoci nello stesso tempo da un luogo a un altro, esattamente come capita ai migranti: da una città (asiatica?) dilaniata da una non ben precisata guerra civile si passa a un luogo diventato simbolo dell’attuale fenomeno migratorio in atto, Mykonos. Dalle isole Cicladi arriviamo a Londra e poi da lì sulla costa ovest degli Stati Uniti. In attesa che la realtà virtuale si sviluppi abbastanza da farci vivere ciò che prova un’altra persona, un romanzo come Exit West è tra le poche possibilità che abbiamo oggi di comprendere, almeno per sommi capi, che cosa sta succedendo in questo inizio di XXI secolo, perché così tante persone stiano lasciando le loro case per cercare un nuovo futuro lontanissimo da dove sono nate.

Ma allora ci troviamo di fronte a un romanzo buonista? Chiamando i difensori dello status quo “nativisti” Hamid smonta il meccanismo sotteso a ogni tipo di razzismo legato a un’appartenenza territoriale. Se riconosciamo che siamo tutti ospiti dello stesso pianeta e che siamo tutti uguali per quale motivo dovremmo combatterci? O siete fra quelli che credono che l’Occidente sia l’ultima e più perfetta forma di società della Storia? Saeed e Nadia – la coppia protagonista di Exit West, raffigurazione plastica del pensiero religioso e del pensiero laico – assistono all’uscita di scena (exit) dell’Occidente senza dimenticare di raccoglierne l’eredità più importante, la democrazia. Auguriamoci che sia davvero così per le generazioni che verranno a sostituirci.

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In occasione della Giornata Mondiale del Libro perché cara Rai trasmetti uno spot “triste”?

Premessa, pagavo il canone prima che lo mettessero in bolletta e sono grato alla Rai per tutte le belle trasmissioni che produce e che continuo a vedere o ascoltare. Lavoro anche nell’industria editoriale italiana e dovrei essere contento che la Rai abbia deciso di girare uno spot per la Giornata Mondiale del Libro (domenica 23 aprile 2017). Ideato e realizzato dalla direzione Creativa Rai in collaborazione con il Centro di Produzione Rai di Torino questo promo – che ho appena vista su Rai Due, perdonate se scrivo sull’onda emotiva – è ben fatto ma secondo me ha un difetto evidente. È triste. C’è bisogno di accompagnare nel nostro paese il concetto di lettura alla tristezza? Penso di no.

Uno dei fotogrammi finali dello spot Rai per la Giornata Mondiale del Libro 2017, allegro vero?

Se come recita il comunicato stampa “leggere […] è un’esperienza viva, un incontro fantastico in cui si diventa co-protagonisti” mi ha messo invece maliconia vedere il Piccolo Principe, Don Chisciotte e Sancho Panza, il mostro di Frankenstein e Cosimo Piovasco di Rondò (il barone rampante) sperduti nel nostro tempo e nei nostri ambienti (una piazza con una altalena, una stazione di rifornimento, un caffè chissà per quale motivo molto diner statunitense e un parco) in attesa di una lettrice o di un lettore. Un libro è un incredibile incontro dice la voce calda del doppiatore e mi è venuto da pensare: “Certo, pare dirlo per chi non ha una famiglia, o non ha amici, oppure una connessione a Internet”.

Come ho detto lo spot è ben realizzato e molto bello da vedere e ha vinto anche il premio internazionale PromaxBDA Europe Awards 2017 (categoria Best social responsability), forse però manca il bersaglio se intendeva rivolgersi, cito sempre il comunicato stampa “in particolare al pubblico dei giovani e ai cosiddetti ‘young adults’”. Vi si è rivolto in particolare con il taglio, passatemi il termine, che aveva la scuola di quando la frequentavo io, quello delle letture obbligatorie, quello dei libri imprescindibili. Non diventa malinconico il personaggio di un romanzo se non lo leggi, semplicemente se ne sta tra le sue pagine ad aspettare il lettore giusto. Paziente come Morla della Storia Infinita.


Ed è anche forse miope, rispetto ai dati che possediamo, dire che dobbiamo “stimolare interesse rispetto al valore emotivo dei grandi classici della letteratura” (qui il testo Rai completo). Perché non è corretto affermare che gli adolescenti “leggono sempre meno” quando se i giovani si sono messi a leggere – in controtendenza rispetto agli adulti di questo Paese, sono loro i grandi assenti altro che i giovanissimi – l’hanno fatto per via di J.K. Rowling, Stephenie Meyer, Suzanne Collins, Rick Riordan e Jeff Kinney, solo per citare una manciata di autori contemporanei. Vi è capitato di vedere in televisione questo spot? Vi rigiro in apertura il link del video caricato da quelli de La Notizia Quotidiana su You Tube. Davvero vorrei il vostro parere nei commenti. Aiutiamo la Rai a elaborare per l’anno prossimo uno spot divertente per invitare tutti alla lettura.

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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Libri rari anche basta, perché essere a favore della editoria elettronica

La volpe azzurra di Sjón

La volpe azzurra di Sjón

Non so se abbiate mai sentito parlare della Future Library di Katie Paterson, un’artista scozzese che ha deciso di proiettare nel futuro le opere di un centinaio di scrittrici e di scrittori letteralmente seminando in Norvegia una foresta di mille alberi da cui si ricaverà la carta per la loro stampa (i volumi saranno pubblicati a partire dal 2114). Seguendo la carriera di Margaret Atwood e David Mitchell è stato inevitabile imbattersi in questo progetto artistico visto che sono stati loro i primi due scrittori ad aver aderito all’idea di Paterson. Ora se ne è aggiunto un terzo – e ogni anno sarà svelato un nuovo partecipante –, uno scrittore islandese di cui colpevolmente ignoravo l’esistenza: Sjón.

Sjón in Islanda e nei paesi anglofoni è un poeta e uno scrittore famoso, che in passato ha collaborato con Björk e Von Trier, ma su dodici romanzi soltanto uno è stato tradotto e pubblicato in Italia, La volpe azzurra. Se volete sapere di cosa tratta questo libricino uscito nella Piccola Biblioteca Oscar nel 2006, e leggere un profilo dell’autore, vi rimando all’esaustiva recensione di Silvia Cosimi che trovate su Anobii). A prescindere dalla trama e dall’apprezzamento, i lettori italiani sembrano divisi tra “mi è piaciuto molto” e “non l’ho capito”, Sjón ha avuto la sfortuna di essere stato tradotto e pubblicato troppo presto in Italia. Perché? Perché il suo libro è andato fuori catalogo.

Possono essere molte le ragioni per cui “La volpe azzurra” non è riuscita a farsi testa di ponte per altre traduzioni di Sjón in Italia – le vendite insufficienti, diritti d’autore troppo alti ecc. –, quel che è capitato è stato tipico di un percorso editoriale classico per il XX secolo: provo a lanciare un autore, ahimè non sfonda, non pubblico più nulla di lui. Nessuno può dare la colpa a Mondadori per non essersi intestardita a pubblicare questo islandese. Adesso posso agevolmente comprare questo tascabile a 35 euro (35 euro) su eBay in quanto libro raro oppure affidarmi a qualche santo per ritrovarne fortunosamente un esemplare in qualche bancarella del libro usato. Vi sembra possibile nel XXI secolo?

Quanto chiasso che fai, non puoi recuperarlo in biblioteca? Certo. Poi anche se mi piacerà dovrò pure restituirlo. Se fosse stato pubblicato oggi invece avrebbe probabilmente avuto un’edizione in ebook e avrei potuto acquistarlo ora, senza avervi ammorbato in poco meno di cinquecento parole. Gli scaffali di una libreria (o di una biblitoeca) elettronica sono più accoglienti a volte per la letteratura di quelli delle librerie fisiche – vedi il caso di Player One di Ernest Cline che in versione digitale è sopravvissuto alla chiusura del suo editore italiano, ISBN Edizioni – e il problema della reperibilità risolto dal digitale è troppo spesso sottovalutato da chi concepisce il libro solo in quanto oggetto fisico.

Immagine | Sjón, La volpe azzurra, Mondadori 2006

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