Tempo di Libri 2017 In Fiera a Milano gli appuntamenti della editoria digitale

Tempo di Libri svela il suo programma, la nuova fiera dell’editoria italiana di Milano per cinque giorni delizierà milanesi e forestieri con una serrata parata di eventi, anche coincidenti è naturale, sviscerando tutto un alfabeto dedicato al libro e al mondo che gli sta attorno. In questo post proverò a riassumere gli appuntamenti dedicati alla editoria digitale, all’ebook, insomma, al libro elettronico, ci siamo capiti. Li trovate anche sul sito di Tempo di Libri sotto la voce Digitale cliccando qui ma proveremo a darvi una nostra personale selezione (questo avviso è dedicato a tutti coloro che magari prenderanno spunto da questo post…). Pronti? Via.

MARTEDÌ 19 APRILE

Al di là del confine. Come sono andati i principali mercati del libro e dell’e-book nel 2016
Orario 10.30  – Sala Bodoni – PAD. 2 – Fiera
Tra gli incontri professionali un appuntamento da non mancare sui numeri del libro elettronico nei Paesi monitorati da Nielsen (USA, UK, Irlanda, Italia, India, Brasile, Australia, Nuova Zelanda) con Riccardo Cavallero, Monica Manzotti, Giovanni Peresson e Stefano Salis.

Generi e contenuti VR: il documentario interattivo a 360 gradi
Orario 11.30  – Sala Courier – PAD. 2 – Fiera
Personalmente credo che la realtà virtuale dovrà essere uno dei temi dell’editoria che verrà, sembra essere della stessa opinione anche Gualtiero Carraro di CarraroLab.

Tempo di innovazione, in biblioteca
Orario 11.30  – Future Library (ho tentato di capire dov’è senza fortuna…) – Fiera
I bibliotecari dialogano di digitale con i visitatori durante questa fascia oraria per tutti e cinque i giorni di Tempo di Libri presso la Future Library.

iBuk: i dati e metadati che servono
Orario 15.30 – Spazio Giornale della Libreria – PAD. 2 – Fiera
Un database aggiornato è fondamentale per gli editori di oggi, spiegano perché Simonetta Pillon (IE Informazioni Editoriali) e Mauro Zerbini (Editrice Bibliografica).

Sei anni dopo: il mercato degli ebook in Italia. È tempo di un primo consuntivo?
Orario 16.30 – Sala Optima – PAD. 4 – Fiera
Gli ebook pur crescendo pur rappresentao ancora solo il 5% del mercato trade in Italia, come mai? Ne parlano Alessandro Campi, Cristina Mussinelli e Renato Salvetti.

MERCOLEDÌ 20 APRILE

Le parole nella rete: i giovani scrittori e il web
Orario 19.30 – Fondazione Pini, Circolo dei lettori, Corso Garibaldi 2 – Fuori Fiera
È cambiata la scrittura degli scrittori di oggi a contatto con le forme di scrittura di Internet? Provano a rispondere Violetta Bellocchio, Giuseppe Antonelli, Vincenzo Latronico e Daniele Rielli.

GIOVEDÌ 21 APRILE

Transmedia storytelling. Dai mondi narrativi ai mondi audiovisivi
Orario 14.30 – Sala Bodoni – PAD. 2 – Fiera
I mondi narrativi non sono più soltanto di carta stampata da tempo ma oggi sono oggetto di veri e propri progetti transmediali e interattivi, ne discutono Max Giovagnoli e Cristina Mussinelli.

Wattpad e dintorni – come esordire grazie al web
Orario 16.30 – Laboratorio Elephant – PAD. 4 – Fiera
ESORDISCO! Un panel di incontri con autori esordienti presentati da Flavia Cocchi (Leggereditore), Irene Grazzini e Alessandro Gatti (Fanucci)

VENERDÌ 22 APRILE

Chi sono gli autori indie italiani?
Orario 14.30 – Sala Bodoni – PAD. 2 – Fiera
I risultati della prima indagine svolta da Self Publishing Quality 2016 (SELFPQ16) e Extravergine d’autore sul profilo professionale e autoriale degli autori indie italiani.

SABATO 23 APRILE

Biblioteche scolastiche e prestito digitale: soluzione o problema?
Orario 10.30 – Sala Arial – PAD. 4 – Fiera
Le tecnologie digitali possono risolvere alcuni dei problemi delle biblioteche scolastiche italiane? Ne parlano Giulio Blasi, Nicola Cavalli e Roberto Gulli.

Il prestito digitale degli ebook come lo vorremmo. Bibliotecari e editori a confronto
Orario 14.30 – Sala Arial – PAD. 4 – Fiera
Come normare il prestito digitale in biblioteca? Con Piero Attanasio, Rosa Maiello e Stefano Parise.

Liberi nei commenti di segnalare qualche altro appuntamento che magari ho colpevolmente trascurato. Come potete notare, se vi interessate di editoria digitale, gli incontri più succulenti si concentrano martedì 19 aprile. Tuttavia anche durante la settimana gli organizzatori hanno distribuito eventi molto interessanti, in particolare in coda dove vi consiglio di partecipare per approfondire il tema del prestito digitale degli ebook.

Immagine | Tempo di Libri 2017

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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Ian McDonald, Terra incognita, non proprio un astronauta, un quantonauta

Terra incognita di Ian McDonald

Terra incognita di Ian McDonald

Terra incognita di Ian McDonald
Traduzione di Alessandro Vezzoli
Mondadori (Urania), gennaio 2017,  3,99 €, cartaceo 6,50 €

«Mondi fantasma: cucine alternative dentro versioni alternative di Londra. Solo in questa Everett Singh possedeva la chiave per tutti gli altri mondi».

Se leggete per viaggiare nel tempo e nello spazio con la fantasia, lo scrittore di fantascienza Ian McDonald è il vostro autore; mezzo scozzese mezzo irlandese ambienta le sue storie in ogni angolo del pianeta (Giappone, Brasile, Turchia, India…), se non fuori di esso. Vedete di accogliere con favore Terra incognita così forse potremo leggere i suoi romanzi più recenti che si svolgono sulla Luna. Tornando al nostro volume cos’altro aggiungere? “Eran i giorni che adorava: freddi, luminosi, con un basso sole invernale che sollevava barlumi e riflessi sui dorsi ricurvi dei dirigibili”. E siamo a Londra, anni dieci del XXI secolo, solo, su un’altra Terra, uno dei tanti pianeta Terra possibili, T3.

Siamo anche dalle parti delle teorie che ipotizzano non un singolo universo ma un multiverso. Vicino al nostro piano d’esistenza ne esistono molti altri, alcuni di essi tanto simili a quello in cui abitiamo da essere quasi indistiguibili. Non il piano di Terra 3, dove non hanno mai iniziato a sfruttare gli idrocarburi (l’elettricità è fornita dalle centrali a carbone), la plastica non esiste e i dirigibili dominano i cieli. Hanno però ideato la tecnologia per passare da un piano all’altro prima di noi ed è proprio nella Londra di T3 che il giovane Everett Singh  si recherà in cerca di suo padre, lo scienziato britannico che ha trovato il modo di mappare tutti i piani, una scoperta che fa gola a molti.

Il romanzo di McDonald una volta catapultato Everett, novello quantonauta, in un altro mondo si sviluppa sui binari tradizionali del romanzo di formazione avventuroso, il ragazzo verrà accolto dall’equipaggio del dirigibile Everness – la giovane pilota Sen, l’intrepida capitano Anastasia, il meccanico Mchynlyth, l’eccentrico “pesatore” americano Sharkey – e dovrà dimostrare il suo valore per ottenere l’aiuto che gli serve per provare a liberare suo padre, rapito dai cattivi e tenuto prigioniero in un’altissima torre nel centro di Londra. Naturalmente poi visto che “Terra incognita” (titolo originale: Planerunners) è il primo volume di una trilogia non pensiate che la storia si chiuda con l’ultimo capitolo.

Singolare la decisione di Mondadori di pubblicare nella collana Urania “Terra incognita” – se la casa editrice porterà a termine la trilogia Be My Enemy e Empress of the Sun sono i titoli del secondo e terzo volume – visto che appartiene di diritto più che alla fantascienza alla narrativa Young Adult, le copertine delle edizioni inglese e statunitensi non lasciano dubbi a tal proposito. In caso vi foste incuriositi circa la produzione di questo scrittore, “Forbici vince carta vince pietra” e “Il fiume degli dei”, i due romanzi di Ian McDonald apparsi per adesso per Urania sono invece romanzi di fantascienza per adulti a tutti gli effetti. A ogni modo se si è deciso che Urania sia la collocazione di tutti i suoi libri ne sono felice.

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Tullio Avoledo, Chiedi alla luce, le sue dita si muovono poi si alzano a sfiorare le mie ali

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo

Chiedi alla luce di Tullio Avoledo
Marsilio, settembre 2016, 9,99 € ebook; 18 € libro cartaceo

«”Credo sia il momento di trovare una spiegazione” faccio, toccando il braccio di Sabine. “Sì, credo anch’io”».

Leggo le storie di Tullio Avoledo dagli esordi, da quel “L’elenco telefonico di Atlantide” del 2003 che mi fece scoprire ventenne un approccio al romanzo fantastico inedito da parte di uno scrittore italiano, perdipiù nordestino. Ho seguito poi fedelmente in questi quasi quindici anni la produzione di Avoledo pubblicata prima da Sironi e Einaudi (ma suoi racconti brevi sono usciti anche in raccolte collettive per Mondadori e Minimum Fax) infine da Marsilio. Coraggiosa la casa editrice veneziana a credere in un autore anomalo per il nostro paese, una nazione che non ama la fantascienza italiana perché almeno nella seconda metà del Novecento ha venduto i suoi sogni all’immaginario made in USA.

In “Chiedi alla luce” tornano tutte le ossessioni di Avoledo, ricorrenti in quasi ogni suo libro: l’imminente fine del mondo; l’inventariato puntuale del passato esotorico europeo (gli angeli, il Graal, le relique ecc.); la musica (sia quella classica sia quella contemporanea) e i musicisti; lo stupore e la denuncia per le atrocità del secondo conflitto mondiale perpetrate dai fascismi e dal comunismo; l’insofferenza per un presente che macina e stritola le vite dei protagonisti delle sue storie (riappare a tal proposito anche in queste pagine Giulio Rovedo, non più in veste da protagonista ma di utile comprimario). Come da un buon vino, da un romanzo di Avoledo sai sempre cosa aspettarti.

In questo romanzo seguiamo Gabriel, archistar dimenticato, peregrinare per Istanbul, Budapest, Mosca, Parigi, Milano e il Nordest col dubbio che non sia in realtà nientemeno che un arcangelo, indeciso o meno se annunciare l’Apocalisse, poco importa se scatenata da un conflitto termonuclare tra Stati Uniti e Russia oppure per lo schianto di una cometa sul nostro pianeta. Viaggi nel tempo, poeti immortali, angeli convinti di essere umani, un’intera città fantasma – Obizared – mai abitata in disfacimento nei deserti tra l’Asia e l’Europa, Avoledo dà sfogo per 480 pagine a tutta la sua fantasia trascinandoci in una corsa che ha il sapore delle cento cose da fare prima di morire.

“Chiedi alla luce” non è il romanzo più bello di Avoledo – che rimane per me “L’anno dei dodici inverni” (2009) –, perché al solito vuole dire troppe cose e i suoi editor glielo lasciano fare, ma ha scritto una storia con un finale che mi ha fatto singhiozzare, e che naturalmente non posso rivelarvi. In quanto fan della prima ora, in cambio gli perdono riguardo a questa storia in particolare quelli che nel mio piccolo ritengo difetti: quelle cento pagine di troppo, le scene di sesso e le sporadiche volgarità cui pare non voler rinunciare e la sua ossessione per un Novecento che non passa (un’epoca che sarà ricordata senza dubbio nei tempi a venire per la presunzione di essere stata eccezionale).

Se aveste ancora dubbi se dare una chance ad Avoledo posso aggiungere che è anche tra i pochi narratori italiani a non aver paura di mettere nei suoi romanzi elementi che i più ritengono anti-letterari: email, opere d’arte di artisti contemporanei, addirittura il car sharing, pensate. Insomma, incrociando le dita non è detto che il futuro prossimo venturo sia come se lo immagina questo scrittore di Pordenone – e del resto finora nonostante quel che potrete leggere in “Chiedi alla luce” non è stata ancora eletta nessuna donna alla presidenza degli Stati Uniti – ma rimane sempre un piacere farsi un giro nel suo immaginario che mischia e ridà nuovi sapori a pochi scelti elementi.

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Claudia Durastanti, Cleopatra va in prigione, la visita è dalle due alle tre di pomeriggio

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti

Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti
Minimum fax, settembre 2016, 7,99 € ebook; 15 € libro cartaceo

«”Secondo me non sei tu a essere in debito con chi ti ha salvato, ma è la persona che ti salva a volerti dare qualcosa, per sempre. È la persona che ti salva che non riesce ad andare avanti”».

Caterina vive a Roma. Caterina vive in “una fossa di mattoni e sabbie mobili fortificata dall’abitudine e dal futuro che non arriva”. Caterina è figlia rassegnata (?) di una città immobile. Anche nella capitale però la vita scorre e Claudia Durastanti è molto brava a raccontarci la vita della sua protagonista Caterina alternando l’oggi – il suo ragazzo è finito in prigione, lei fa la receptionist in un albergo in fondo alla Tiburtina – allo ieri. Durastanti in “Cleopatra va in prigione” va dritta al punto, ci mostra l’Italia di oggi, dove la politica è sparita, lo Stato si riduce all’ospedale o alla caserma, se va davvero male, significa il carcere, Rebibbia.

Il ragazzo di Caterina e il suo migliore amico provano a percorrere una propria strada finita l’adolescenza, hanno un sogno: aprire un locale notturno. Dato che ottenere una licenza è troppo difficile, decidono di provare con un negozio di videonoleggio in franchising a Torpignattara. Il negozio va bene, poi non essendo più capaci di pagare le tasse allo Stato e quelle richieste dagli esattori di quartiere (proprio così, imposte e pizzo si pagano entrambe) i ragazzi chiudono e aprono finalmente il loro night. Caterina li aiuta facendo prima la ballerina poi la truccatrice, dopo un “incidente” che Durastanti non circostanzia ma che personalmente mi farà odiare il suo ragazzo.

Se lo Stato non ti aiuta è però molto efficiente a reprimere. Ad esempio, il padre di Caterina sbaglia, va in carcere e poi sparisce dalla vita di Caterina e sua madre; il ragazzo di Caterina accetta una certa deriva del locale suo e del suo socio e ne paga le conseguenze con l’arresto; l’amico del ragazzo di Caterina interpretando lo stereotipo dell’italiano furbo scompare all’estero. Se lo Stato è anonimo lo è anche il poliziotto che sta accanto a Caterina durante la prigionia del suo fidanzato, più simile al pezzo di un ingranaggio efficiente che a una persona, più rassegnato di Caterina a vivere una vita che si è scelto – arresti, ufficio, carriera – e che in fondo non la prevede.

“Cleopatra va in prigione” è la storia di Caterina, è la storia di una coppia immobile, disfunzionale (?), ed è la storia della Roma contemporanea. Almeno, la storia di Roma che vivendo al Nord riconosco per come mi viene raccontata dai mezzi d’informazione e dagli amici che ci vivono, riassunta nella battuta che Durastanti mette in bocca a uno dei suoi personaggi: “Questa città abbrutisce solo chi non la capisce”. Ovvero, non provare a cambiarla, neppure con l’idea di una tua piccola attività, il parassitismo è la sua essenza e se non lo comprendi, tu che non hai i mezzi per elevarti dalla tua posizione, accettalo come dato di fatto.

Ancora, “Cleopatra va in prigione” narra l’assenza delle figure genitoriali vissuta da chi ha trenta/trentacinque anni adesso, a metà degli anni dieci del XXI secolo, e l’inconsistenza dell’amicizia. La scrittura di Durastanti riesce a far entrare il lettore nella testa e nelle viscere di Caterina, uno spirito cui la vita ha tolto più che dato, un’intelligenza sopita per aver interrotto gli studi – “Cleopatra va in prigione” è anche un libro in cui grazie a Dio non si citano altri libri, tranne uno sulla meditazione; è un romanzo breve che racconta senza descrivertela l’Italia che non legge – che da un lato crede alla cartomanzia ma che dall’altro analizza in modo lucido e acuto il mondo che la circonda.

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Libri rari anche basta, perché essere a favore della editoria elettronica

La volpe azzurra di Sjón

La volpe azzurra di Sjón

Non so se abbiate mai sentito parlare della Future Library di Katie Paterson, un’artista scozzese che ha deciso di proiettare nel futuro le opere di un centinaio di scrittrici e di scrittori letteralmente seminando in Norvegia una foresta di mille alberi da cui si ricaverà la carta per la loro stampa (i volumi saranno pubblicati a partire dal 2114). Seguendo la carriera di Margaret Atwood e David Mitchell è stato inevitabile imbattersi in questo progetto artistico visto che sono stati loro i primi due scrittori ad aver aderito all’idea di Paterson. Ora se ne è aggiunto un terzo – e ogni anno sarà svelato un nuovo partecipante –, uno scrittore islandese di cui colpevolmente ignoravo l’esistenza: Sjón.

Sjón in Islanda e nei paesi anglofoni è un poeta e uno scrittore famoso, che in passato ha collaborato con Björk e Von Trier, ma su dodici romanzi soltanto uno è stato tradotto e pubblicato in Italia, La volpe azzurra. Se volete sapere di cosa tratta questo libricino uscito nella Piccola Biblioteca Oscar nel 2006, e leggere un profilo dell’autore, vi rimando all’esaustiva recensione di Silvia Cosimi che trovate su Anobii). A prescindere dalla trama e dall’apprezzamento, i lettori italiani sembrano divisi tra “mi è piaciuto molto” e “non l’ho capito”, Sjón ha avuto la sfortuna di essere stato tradotto e pubblicato troppo presto in Italia. Perché? Perché il suo libro è andato fuori catalogo.

Possono essere molte le ragioni per cui “La volpe azzurra” non è riuscita a farsi testa di ponte per altre traduzioni di Sjón in Italia – le vendite insufficienti, diritti d’autore troppo alti ecc. –, quel che è capitato è stato tipico di un percorso editoriale classico per il XX secolo: provo a lanciare un autore, ahimè non sfonda, non pubblico più nulla di lui. Nessuno può dare la colpa a Mondadori per non essersi intestardita a pubblicare questo islandese. Adesso posso agevolmente comprare questo tascabile a 35 euro (35 euro) su eBay in quanto libro raro oppure affidarmi a qualche santo per ritrovarne fortunosamente un esemplare in qualche bancarella del libro usato. Vi sembra possibile nel XXI secolo?

Quanto chiasso che fai, non puoi recuperarlo in biblioteca? Certo. Poi anche se mi piacerà dovrò pure restituirlo. Se fosse stato pubblicato oggi invece avrebbe probabilmente avuto un’edizione in ebook e avrei potuto acquistarlo ora, senza avervi ammorbato in poco meno di cinquecento parole. Gli scaffali di una libreria (o di una biblitoeca) elettronica sono più accoglienti a volte per la letteratura di quelli delle librerie fisiche – vedi il caso di Player One di Ernest Cline che in versione digitale è sopravvissuto alla chiusura del suo editore italiano, ISBN Edizioni – e il problema della reperibilità risolto dal digitale è troppo spesso sottovalutato da chi concepisce il libro solo in quanto oggetto fisico.

Immagine | Sjón, La volpe azzurra, Mondadori 2006

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Westworld 2016, una serie TV su come raccontiamo le storie e sulla coscienza di sé

Robert Ford (Anthony Hopkins) - Westworld 2016

Robert Ford (Anthony Hopkins) – Westworld 2016

Vedere Westworld o non vederla, siete indecisi. Un’altra serie TV spacciata come sensazionale o una “storia coi robot” di cui potete fare a meno? Non vorrei avervi spaventato col titolo di questo post, potete sedervi con tutta calma sul divano senza interrogarvi, come me, sui due concetti principali intorno a cui penso sia incentrata. Westworld prima di tutto è una capsula del tempo: è un’idea di un grande scrittore purtroppo scomparso, Michael Crichton, risalente ai primi anni Settanta del XX secolo (se volete approfondire, Brian Tallerico su Vulture: “The Long, Weird History of the Westworld Franchise”, 30/09/2016) recuperata da Jonathan Nolan e Lisa Joy. In un parco di divertimenti dove le comparse non sono attori ma androidi qualcosa va storto, cosa accadrà? Se una trama simile vi ha rammentato Jurassic Park ricordo ai più giovani che era un’idea di Crichton anche quella.

A quasi quarant’anni dal suo concepimento Westworld si è però raffinata, ne è passata di narrativa di anticipazione o fantascienza sotto i ponti nel frattempo. Meno Terminator più Blade Runner, la serie della HBO almeno nell’episodio pilota lascia perdere il classico “si sono ribellati, adesso che facciamo” interrogando lo spettatore sui limiti della coscienza degli androidi che interagiscono con gli ospiti paganti dell’ambiente chiuso dove giocano a fare i cowboy o le signore del West. Ci viene spiegato, ad esempio nella scena con Anthony Hopkins e un simil Buffalo Bill, come negli anni ci sia stata una vera e propria evoluzione degli essere cibernetici – che pare siano un’ossessione degli statunitensi, almeno da Disney in poi, ossessione di cui loro stessi sono consapevoli, citofonare Futurama – che li ha portati a essere sempre più umani nel contempo sempre più “macchine” nel momento in cui non funzionano bene.

Westworld, come le stesse serie TV o le narrazioni complesse, è un gioco per grandi, i bambini potete portarveli dietro ma non a caso subodorano subito il trucco, non cascano nella messinscena di uno spettacolo che è sempre tale. Hai abbastanza soldi per lasciare il tuo mondo un giorno o una settimana e “vivere” nel Far West? Puoi farlo. Puoi interpretare un eroe o un fuorilegge, come in un gioco di ruolo dal vivo, e poi tornare a casa dopo aver sfogato tutta la forza delle pulsioni e delle emozioni che nella quotidianità devi reprimere. Westworld però non approfondisce questo aspetto volgendo il suo sguardo agli androidi, esseri condannati e ripetere sempre lo stesso giorno come in “Ricomincio da capo” di Harold Ramis. Il buono deve essere sempre il buono, lo psicopatico lo piscopatico, l’innocente violata l’innocente violata e così via; oppure no, [mini spoiler] qualche androide ha avuto anche ruoli diversi…

Siamo dalle parti così del “cosa fa di te, te?”. Anche gli umani, gli ospiti, all’interno del parco per interagire al meglio con gli androidi devono però seguire delle linee guida, esattamente come chi gioca a un videogioco deve intepretare il personaggio protagonista della storia (sui legami tra questa serie e i videogame vi rimando all’articolo di Davis Cox su Kill Screen: “The videogame world of HBO’s Westworld”, 07/10/2016) Ecco allora il secondo tema di Westworld alla pari di quello della coscienza di sé, la narrazione. Com’è possibile raccontare una storia senza essere per forza di cose dittatoriali, metterti sui binari di quel che lo sceneggiatore ha deciso che è giusto che succeda? Se tutte le storie degli androidi di Westworld sono intrecciate, quanto spazio posso lasciare alla libertà degli ospiti? Esemplare a questo proposito la frustrazione di Lee Sizemore, il “narrative director” del parco, quando [mini spoiler] gli viene rovinata una scena da lui ideata. È davvero tutto concesso a Westworld come recita il sottotitolo della serie per l’edizione italiana?

Se Westworld esistesse davvero, varrebbe la pena andarci? In fondo si tratta di un ambiente sorvegliato ventiquattrore su ventiquattro dove tutto quello che fai viene registrato (Matthew Dessem, “Visiting Westworld Seems Like a Pretty Bad Deal, From a Legal Standpoint”, 12/09/2016, Slate), una realtà dei fatti che chi crede di vivere ancora in un mondo analogoco fatica ad accettare ma che le opere di fantasia più recenti continuano a ribadire. Quanto sono cambiate le storie che ci raccontiamo da quando le storie stesse hanno iniziato a leggere noi attraverso l’accumulo dei nostri dati? Per migliaia di anni le storie sono state solo orali e le abbiamo semplicemente ascolatate, poi le abbiamo confinate in oggetti passivi come i libri, ora ne usufruiamo attraverso una tecnologia ogni giorno più pervasiva e attiva. Quali saranno e cosa diventeranno le storie di domani? All’alba della realtà virtuale (i parchi giochi virtuali in cui i nostri figli si abitueranno ben presto), Westworld inizia a rispondere a questo quesito.

Immagine | Westworld (2016)

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David Mitchell, I custodi di Slade House, una porticina di ferro nera

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell

I custodi di Slade House di David Mitchell
Traduzione di Katia Bagnoli
Frassinelli, settembre 2016, (cartaceo 19 €, 236 pagine; ebook 9,99 €)

«”Tradizionalmente dovremmo ingaggiare un’altra violenta battaglia fra il bene e il male. Senza mai metterci d’acccordo su chi rappresenta cosa […]. Vogliamo lasciar perdere la tradizione?».

“I custodi di Slade House” di David Mitchell è il primo ebook di questo autore disponibile in italiano, a dimostrazione che la gestione dei diritti per le pubblicazioni elettroniche è ancora problematica. Mitchell ha all’attivo sette romanzi, tutti tradotti nella nostra lingua, e ha acquistato un minimo di notorietà in Italia grazie a Cloud Atlas – lo trovate solo in libreria, l’abbiamo recensito quattro anni fa – da cui i fratelli (ora sorelle) Wachowski hanno tratto un film nel 2012. È uno scrittore famoso? Sì. Vende nel nostro paese? Bah. Come ha dichiarato Tullio Avoledo qualche giorno fa ai microfoni di Radio Tre meriterebbe qualche lettore in più, di fatto Frassinelli ci crede abbastanza da portarlo nelle nostre librerie.

Perché i romanzi di David Mitchell meriterebbero di essere tutti reperibili in formato elettronico e non di essere cercati su qualche scaffale? Perché sono tutti collegati (roba da matti, eh?) e li vorresti leggere tutti subito. Jonathan Russell Clark su Literary Hub ha definito la sua opera  “The Ever-Expanding World of David Mitchell” in un articolo dove, a beneficio di chi ancora non conosce questo autore, sottolineava proprio questa ambizione dello scrittore inglese: raccontare storie diverse (anche in epoche passate o ancora da venire!) dove però siano frequenti personaggi ricorrenti e se non loro i loro parenti o i loro discendenti. Se non si è letto tutto Mitchell è come vedere Stranger Things senza conoscere la cultura pop degli anni Ottanta.

Naturalmente i romanzi di Mitchell potete goderveli anche come storie a sé stanti però “I custodi di Slade House” funziona perfettamente come guida per principianti al suo mondo letterario. Non a caso Kevin McFarland l’ha definito su Wired “a beginner-friendly novel” perché Mitchell nei romanzi precedenti non si preoccupava di spiegare subito ai suoi lettori quali erano le caratteristiche fantastiche che reggevano il suo universo immaginario, le scoprivi lentamente, in genere verso la fine. “I custodi di Slade House” ha anche una vicenda editoriale bizzarra. Nasce da una storia breve – “The Right Sort” non utilizzata nel lavoro precedente di Mitchell, “Le ore invisibili” – pubblicata in via sperimentale su Twitter in 280 cinguettii ed espansa in questo romanzo.

Per certi versi, azzardo, liberi di smentirmi, “I custodi di Slade House” è paragonabile ad Animatrix dei/delle Wachowski. Raconta attraverso episodi che rimandano a un’opera precedente – soprattutto “Le ore invisibili” – i meccanismi fantastici che sottostanno a tutti i libri di Mitchell, la sua personale visione del conflitto tra due principi irriducibili, chiamiamoli bene e male. Il romanzo può esser letto come la storia di una casa “stregata” dove spariscono le persone ogni nove anni oppure come una storia dove i destini di personaggi che in qualche modo già conosciamo s’incrociano.

David Mitchell non piace a tutti – c’è chi lo considera antipatico e megalomane – ma da sedici anni prosegue diritto per la sua strada costruendo romanzo dopo romanzo un immaginario il più possibile coerente. Se avete voglia di leggere un’agile storia dell’orrore scritta diabolicamente bene ambientata in un cupo vicolo londinese “I custodi di Slade House” fa per voi. Se una volta spento l’ereader sarete caduti sotto il suo incantesimo correte nella libreria più vicina: “Nove gradi di libertà”, “Sogno numero 9”, “Cloud Atlas”, “A casa di Dio”, “I mille autunni di Jacob de Zoet” (solo in biblioteca), “Le ore invisibili” vi attendono. Se già lo amate non vedrete l’ora di leggere la sua prossima storia.

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Linda Nagata, Red, Deve farsi riprogettare meglio

Red di Linda Nagata

Red di Linda Nagata

Red. La prima luce di Linda Nagata
Traduzione di Maria Sofia Buccaro, Mariachiara Eredia, Benedetta Fabbri e Maddalena Gerini
Mondadori, 2016, 6,99 € ebook (15 € cartaceo)

«Ma la mia rete cranica è fuori uso, non c’è nulla a tenere lontano la vuota oscurità che mi si annida nel petto».

Linda Nagata è stata la prima scrittrice di fantascienza a guadagnarsi una nomination ai Nebula Award 2013 e ai John W. Campbell Memorial Award 2014 (due dei maggiori premi statunitensi per la narrativa sci-fi e fantasy) con un’opera autopubblicata: Red. La prima luce (The Red: First Light). Come lei stessa afferma, la fama di questi due premi – anche se era stata solo nominata – le ha permesso di pubblicare “Red” nel 2015 per i tipi della Saga Press (un marchio Simon & Schuster) e di ottenere un’edizione italiana con Mondadori nel maggio 2016. Perché questo preambolo? Perché possono passare anni prima che una storia trovi la sua strada nel mondo, è sempre stato vero e continua ad esserlo anche nel XXI secolo.

Mondadori aveva già pubblicato in Italia Nagata traducendo nel 2014 un suo racconto – “Nahiku West”, un giallo fantascientifico – nella raccolta “Il futuro di vetro e altri racconti”, Urania Millemondi n. 66. Io l’ho conosciuta così e non mi sono dimenticato di lei. Già vincitrice del Locus Award 1996 e il Nebula Award 2000 per il miglior racconto breve, Nagata con “Red” offre ai suoi lettori un’opera di fantascienza militare (milSF) classica che apprezzeranno soprattutto i patiti di armi, di corpi speciali e di cospirazioni. A ogni modo, in un prossimo futuro il famigerato James Shelley, tenente dell’esercito degli Stati Uniti, appartenente alle SAC (Squadre d’assalto connesse), per un quarto africano e per gli altri tre europeo e messicano, sta combattendo in Africa.

Capiamo subito che Shelley è di buona famiglia ed è finito nell’esercito per un non ben precisato reato. Anche se è molto lucido nel condannare le malefatte dell’industria bellica, che crea ad hoc conflitti in tutto il mondo per vendere armi e attrezzature belliche, Shelley è un bravo combattente e un bravo capo per i soldati affidati al suo comando. Ecco che gli dice un suo superiore: “Lei è qui perché il suo profilo psicologico combacia con il mio ideale di perfezione: sveglio, adattabile, determinato. Un ottimo soldato…”. Ad aiutare i ragazzi e le ragazze a stelle e strisce ci sono gli angeli (droni), le Sorelle Morte (esoscheletri) , la Guida (aiuto tattico da remoto) e le calotte (cuffie che interfacciano i soldati fra di loro e rilasciano psicofarmaci per controllare l’umore). E se credete che ci sia troppa tecnologia così aspettate di vedere cosa capiterà a Shelley…

L’intreccio di Red mi ha indotto a leggerlo di corsa per vedere dove voleva andare a parare Nagata e mi ha trasportato dall’Africa al Texas e in altri luoghi che non posso svelarvi per non rovinarvi la storia. Più che i cambi di scenario, che sono quelli classici dei videogiochi sparatutto a sfondo bellico, il romanzo di Nagata mi ha colpito per il ritratto della società USA che s’intravede sullo sfondo. Anche se un amico di Shelley appartiene alla stampa, (“Elliot Weber, noto pacifista e giornalista”), i giornalisti sono apostrofati giornalioti e sono al servizio della propaganda; il presidente pare non avere alcun potere sugli amministratori delegati delle grandi società chiamati “draghi”; i parlamentari sono zombie o amebe; le operazoni di guerra finiscono dentro a reality show; l’esercito finché gli servi ti è amico; i civili son pecore nel migliore dei casi o nel peggiore terroristi che minacciano l’integrità del Paese.

“Red. La prima luce” è un romanzo che può esser letto come autoconclusivo, sebbene abbia un finale aperto e sia il primo di una trilogia. Se vi rimane la curiosità di scoprire cos’è quel Red che da bravo MacGuffin anima tutta la trama, portando scompiglio non solo nella vita e nella testa del protagonista ma in tutto il mondo, vi consiglio di acquistarlo per indurre l’editore a tradurre gli altri due episodi. Potreste avere difficoltà a trovarlo sugli scaffali, Mondadori ha deciso di pubblicarlo nella nuova collana Oscar Fantastica, dedicata soprattutto alle ristampe di Cassandra Clare e George R.R. Martin, credendo forse di dargli così più visibilità. Speriamo non l’abbiano viceversa occultato agli occhi di chi vuol leggere della “semplice” fantascienza. Immagine di copertina stupenda a firma di Larry Rostant.

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Scrittura e lettura digitale, o perché la cultura non può essere solo di carta

Stato della lettura nel mondo, in aggiornamento

Stato di come approcciamo la lettura nel mondo, in aggiornamento

Viviamo in una epoca strana, due settimane fa l’olandese Juan Buis (TNW’s Digital Culture Reporter) ha voluto dedicare un articolo a una sua scoperta straordinaria: leggere utilizzando uno schermo elettronico invece di uno schermo a cristalli liquidi è rilassante, possedere un ereader dedicato solo alla lettura dei libri è una figata e se lo dice lui che credeva che leggere facesso schifo… (fonte: Why I like my e-reader better than my smartphone, thenextweb.com, 2 settembre 2016). La fortunata massima di William Gibson “Il futuro è già qui, solo che è mal distribuito” dimostra ancora una volta la sua validità. La lettura digitale è tutt’ora in fasce, se persino i suoi divulgatori la scoprono solo ora, magari grazie a un dispositivo apposito.

In contemporanea, mentre sempre più numerosi arrivate su questo sito perché avete rotto lo schermo del vostro primo ereader (benvenuti!), si moltiplicano articoli su “Il tramonto degli ebook reader”. Com’è noto, il libro cartaceo è la tecnologia definitiva per la lettura. Soprattutto i protagonisti dell’editoria tradizionale di tutto il mondo la pensano così. Anche gli avversari degli editori, gli ecologisti inventori del mantra “carta, libri, alberi, Amazzonia” – chi ha almeno trent’anni se le ricorderà le campagne per limitare lo sfruttumento delle foreste, che fine avranno fatto? – non credono nel libro elettronico, solo Amazon e una manciata di altre aziende pare sostenerlo. Non è difficile capire perché, il genere umano non ama ciò che non conosce.

“Non capisco, proprio non capisco, quel che viene dopo il libro. Appartengo al libro, ho i piedi nell’ultimo secolo del libro” scriveva Guido Ceronetti sedici anni fa (fonte: “La carta è stanca: una scelta”, Adelphi 1976, 2000), ostile del resto a tutta la tecnologia per la scrittura successiva alla macchina da scrivere meccanica, che limitandosi invece a copiare la scrittura manuale è tutto sommato accettabile: “Il libro [scritto] al computer è la fine di un modo di pensare, e probabilmente del pensare stesso. Non è più la mano ma la macchina a guidare, ispirare, uniformare gli stili” (fonte: “Ceronetti: ‘Scrivere col computer significa non scrivere'”, la Gazzetta dello Sport, 4 gennaio 2010).

Nonostante le opinioni di intellettuali come Ceronetti (detrattore anche dell’astronautica), ci stiamo abituando  in questi anni perfino alla lettura elettronica così come dopo un secolo ci siamo abituati a una scrittura sempre meno manuale e sempre più meccanica, ora addirittura digitale. Quanto sarebbe limitato il nostro cervello se non riuscisse ad apprendere il medesimo concetto scritto su carta o espresso su uno schermo? Se la scrittura è una tecnologia mentale, come sostiene Denise Schmandt-Besserat (in “Origini della scrittura. Genealogie di un’invenzione”, a cura di Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti, Mondadori, 2002), perché la sua decodificazione dovrebbe essere relegata a un testo scritto su carta, in un libro di carta nello specifico? Possono davvero pochi pixel mandarci in crisi?

Non sono d’accordo, l’avrete capito, con chi crede che “scrivere e leggere sono attività fondamentalmente fisiche” (Monica Cainarca, “Come questa libreria di Tokyo mi ha fatto innamorare di nuovo della carta stampata”, Medium, 24 agosto 2015) e lo dico da amante del libro tradizionale, oggetti che continuo a comprare e collezionare per la disperazione di mia moglie. Non esiste un primato della scrittura, della lettura e della cultura digitale su quella tradizionale e viceversa. Fa bene Cainarca a sottolineare la ricchezza della cultura analogica legata al libro di carta ma se crediamo che sia necessario “vedere” i libri in casa di qualcun’altro per dialogare con lui (una volta lo credevo anch’io, ora penso sia importante li abbia letti), o che la fisicità dei libri sia imprescindibile per la comprensione del loro contenuto e per la diffusione della cultura tramite essi, ci sbagliamo.

P.S. Un’altra possibilità da prendere in analisi è che “la lettura digitale sia altrettanto fisica di quella cartacea” come scrive Mafe De Baggis in “Come un cammello in una grondaia”, 20 maggio 2015.

Immagine | ereader Tolino mentre installa un aggiornamento

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