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In occasione della Giornata Mondiale del Libro perché cara Rai trasmetti uno spot “triste”?

Premessa, pagavo il canone prima che lo mettessero in bolletta e sono grato alla Rai per tutte le belle trasmissioni che produce e che continuo a vedere o ascoltare. Lavoro anche nell’industria editoriale italiana e dovrei essere contento che la Rai abbia deciso di girare uno spot per la Giornata Mondiale del Libro (domenica 23 aprile 2017). Ideato e realizzato dalla direzione Creativa Rai in collaborazione con il Centro di Produzione Rai di Torino questo promo – che ho appena vista su Rai Due, perdonate se scrivo sull’onda emotiva – è ben fatto ma secondo me ha un difetto evidente. È triste. C’è bisogno di accompagnare nel nostro paese il concetto di lettura alla tristezza? Penso di no.

Uno dei fotogrammi finali dello spot Rai per la Giornata Mondiale del Libro 2017, allegro vero?

Se come recita il comunicato stampa “leggere […] è un’esperienza viva, un incontro fantastico in cui si diventa co-protagonisti” mi ha messo invece maliconia vedere il Piccolo Principe, Don Chisciotte e Sancho Panza, il mostro di Frankenstein e Cosimo Piovasco di Rondò (il barone rampante) sperduti nel nostro tempo e nei nostri ambienti (una piazza con una altalena, una stazione di rifornimento, un caffè chissà per quale motivo molto diner statunitense e un parco) in attesa di una lettrice o di un lettore. Un libro è un incredibile incontro dice la voce calda del doppiatore e mi è venuto da pensare: “Certo, pare dirlo per chi non ha una famiglia, o non ha amici, oppure una connessione a Internet”.

Come ho detto lo spot è ben realizzato e molto bello da vedere e ha vinto anche il premio internazionale PromaxBDA Europe Awards 2017 (categoria Best social responsability), forse però manca il bersaglio se intendeva rivolgersi, cito sempre il comunicato stampa “in particolare al pubblico dei giovani e ai cosiddetti ‘young adults’”. Vi si è rivolto in particolare con il taglio, passatemi il termine, che aveva la scuola di quando la frequentavo io, quello delle letture obbligatorie, quello dei libri imprescindibili. Non diventa malinconico il personaggio di un romanzo se non lo leggi, semplicemente se ne sta tra le sue pagine ad aspettare il lettore giusto. Paziente come Morla della Storia Infinita.


Ed è anche forse miope, rispetto ai dati che possediamo, dire che dobbiamo “stimolare interesse rispetto al valore emotivo dei grandi classici della letteratura” (qui il testo Rai completo). Perché non è corretto affermare che gli adolescenti “leggono sempre meno” quando se i giovani si sono messi a leggere – in controtendenza rispetto agli adulti di questo Paese, sono loro i grandi assenti altro che i giovanissimi – l’hanno fatto per via di J.K. Rowling, Stephenie Meyer, Suzanne Collins, Rick Riordan e Jeff Kinney, solo per citare una manciata di autori contemporanei. Vi è capitato di vedere in televisione questo spot? Vi rigiro in apertura il link del video caricato da quelli de La Notizia Quotidiana su You Tube. Davvero vorrei il vostro parere nei commenti. Aiutiamo la Rai a elaborare per l’anno prossimo uno spot divertente per invitare tutti alla lettura.

Immagini e video | Rai

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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Libri rari anche basta, perché essere a favore della editoria elettronica

La volpe azzurra di Sjón

La volpe azzurra di Sjón

Non so se abbiate mai sentito parlare della Future Library di Katie Paterson, un’artista scozzese che ha deciso di proiettare nel futuro le opere di un centinaio di scrittrici e di scrittori letteralmente seminando in Norvegia una foresta di mille alberi da cui si ricaverà la carta per la loro stampa (i volumi saranno pubblicati a partire dal 2114). Seguendo la carriera di Margaret Atwood e David Mitchell è stato inevitabile imbattersi in questo progetto artistico visto che sono stati loro i primi due scrittori ad aver aderito all’idea di Paterson. Ora se ne è aggiunto un terzo – e ogni anno sarà svelato un nuovo partecipante –, uno scrittore islandese di cui colpevolmente ignoravo l’esistenza: Sjón.

Sjón in Islanda e nei paesi anglofoni è un poeta e uno scrittore famoso, che in passato ha collaborato con Björk e Von Trier, ma su dodici romanzi soltanto uno è stato tradotto e pubblicato in Italia, La volpe azzurra. Se volete sapere di cosa tratta questo libricino uscito nella Piccola Biblioteca Oscar nel 2006, e leggere un profilo dell’autore, vi rimando all’esaustiva recensione di Silvia Cosimi che trovate su Anobii). A prescindere dalla trama e dall’apprezzamento, i lettori italiani sembrano divisi tra “mi è piaciuto molto” e “non l’ho capito”, Sjón ha avuto la sfortuna di essere stato tradotto e pubblicato troppo presto in Italia. Perché? Perché il suo libro è andato fuori catalogo.

Possono essere molte le ragioni per cui “La volpe azzurra” non è riuscita a farsi testa di ponte per altre traduzioni di Sjón in Italia – le vendite insufficienti, diritti d’autore troppo alti ecc. –, quel che è capitato è stato tipico di un percorso editoriale classico per il XX secolo: provo a lanciare un autore, ahimè non sfonda, non pubblico più nulla di lui. Nessuno può dare la colpa a Mondadori per non essersi intestardita a pubblicare questo islandese. Adesso posso agevolmente comprare questo tascabile a 35 euro (35 euro) su eBay in quanto libro raro oppure affidarmi a qualche santo per ritrovarne fortunosamente un esemplare in qualche bancarella del libro usato. Vi sembra possibile nel XXI secolo?

Quanto chiasso che fai, non puoi recuperarlo in biblioteca? Certo. Poi anche se mi piacerà dovrò pure restituirlo. Se fosse stato pubblicato oggi invece avrebbe probabilmente avuto un’edizione in ebook e avrei potuto acquistarlo ora, senza avervi ammorbato in poco meno di cinquecento parole. Gli scaffali di una libreria (o di una biblitoeca) elettronica sono più accoglienti a volte per la letteratura di quelli delle librerie fisiche – vedi il caso di Player One di Ernest Cline che in versione digitale è sopravvissuto alla chiusura del suo editore italiano, ISBN Edizioni – e il problema della reperibilità risolto dal digitale è troppo spesso sottovalutato da chi concepisce il libro solo in quanto oggetto fisico.

Immagine | Sjón, La volpe azzurra, Mondadori 2006

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Linda Nagata, Red, Deve farsi riprogettare meglio

Red di Linda Nagata

Red di Linda Nagata

Red. La prima luce di Linda Nagata
Traduzione di Maria Sofia Buccaro, Mariachiara Eredia, Benedetta Fabbri e Maddalena Gerini
Mondadori, 2016, 6,99 € ebook (15 € cartaceo)

«Ma la mia rete cranica è fuori uso, non c’è nulla a tenere lontano la vuota oscurità che mi si annida nel petto».

Linda Nagata è stata la prima scrittrice di fantascienza a guadagnarsi una nomination ai Nebula Award 2013 e ai John W. Campbell Memorial Award 2014 (due dei maggiori premi statunitensi per la narrativa sci-fi e fantasy) con un’opera autopubblicata: Red. La prima luce (The Red: First Light). Come lei stessa afferma, la fama di questi due premi – anche se era stata solo nominata – le ha permesso di pubblicare “Red” nel 2015 per i tipi della Saga Press (un marchio Simon & Schuster) e di ottenere un’edizione italiana con Mondadori nel maggio 2016. Perché questo preambolo? Perché possono passare anni prima che una storia trovi la sua strada nel mondo, è sempre stato vero e continua ad esserlo anche nel XXI secolo.

Mondadori aveva già pubblicato in Italia Nagata traducendo nel 2014 un suo racconto – “Nahiku West”, un giallo fantascientifico – nella raccolta “Il futuro di vetro e altri racconti”, Urania Millemondi n. 66. Io l’ho conosciuta così e non mi sono dimenticato di lei. Già vincitrice del Locus Award 1996 e il Nebula Award 2000 per il miglior racconto breve, Nagata con “Red” offre ai suoi lettori un’opera di fantascienza militare (milSF) classica che apprezzeranno soprattutto i patiti di armi, di corpi speciali e di cospirazioni. A ogni modo, in un prossimo futuro il famigerato James Shelley, tenente dell’esercito degli Stati Uniti, appartenente alle SAC (Squadre d’assalto connesse), per un quarto africano e per gli altri tre europeo e messicano, sta combattendo in Africa.

Capiamo subito che Shelley è di buona famiglia ed è finito nell’esercito per un non ben precisato reato. Anche se è molto lucido nel condannare le malefatte dell’industria bellica, che crea ad hoc conflitti in tutto il mondo per vendere armi e attrezzature belliche, Shelley è un bravo combattente e un bravo capo per i soldati affidati al suo comando. Ecco che gli dice un suo superiore: “Lei è qui perché il suo profilo psicologico combacia con il mio ideale di perfezione: sveglio, adattabile, determinato. Un ottimo soldato…”. Ad aiutare i ragazzi e le ragazze a stelle e strisce ci sono gli angeli (droni), le Sorelle Morte (esoscheletri) , la Guida (aiuto tattico da remoto) e le calotte (cuffie che interfacciano i soldati fra di loro e rilasciano psicofarmaci per controllare l’umore). E se credete che ci sia troppa tecnologia così aspettate di vedere cosa capiterà a Shelley…

L’intreccio di Red mi ha indotto a leggerlo di corsa per vedere dove voleva andare a parare Nagata e mi ha trasportato dall’Africa al Texas e in altri luoghi che non posso svelarvi per non rovinarvi la storia. Più che i cambi di scenario, che sono quelli classici dei videogiochi sparatutto a sfondo bellico, il romanzo di Nagata mi ha colpito per il ritratto della società USA che s’intravede sullo sfondo. Anche se un amico di Shelley appartiene alla stampa, (“Elliot Weber, noto pacifista e giornalista”), i giornalisti sono apostrofati giornalioti e sono al servizio della propaganda; il presidente pare non avere alcun potere sugli amministratori delegati delle grandi società chiamati “draghi”; i parlamentari sono zombie o amebe; le operazoni di guerra finiscono dentro a reality show; l’esercito finché gli servi ti è amico; i civili son pecore nel migliore dei casi o nel peggiore terroristi che minacciano l’integrità del Paese.

“Red. La prima luce” è un romanzo che può esser letto come autoconclusivo, sebbene abbia un finale aperto e sia il primo di una trilogia. Se vi rimane la curiosità di scoprire cos’è quel Red che da bravo MacGuffin anima tutta la trama, portando scompiglio non solo nella vita e nella testa del protagonista ma in tutto il mondo, vi consiglio di acquistarlo per indurre l’editore a tradurre gli altri due episodi. Potreste avere difficoltà a trovarlo sugli scaffali, Mondadori ha deciso di pubblicarlo nella nuova collana Oscar Fantastica, dedicata soprattutto alle ristampe di Cassandra Clare e George R.R. Martin, credendo forse di dargli così più visibilità. Speriamo non l’abbiano viceversa occultato agli occhi di chi vuol leggere della “semplice” fantascienza. Immagine di copertina stupenda a firma di Larry Rostant.

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Alfred Bester The Stars My Destination o quante edizioni digitali può avere la stessa storia?

Due ebook di Alfred Bester o uno solo?

Due ebook di Alfred Bester o lo stesso ebook?

Libri cartacei o digitali è quasi una dicotomia superata. A inizio XXI secolo sappiamo che le storie che vogliamo leggere sono compresse dentro una risma di carta o all’interno di un file, a seconda delle nostre esigenze possiamo scegliere l’uno o l’altro contenitore, decidendo se avere quindi una libreria fisica o digitale. Questo cambio di paradigma impone però agli editori di fare attenzione quando digitalizzano un libro. Ogni tanto inciampano in qualche incidente, disattenzioni editoriali veniali che potrebbero però allontanare dalla lettura (elettronica) nuovi e vecchi lettori. Potrebbe capitarvi di comprare due ebook scoprendo che si tratta dello stesso ebook.

Esaminiamo un caso particolare, il romanzo di fantascienza “The Stars My Destination” (1956) di Alfred Bester, se vi interessano notizie sulla trama vi rimando al post di Massimo Luciani su netmassimo.com. Può darsi che qualcuno di voi scoprirà questo autore per via del sofferto – se ne parla dagli anni Novanta, vedremo se andrà in porto – prossimo adattamento cinematografico di questa storia. Tornando alla sua storia editoriale italiana, riprendendo l’edizione inglese, che riportava il titolo alternativo “Tiger! Tiger!”, La Tribuna Editrice lo pubblica per la prima volta nel 1966 con la traduzione di Luciano Torri intitolandolo “La tigre della notte” .

Le edizioni Nord lo ripubblica nel 1976, sempre nella versione di Torri, il titolo però a questo punto cambia e diventa “Destinazione stelle” riprendendo quel “The Stars My Destination” sotto il quale il romanzo è conosciuto negli USA, di ristampa in ristampa arriviamo a metà anni novanta.  Nel 2000 la storia approda per la prima volta in Mondadori – l’editore di tutte le altre storie di Bester in Italia – e si avvale di una nuova traduzione per i Classici Urania, a cura di Vittorio Curtoni, intitolata “La tigre della notte” come l’edizione del 1966. Vi gira la testa? Un po’ anche a me, tenete però conto che i primi ad aver confuso le carte sono stati gli editori inglesi e americani di Bester.

In Italia a questo punto esistono due traduzioni con due titoli diversi pubblicate da due differenti case editrici; nulla di male, se siete dei patiti della fantascienza potreste anche essere contenti. Tuttavia l’inghippo è dietro l’angolo, le edizioni Nord non ripropongono più la loro edizione mentre Mondadori decide nel 2014 di ripubblicare negli Oscar la storia di Bester, sempre nella traduzione di Curtoni, col titolo… “Destinazione stelle”. In edicola posso comprare “La tigre della notte” (Urania Collezione) e in libreria “Destinazione stelle” (versione Oscar). Tutto ok? Non esattamente. Non ci sarebbe nulla di strano se non fosse stata nel frattempo inventata l’editoria elettronica.

Diversamente dal libro cartaceo, a parità di contenuto, non ha senso che un libro digitale abbia un’edizione di lusso, un’edizione economica o un’edizione speciale particolare per un certo canale di vendita. Se il contenuto non cambia è corretto nei confronti del lettore presentargli la stessa storia con una veste differente? Mondadori sta vendendo consapevolmente “The Stars My Destination” in digitale con due titoli, due copertine e due prezzi diversi – la versione Urania Collezione 2013 costa 3,99 euro, la versione Oscar I grandi della fantascienza 2014 costa 6,99 euro – sebbene il contenuto sia identico? Vale l’obiezione che appartengono a due collane differenti?

Mentre in commercio esistono due versioni elettroniche identiche di “The Stars My Destination/Tiger! Tiger!”, il suggerimento per Mondadori è convertire in formato digitale i romanzi di Bester che attualmente non sono più disponibili in formato cartaceo – come “L’uomo disintegrato” (1952), “Connessione computer” (1975), “I simulanti” (1981) e “Psyconegozio”, uscito postumo nel 1998, terminato da Roger Zelazny – e di decidere quale delle due edizioni tenere a scaffale nelle librerie elettroniche italiane. Se vi sembra normale che siano disponibili entrambe in contemporanea ditemi la vostra nei commenti, sono davvero curioso di sapere la vostra opinione.

Immagine | ebookstore Kobo

 

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Comprare ebook per Kobo con una gift card, come si fa

Mi hanno regalato una carta prepagata Kobo, e adesso?

Mi hanno regalato una carta prepagata Kobo, e adesso?

Acquistare un ebook con una carta prepagata vi capiterà prima o poi. Tra gli ostacoli che deve superare il lettore di libri digitali c’è senza dubbio l’attuale bizantinismo dei pagamenti elettronici, non sono ancora così lineari e ovvi come dovrebbero essere. E sì, Amazon con l’opzione “ordini 1-Click” ha semplificato la vita a tante persone, oltre che arricchire il proprio portafoglio clienti naturalmente. A ogni modo in questo post vi spiegherò come comprare un ebook con una gift card di Kobo con un esempio pratico. Ne ho giusto una che mi hanno regalato le mie sorelle, importo 50 euro.

Il mio consiglio è di accendere il computer che utilizzate di più e aprire Kobo Desktop Edition, tenete conto che l’identica operazione è possibile anche dal vostro ereader. Selezionate il libro che vi interessa e caricatelo sul carello – nel mio caso è un saggio Bompiani “Da animali a dèi. Breve storia dell’umanità” –, ora passate al pagamento, dovete avere a questo punto sottomano il numero PIN della vostra carta prepagata (lo ricavate grattando la striscia argentata sul retro oppure vi sarà indicato nell’email che vi hanno mandato, nel caso la vostra card sia un buono regalo elettronico Kobo).

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Invece di cliccare su Completa l’acquisto guardate in alto a destra (o in basso sotto alla finestra dei codici promozionali) e fate caso alla dicitura: Utilizza una gift card. Una volta selezionata questa voce potrete inserire il Numero Gift Card della vostra carta, o del vostro buono, e noterete come parte del suo importo sia stato immediatamente applicato all’ordine. Nel mio caso i 50 euro sono diventati 40,01 euro perché il saggio di Yuval Noah Harari costa 9,99 euro; è corretto che ci sia zero come totale perché il vostro account è sempre collegato alla vostra carta di credito, che non sarà utilizzata per questo acquisto.

Selezionando Continua vi apparirà la schermata riepilogativa dove cliccando Completa acquisto avrete finalmente comprato il vostro ebook. Non dico che sia semplice ma non è nemmeno così arzigogolato, poteva andare peggio. Importante, i vostri acquisti – sia da computer sia da ereader se lo sincronizzate – fino alla fine del credito della gift card saranno caricati su di essa, senza che sia più necessario per ogni nuovo acquisto inserire il PIN della carta, come se dal vostro libraio di fiducia aveste aperto un credito o come le tesserine prepagate che alcuni bar usano per pagare dieci caffè.

Immagini | Kobo

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#LoFaccioPerché, Decathlon ricorda all’Italia perché i lettori sono una minoranza

Il post col quale Decathlon spiega la rimozione della campagna #LoFaccioPerché in campo non servono libri

Il post col quale Decathlon spiega la rimozione del claim #LoFaccioPerché in campo non servono libri

I libri per tirare due calci a un pallone non servono. O almeno, così la pensano a Decathlon Italia che ha approvato un claim all’interno della sua campagna comunicativa estiva 2016 #LoFaccioPerché che riporta questo messaggio: #LoFaccioPerché in campo non servono libri. Se volete un ottimo riassunto della polemica scatenatasi sui social network in seguito a un tweet del digital media specialist Davide Borgo e alle proteste degli amanti della lettura in Italia lo trovate su Bookblister: “Epic Fail Decathlon!” a firma di Chiara Beretta Mazzotta. Tanto tuonò la minoranza di lettori italiani che la catena di negozi di abbigliamento e attrezzature sportive capita la malaparata è arrivata a rimuovere la pubblicità spiegandone i motivi su Facebook.

Tuttavia, vi sembra normale che siano stati i lettori e le lettrici italiani a protestare? Come mai i calciatori e gli sportivi in generale non hanno dato di matto dopo un messaggio che pare di capire contrapponeva “sport e cultura”? Forse perché appena l’un per cento dei calciatori sono laureati? Quel che l’indignazione dei lettori nasconde è che l'”Italia […] ha un problema con i libri” come scrive Gabriele Ferraresi su Daily Best commentando la vicenda; quel che dimentichiamo è che davvero in campo non servono libri perché l’atleta prima di tutto deve dedicare il suo tempo ad allenarsi, altrimenti come spiegare questa frase: “Quello che oggi abbiamo capito – spiega la ministro Giannini – è che formazione e attività fisica non sono incompatibili” in merito a un progetto del MIUR per arginare la dispersione scolastica di chi pratica sport a livello agonistico (la Stampa, 02/02/2016).

Persino i francesi si fanno beffe di noi per la reazione sproporzionata dei lettori italiani – “Decathlon se fait incendier : au moins sur un terrain de foot, on n’a pas besoin de livres” (Nicolas Gary su ActuaLitté) – a questa campagna. Se non crediamo che sia vera allora perché le ironie sui calciatori ignoranti o perché per anni è stata la norma sganasciarsi ascoltando gli strafalcioni del Trap (ex calciatore oltre che allenatore) a “Mai dire Gol”? Il giocatore del Chievo e della Sampdoria Christian Puggioni studente in Giurisprudenza ricordava ad Alessandra Gozzini della Gazzetta dello Sport: “E c’è anche chi mi disse che i miei libri in ritiro non erano graditi: non dovevo studiare, ma solo concentrarmi sulla partita”.

“Il successo sportivo azzurro e la scuola (ancora) contro” è un titolo di Vanity Fair a un pezzo di Chiara Pizzimenti che non dovrebbe farci inorridire? Farci gridare che non è vero? Eppure abbiamo aspettato questo secolo per fare sul serio con i licei a indirizzo sportivo – oggi richiestissimi ma insufficienti per numero a quanto sembra, vedi “Licei sportivi, boom di richieste ma a Milano i posti sono limitati” (Calcio e finanza, 30/03/2016) – e dagli statunitensi abbiamo copiato tanto ma non l’accoppiata sport-istruzione che negli USA è stata anche un importante veicolo d’integrazione. Siamo ancora in tempo a interrompere il cortocircuito sport-libri-istruzione a tutto vantaggio di chi ama la lettura e lo sport, rendiamoci conto che indignarsi non basta però.

Immagine | Facebook

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Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Non sarò spaventato. Sarò pronto, pensò Joshua

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon
Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo, 280 pagine)

«Quella sera Bega gli aveva detto che i suoi zombi gli piacevano. Era parecchio ubriaco ma gli zombi gli piacevano, e Joshua gli aveva creduto perché Bega era troppo ubriaco per mentire e lui troppo ubriaco per non credergli».

Aleksandar “Sasha” Hemon mi ha fregato, durante la lettura ho creduto dapprima che il suo L’arte della guerra zombi fosse prima un libro strano, poi inutile e poi… poi mi ha stupito. Ne sono contento perché era dai tempi di Tibor Fischer – uno dei miei scrittori preferiti che da troppi anni ahimè non scrive più – che un autore non mi prendeva per il naso, in senso buono, come Hemon. Devo così ancora una volta ringraziare Einaudi che mi ha permesso di conoscerlo (gratis) attraverso questa sua ultima prova pubblicata l’anno scorso in inglese e questo marzo in italiano, tradotta da Maurizia Balmelli. Se sarete folgorati come il sottoscritto sappiate che sono già disponibili altre due storie di Hemon in ebook, “Il libro delle mie vite” (2013) e “Amori e ostacoli” (2014).

“L’arte della guerra zombi” è ambientato a Chicago nel 2003 – che strano il mondo prima dei social network e dei telefonini, dovreste farci un giro – e segue le vicende di Joshua Levin, un ragazzo come tanti con l’ambizione di fare lo sceneggiatore per Hollywood. Com’è chiaro fin dal titolo, in originale “The Making of Zombie Wars”, a Joshua piacciono le storie con i morti viventi e le sue traversie personali durante il romanzo avanzano in parallelo con una storia di zombi con tutti i crismi. Una storia, intitolata provvisoriamente Guerre zombi, che si riconosce a vista d’occhio poiché è impaginata come una sceneggiatura vera e propria, con tanto di carattere tipografico a imitazione di quello delle macchine da scrivere, per chi si ricorda cosa sono).

Mentre in Guerre zombi l’umanità com’è un classico soccombe all’invasione dei mangiacervelli Joshua a Chicago si incasina la vita come in un film dei fratelli Coen senza censure, anzi, come in un lungometraggio dei Coen ma sceneggiato dal Kevin Smith degli anni d’oro, quello di Clerks spero abbiate presente. È anche la parte del romanzo in cui Hemon ti incastra mettendo Joshua al centro del palcoscenico del solito teatrino della famiglia ebraica disfunzionale col padre assente, la madre severa e la sorella insopportabile. Terza storia a intrecciarsi con le altre il rapporto del protagonista con gli immigrati esteuropei post collasso Unione sovietica e guerre balcaniche, sì, c’è anche il tradizionale reduce dall’Iraq e la fidanzata d’origine asiatica.

Tutti elementi che Hemon fa interagire fra di loro con spietatezza illudendoti di seguire una storia normale anche se grottesca (tra parentesi, secondo libro Einaudi che leggo a distanza di pochi mesi e secondo gatto che… lasciamo perdere) per poi giocare di prestigio e farti rimanere di sale. A suo merito va anche detto che non è un autore che si autocompiace, uno di quelli che ti strizza l’occhio a ogni frase per farti capire quanto è bravo, almeno in questa storia. Si arriva in fondo e si può dargli atto che, pur tra scene di sesso e violenza gratuite, L’arte della guerra zombi ci ha instillato alla Spinoza dubbi sulla nostra stereotipata visione del mondo, su chi siano davvero coloro i quali pensiamo siano “gli altri”, su cosa davvero stiamo aspettando e perché.

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Inchiostro elettronico, in attesa di etichette per valigie e schermi grandi come fogli A4

Addio etichette? Rinowa incorpora uno schermo eink nelle sue valigie

Addio etichette? Rimowa e le sue valigie con schermo eink

Recentemente ho fatto una decina di viaggi in treno tra la Lombardia e il Veneto, sia sui regionali sia sulle Frecce di Trenitalia, e mi ha colpito come tra i lettori si siano diffusi non solo i Kindle ma anche i Kobo; che la gente si sia abituata a trovarli nei punti vendita delle grandi catene di elettronica di consumo? In realtà l’inizio del 2016 pare segnare fosche previsioni per un’altra possibile alternativa al libro cartaceo: il tablet (cfr. Why the iPad is going extinct, New Republic, 29 gennaio 2016). Come ricordete l’ereader è già stato dato per morto l’anno scorso ma ho visto con i miei occhi nella metropolitana di Milano un paio di impavide lettrici leggere romanzi su iPad o Samsung ecc. Contente loro, io ci perderei definitivamente la vista dopo otto ore davanti a un computer ma immagino per ciascuno di noi sia diverso.

Se cercate un riassunto dell’anno appena trascorso per quel che riguarda l’editoria elettronica vi segnalo “Editoria digitale, un bilancio oltre le superficialità e qualche previsione” di Gino Roncaglia (sul sito de Il Libraio; 09/02/2016). Non mi trovo d’accordo con la sua affermazione che “l’ebook non [sia] affatto un medium ‘esplosivo’ capace di conquistare rapidamente un territorio prima non presidiato; non è dunque paragonabile, per intenderci, né alla radio, né alla televisione, né a Internet” perché, anche se il libro elettronico non veicola contenuti nuovi ma replica perlopiù quelli della sua controparte cartacea, ha la stessa forza dirompente che ha avuto l’introduzione del file mp3 per la musica. L’immediatezza con la quale si può “scaricare” un libro oggi – pur con tutti i difetti dei suoi vari formati – rende l’ebook un mezzo che ha già catturato il nostro immaginario. Come può non essere digitale anche il libro, oggi?

Se vi capita di passare in edicola o in libreria – ma naturalmente esiste anche la sua versione elettronica – il numero 28 di Progetto grafico uscito a novembre 2015 è proprio dedicato al fare i libri nel XXI secolo se vi interessa l’argomento. In particolare vi segnalo gli articoli “Medium. Esperienze utente e nuovi scenari per l’editoria digitale” di Pompilii e “Oltre il libro. Motivazioni, economia e competenze nelle ricerche editoriali contemporanee” di Camillini. Per riassumere, da una parte il digitale che non vedete (quello di chi i libri li fa) sta paradossalmente facendo dimenticare come si fanno i libri ad alcuni “editori” – alcuni volumi in libreria adesso solo vent’anni fa non ci sarebbero neppure arrivati, parlo di errori tecnici – dall’altra giovani e meno giovani entusiasti stanno riscoprendo il libro artigianale, più prezioso e in certi termini fatto più a regola d’arte rispetto a quello industriale attuale.

Tornando agli ebook ancora non si vedono  smart ereader o phone-ereader, ovvero smartphone dotati di uno schermo a inchiostro elettronico. Sono mesi che i francesi della Danew hanno annunciato il loro Konnect Twin, un diretto concorrente dello YotaPhone 2 ma continuano a rimandarne il lancio; pare che anche Lumia sia interessata ad aggiungere uno schermo eink ai suoi prossimi dispositivi come potete leggere su Pianetaebook . Il 2016 potrebbe poi essere l’anno giusto per un ereader di grande formato, parliamo di 13 pollici di diagonale, più o meno le dimensioni di un foglio A4, se volete saperne di più leggete il post di Nate Hoffelder First Look at the 13″ Onyx Boox Max, 9.7″ Onyx Boox N96 su The Digital Reader. C’è movimento intorno alla tecnologia eink anche se Amazon sta rimandendo sostanzialmente ferma con lo sviluppo del suo lettore di libri digitali per antonomasia, il Kindle.

Dove invece la carta e l’inchiostro elettronici continuano a fare passettini in avanti è la nostra quotidianità. Rammentate che vi parlavo delle etichette dei prezzi nei supermercati (in Italia curiosate nei negozi Mediaworld), per non parlare di alcuni modelli di orologi (Seiko e Sony)? Oggi stanno sperimentando la caratteristica più golosa dell’eink, la poca energia richiesta per fare funzionare i suoi schermi. Vi avevo accennato che i display eink potevano essere anche a due colori rosso e nero ma se vi dicessi verde e nero cosa vi viene in mente? Ma le fastidiose e lunghe etichette che si adoperano tutte le volte che prendiamo un volo aereo e dobbiamo ogni volta sperare che rimangano attaccate per miracolo alla manigia della nostra valigia.

E allora ecco che la Rimowa, una marca di valigie di lusso ha avuto l’idea di incorporare in sette modelli uno schermo eink che riproduce in digitale l’etichetta. Grazie a una app sul vostro smartphone apparirà di volta in volta sul display il codice corretto per il viaggio che intendete fare e non è che lo schermo abbia molto da fare, si limiterà a fornire per il tragitto l’informazione corretta. La sperimentazione – se pensate sia una sciocchezza vi rammento che ci aveva provato già British Airways tre anni fa – inizierà a metà marzo 2016 con Lufthansa. Come ha scritto Dane Steele Green sull’Huffington Post: “Qualsiasi tecnologia che consenta alle persone di evitare le fila e di raggiungere [rapidamente] il loro gate è ben accetta, oltre che attesa da tempo”. E come dargli torto.

Aggiornamento marzo 2016: un altro utilizzo interessante degli schermi eink nella nostra quotidianità è quello relativo ai trasporti pubblici. Perché usare la carta per comunicare ai cittadini gli orari dei mezzi quando uno schermo a inchiostro elettronico si dimostra più comodo? Devono averlo pensato in Slovenia a Lubiana dove quattro fermate dell’autobus sono state dotate di schermi eink; trovate un approfondimento sul sito visionect.com l’azienda che ha fornito alla capitale slovena schermi e software per questa svolta ecologica e intelligente, la prossima città che seguirà questo esempio? Londra, naturalmente.

Immagine | Rimowa

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Helen Macdonald, Io e Mabel, ma come si fa a stufarsi di un astore?

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria di Helen Macdonald
Traduzione di Anna Rusconi
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Adesso che lascio Mabel libera, che le permetto di volare dove vuole, ho scoperto una cosa fantastica. Anche lei si sta costruendo un paesaggio di luoghi magici. […] sta appropriandosi della sua collina. Della mia. Della nostra».

Quest’anno potreste anche leggere un solo ebook (o un solo libro, fate voi), Io e Mabel di Helen Macdonald. Siete anche fortunati, è uscito ieri a fine gennaio per Einaudi, che mi ha gentilmente concesso di leggerlo in anteprima nei giorni scorsi. “Io e Mabel” appartiene a quei libri che possiamo definire “Altri dieci minuti e poi lo metto giù”. Soltanto che poi non lo vuoi più lasciare sul comodino e cosa capita? Che in un giorno lo finisci, un consiglio, iniziatelo nel fine settimana, meglio ancora di mattina. Intitolato in originale “H is for Hawk” ha vinto il Samuel Johnson Prize 2014 per la non-fiction, Helen Macdonald è nata nel 1970, è una storica e una ricercatrice; c’è da uscire pazzi a pensare che sebbene abbia al suo attivo altri due libri “Io e Mabel” sia la storia che l’ha resa celebre, è una scrittrice vera e potessi la implorerei di scrivere altri romanzi.

Tuttavia questo libro forse è nato in un’occasione irripetibile per Macdonald. Combina insieme un manuale di falconeria, un ritratto biografico dello scrittore T.H. White e l’elaborazione di un lutto. L’autrice è abilissima a intrecciare questi tre elementi per quasi trecento pagine. Il padre di Macdonald muore all’improvviso “il cuore, credo, niente da fare, non c’è bisogno che vieni stasera” e l’autrice, già esperta falconiera, per fuggire dal dolore devastante della propria perdita si getta in un’impresa. Addestrare non un falco ma un astore. Sa che sarà difficile, l’ha letto da bambina in un libro, “The Goshawk” di Terence Hanbury White. Un nome che non vi dirà niente. O forse sì, se vi dico “La spada nella roccia”? Pensate a Walt Disney? In realtà l’ha scritto White nel 1938.

Dubito che dopo aver letto “Io e Mabel” rivedrete le avventure di Semola e Merlino con gli stessi occhi. White era un uomo dalla sessualità e dalla psiche tormentata che a un certo punto della sua vita si era messo in testa di addestrare un astore. “The Goshawk” narra appunto di questo tentativo e la traduttrice Anna Rusconi si può dire abbia tradotto non solo Macdonald ma anche ampi brani di White, visto che questo libro è tutt’ora inedito nel nostro paese. L’autrice porta avanti in parallelo il racconto dell’esperienza di White con il suo Gos negli anni Trenta e quella che lei ai giorni nostri conduce con la sua Mabel. Sono passati settant’anni e tra gli spunti interessanti di “Io e Mabel” di sicuro rientra la ricostruzione storica di un’Inghilterra meno antropizzata di quella attuale immortalata a cavallo della Seconda guerra mondiale.

Impareremo presto come la passione dell’autrice per i rapaci sia stata ispirata da un uguale interesse del papà per gli aeroplani, prima dovuto alla necessità – era essenziale sapere distinguere tra gli aeromobili amici e quelli nemici – poi portato avanti per diletto e grazie al mezzo fotografico. Più volte ricorre nel testo l’autoiscrizione dell’autrice alla categoria degli osservatori; sia da storica sia da falconiere Helen si rende conto di avere perpetuato in qualche modo la professione del padre Alisdair giornalista e fotografo. Tutto il libro è anche una ricerca minuziosa tesa a ricostruire la vita del papà a partire da quando giocava bambino tra le macerie londinesi dei bombardamenti nazisti. Quando ci lascia qualcuno a noi caro fortunatamente il suo passato non scompare altrettanto in fretta.

La lenta accettazione di Macdonald della sua condizione di orfana è forse la parte più toccante di “Io e Mabel”. Se stabilirete con l’autrice un legame empatico a tratti vi verrà voglia, come la sua amica Christina, di bussare alla sua porta e di cercare alleviare la sua solitudine; Helen è infatti come sola al mondo durante l’addestramento di Mabel, per sua scelta certo. Al contrario di altri volumi che parlano di perdita è molto più chiaro del resto, quasi dalle prime pagine, che il balsamo per le ferite dell’anima non si trova in una natura a noi indifferente. Sebbene stupendo ai nostri occhi come il rapace, perfetto strumento di morte dalla punta del capo all’ultimo artiglio, il mondo naturale non può essere la risposta ai nostri interrogativi più profondi. “Le mani umane sono fatte per tenere altre mani”, scrive a un certo punto.

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