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Irene Soave, Galateo per ragazze da marito, così è, signorine mie

Galateo per ragazze da marito Soave

Galateo per ragazze da marito di Irene Soave

Galateo per ragazze da marito di Irene Soave
Bompiani 2019, 17 €; ebook 9,99 €

«Maritarsi […] è un evento centrale in ogni galateo perché riguarda un momento centrale di ogni vita umana: l’uscita dalla famiglia e la collocazione nella società. Per una donna […] era anche l’unico modo lecito di collocarvisi».

Coraggio e tenacia. Sono le qualità che ha dimostrato Irene Soave nella creazione del suo “Galateo per ragazze da marito”. I libri infatti non crescono da soli e serve costanza per portarli a termine e per farlo così bene. A cosa serve un libro sul galateo nel XXI secolo? Intanto a ricordarci come non siano affatto scomparsi, continuano a circolare fra noi sotto sembianze diverse, chi ha detto manuali self-help? esatto. Inoltre, sebbene in apparenza il volume di Soave possa sembrare una tesi compilativa, è a tutti gli effetti un galateo aggiornato agli anni dieci che abbiamo appena traguardato. Parla alla donna, e all’uomo, del suo tempo molto di più di quanto possa apparire evidente, accorrete pubblico, non spaventatevi.

Collezionista di galatei, “un centinaio, quasi tutti italiani [compresi tra il 1861 e il 1968, ndr]”, Irene Soave rinuncia a tenere tutto per sé un simile tesoro – perché tale è, insieme ai libri scolastici e religiosi la conduct literature è destinata a scomparire con il rammarico degli storici, non solo quelli del costume – e mette a frutto tale raccolta con una sintesi solo sua. Descrive il suo libro come “una raccolta di regole per maritarsi, tratte dalla collezione che vi ho detto” e indica alla lettrice e al lettore alcune chiavi interpretative: può essere letto come un documento, una stele di Rosetta un po’ intuitiva o un manuale. C’è da scommetterci che come documento rimarrà a lungo, per le ragioni spiegate nell’inciso sopra.

Suddiviso in cinque parti (1. Teorie e tecniche del beau mariage; 2. Caratteristiche della ragazza da marito; 3. Condotta della ragazza da marito; 4. Dove farsi trovare; 5. Il treno è partito) il “Galateo per ragazze da marito” ha come ogni buon farmaco letterario un’avvertenza: “[ricordate, leggendo queste pagine,] se fossi in grado di suggerire a chichessia le regole per maritarsi sarei già miliardaria; e noi – voi e io – già maritate”. Avrete quindi capito il tono ironico di tutto il libro, Irene Soave si è divertita a scriverlo e almeno al sottoscritto non è affatto dispiaciuto. Però, essendo un uomo, posso solo immaginare il nervoso di una donna al pensiero di quel che hanno dovuto passare le donne tra Ottocento e Novecento che Soave ci racconta con finta nonchalance.

Infatti “le regole del cosiddetto bon ton sono, cioè, un manuale di istruzioni del potere. A uso, è ovvio, di chi ne ha meno”. Bassi e potenti ai tempi del Della Casa, donne e uomini da più secoli di quanti vorremmo ricordare. Se c’è una nota lieta che pervade il Galateo per ragazze da marito è che “donne e uomini di una volta”, le figure mitiche rimpiante dalla maggioranza di chi si riconosce conservatore, in realtà non sono mai esistiti. Ogni epoca ha invece di fatto (e spesso de iure) tentato di normare i rapporti tra i sessi secondo l’equilibrio di potere determinato dal censo e dal denaro allora vigente. È evidente come in questa bilancia il piatto dell’uomo (o della società immaginata dall’uomo) stia iniziando ad alleggerirsi.

Il galateo stilato da Soave si chiude con un’ultima parte dedicata alle zitelle con tanto di prontuario “per evitare la macchietta e rendersi inattaccabili” sempre ripreso e distillato dalla sua collezione: non diventate pettegole; non fatevi chiamare signorina; siate fataliste e benevole; non seguite le orme di Erode; non seguite le orme di Noè; never complain, never explain; trovatevi da fare; fingete di avere da fare, cioè ‘facite ammuina’; non siate crudeli con i vostri cari. Varrebbe comprare il libro solo per queste nove voci, non trovate? “Oggi il finale delle storie mainstream per signorine contempla [infatti] che ci si metta il cuore in pace”. Il vero finale del galateo di Irene Soave però ve lo lascio scoprire da voi.

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Olga Tokarczuk, I vagabondi, quel che mi fa male lo cancello dalle mie mappe

I vagabondi di Olga Tokarczuk

I vagabondi di Olga Tokarczuk
Traduzione di Barbara Delfino
Bompiani 2018, 20 €; ebook 9,99 €

«Non farei meglio a […] esprimermi non [con] racconti ma con una lezione? I racconti hanno una specie di inerzia propria, che non si può controllare fino in fondo. Richiedono gente come me, insicura, indecisa, facile da sviare. Ingenua».

Non mi convince il titolo scelto da Bompiani, non me ne vorranno, e lo dico subito. Non rende giustizia al romanzo di Olga Tokarczuk. “I vagabondi”. Gli spagnoli l’hanno chiamato “Los errantes”, i francesi “Les péregrines”. Peggio di noi i tedeschi “Unrast” (Irrequietezza) e gli anglosassoni “Flights”. Certo il titolo originale “Bieguni” è ostico. Un titolo intraducibile secondo il filologo di Barcellona Magí Camps. Tale termine indica gli aderenti a una setta russa settecentesca detta Chiesa errante. In quanto eretici, ma anche per via del loro credo religioso che li spronava a non stanziarsi in nessun luogo e a rifuggire il contatto con gli altri uomini, erano perseguitati dalla Chiesa ortodossa e dallo zar, destinati a non trovare mai pace. Dopo essere venuto a capo di questo romanzo frammentario in poco meno di due mesi per me “Bieguni” rimarrà “I pellegrini”. È del resto una parola che ritorna spesso nelle sue quasi quattrocento pagine.

Antonio D’Orrico sull’inserto culturale del Corriere (“la Lettura” n. 461) non ha dato la sufficienza a questo romanzo scambiandolo tra l’altro per un libro di viaggi, che non è. Le attribuisce non il Nobel per la Letteratura – che le è stato assegnato per il 2018 – ma il Guinness per la grafomania. Poteva tagliare “I vagabondi” la scrittrice? Poteva renderlo più appetibile per le donne e gli uomini di oggi? Quei globetrotter per i quali ha espressamente scritto “Beguni”? Forse sì, una cinquantina di pagine la/il sua/o editor avrebbe potuto tranquillamente tagliarle. Eppure, alla fine, il libro ha la sua forma così com’è, intreccio di racconti su e giù per il tempo; si passa dall’oggi all’Ottocento di Chopin al Seicento di Spinoza. Intanto saliamo su navi da crociera e traghetti, percorriamo insieme a Tokarczuk chilometri negli aeroporti, ritroviamo messaggi nei sacchetti contro la chinetosi.

Tra i fili rossi che uniscono tutte le storie de “I vagabondi” sono senza dubbio presenti le tecniche di conservazione dei corpi e la morte, i lettori sensibili a tali argomenti sono avvisati. In qualche modo misterioso, persino quando, una volta deceduti, veniamo imbalsamati (a volte contro la nostra volontà), possiamo dire di esserci ancora. E come surrogato di noi possono sopravviverci le nostre parole, l’esortazione di Tokarczuk è chiara: “Non vergognativi, tirate fuori i vostri diari e scrivete. D’altronde siamo in tanti a scrivere […]. Ci descriveremo semplicemente a vicenda, è il mezzo di comunicazione più sicuro; ci trasformeremo reciprocamente in lettere e iniziali e ci renderemo eterni sulle pagine di carta, ci plastineremo immergendoci nella formalina di pagine e frasi”.

Riassumendo cosa troverete in “I vagabondi”: gente morta ma meravigliosamente conservata, spesso secondo il principio della Wunderkammer, la signora con la falce, ah già, non mancano naturalmente riflessioni e racconti sul decadimento, sulla malattia e sulla pazzia. Se è vero che possiamo nel giro di un giorno tornare in Polonia dall’Australia via aereo o costeggiare i Balcani e la Grecia senza timori di naufragi su enormi imbarcazioni di metallo – quanti progressi ha collezionato l’uomo prendendo in considerazione solo gli ultimi centocinquant’anni anni – quel che non è cambiato è la nostra fragilità, la distanza abissale tra ciò che crediamo di sapere, a volte semplicemente in una relazione di coppia, come in uno dei racconti più angoscianti del libro, e quel che davvero sappiamo.

Ultimo appunto necessario per una scrittrice che in patria è minacciata di morte ed è tutto tranne che amata dal governo nazionalista in carica: è bello leggere della sua Polonia. Sia di quella oppressa dal regime comunista nel secondo dopoguerra sia di quella contemporanea dove le famiglie possono andare in vacanza in Croazia senza problemi, sia di quella ottocentesca sotto il giogo zarista e prussiano. In “I vagabondi” passa il messaggio che i polacchi siano stati ingiustamente vessati dalla Storia e ora si stanno godendo, esattamente come la Polonia uscita dalla Prima guerra mondiale, uno dei periodi di pace e di libertà più lunghi di sempre. Anche esprimendo idee diverse da quelle della destra al potere a Varsavia Tokarczuk dimostra, se ce ne fosse bisogno, a modo suo, da nomade, di amare il suo Paese.

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