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Helen Macdonald, Io e Mabel, ma come si fa a stufarsi di un astore?

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria di Helen Macdonald
Traduzione di Anna Rusconi
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Adesso che lascio Mabel libera, che le permetto di volare dove vuole, ho scoperto una cosa fantastica. Anche lei si sta costruendo un paesaggio di luoghi magici. […] sta appropriandosi della sua collina. Della mia. Della nostra».

Quest’anno potreste anche leggere un solo ebook (o un solo libro, fate voi), Io e Mabel di Helen Macdonald. Siete anche fortunati, è uscito ieri a fine gennaio per Einaudi, che mi ha gentilmente concesso di leggerlo in anteprima nei giorni scorsi. “Io e Mabel” appartiene a quei libri che possiamo definire “Altri dieci minuti e poi lo metto giù”. Soltanto che poi non lo vuoi più lasciare sul comodino e cosa capita? Che in un giorno lo finisci, un consiglio, iniziatelo nel fine settimana, meglio ancora di mattina. Intitolato in originale “H is for Hawk” ha vinto il Samuel Johnson Prize 2014 per la non-fiction, Helen Macdonald è nata nel 1970, è una storica e una ricercatrice; c’è da uscire pazzi a pensare che sebbene abbia al suo attivo altri due libri “Io e Mabel” sia la storia che l’ha resa celebre, è una scrittrice vera e potessi la implorerei di scrivere altri romanzi.

Tuttavia questo libro forse è nato in un’occasione irripetibile per Macdonald. Combina insieme un manuale di falconeria, un ritratto biografico dello scrittore T.H. White e l’elaborazione di un lutto. L’autrice è abilissima a intrecciare questi tre elementi per quasi trecento pagine. Il padre di Macdonald muore all’improvviso “il cuore, credo, niente da fare, non c’è bisogno che vieni stasera” e l’autrice, già esperta falconiera, per fuggire dal dolore devastante della propria perdita si getta in un’impresa. Addestrare non un falco ma un astore. Sa che sarà difficile, l’ha letto da bambina in un libro, “The Goshawk” di Terence Hanbury White. Un nome che non vi dirà niente. O forse sì, se vi dico “La spada nella roccia”? Pensate a Walt Disney? In realtà l’ha scritto White nel 1938.

Dubito che dopo aver letto “Io e Mabel” rivedrete le avventure di Semola e Merlino con gli stessi occhi. White era un uomo dalla sessualità e dalla psiche tormentata che a un certo punto della sua vita si era messo in testa di addestrare un astore. “The Goshawk” narra appunto di questo tentativo e la traduttrice Anna Rusconi si può dire abbia tradotto non solo Macdonald ma anche ampi brani di White, visto che questo libro è tutt’ora inedito nel nostro paese. L’autrice porta avanti in parallelo il racconto dell’esperienza di White con il suo Gos negli anni Trenta e quella che lei ai giorni nostri conduce con la sua Mabel. Sono passati settant’anni e tra gli spunti interessanti di “Io e Mabel” di sicuro rientra la ricostruzione storica di un’Inghilterra meno antropizzata di quella attuale immortalata a cavallo della Seconda guerra mondiale.

Impareremo presto come la passione dell’autrice per i rapaci sia stata ispirata da un uguale interesse del papà per gli aeroplani, prima dovuto alla necessità – era essenziale sapere distinguere tra gli aeromobili amici e quelli nemici – poi portato avanti per diletto e grazie al mezzo fotografico. Più volte ricorre nel testo l’autoiscrizione dell’autrice alla categoria degli osservatori; sia da storica sia da falconiere Helen si rende conto di avere perpetuato in qualche modo la professione del padre Alisdair giornalista e fotografo. Tutto il libro è anche una ricerca minuziosa tesa a ricostruire la vita del papà a partire da quando giocava bambino tra le macerie londinesi dei bombardamenti nazisti. Quando ci lascia qualcuno a noi caro fortunatamente il suo passato non scompare altrettanto in fretta.

La lenta accettazione di Macdonald della sua condizione di orfana è forse la parte più toccante di “Io e Mabel”. Se stabilirete con l’autrice un legame empatico a tratti vi verrà voglia, come la sua amica Christina, di bussare alla sua porta e di cercare alleviare la sua solitudine; Helen è infatti come sola al mondo durante l’addestramento di Mabel, per sua scelta certo. Al contrario di altri volumi che parlano di perdita è molto più chiaro del resto, quasi dalle prime pagine, che il balsamo per le ferite dell’anima non si trova in una natura a noi indifferente. Sebbene stupendo ai nostri occhi come il rapace, perfetto strumento di morte dalla punta del capo all’ultimo artiglio, il mondo naturale non può essere la risposta ai nostri interrogativi più profondi. “Le mani umane sono fatte per tenere altre mani”, scrive a un certo punto.

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Antoine Laurain, La donna dal taccuino rosso, il gatto si rifiutava di dire alcunché

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain
Traduzione di Margherita Botto
Einaudi Editore, 2015, 170 pp., 17 € (cartaceo), 9,99 € (ebook)

«Il gatto socchiuse i suoi occhi d’oro e fissò la padrona. Laure pensò alla dea egizia Bastet: Belfagor aveva assunto esattamente la stessa posa».

Grazie alla gentilezza dell’editore ho potuto leggere un giorno prima dell’uscita in libreria La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain, incuriosito più che altro dalla bella copertina dove una donna con un vestito rosso a pois (se leggete la storia rimpiagerete che non sia invece bianco) guarda attraverso una vetrina (?). Non conoscevo l’autore che in Italia fin’ora ha visto uscire tre libri – i primi due sono “Il cappello di Mitterrand”, Atmosphere libri, 2013 (in ebook a meno di due euro) e “Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette” Vallecchi, 2009 – su cinque della sua produzione letteraria. Chissà che Einaudi non riesca a dare più visibilità a uno scrittore che si è rivelato una piacevole sorpresa, almeno per me. “La donna dal taccuino rosso” appartiene alla categoria delle storie deliziose, i cinici sono avvisati.

La trama è in apparenza semplice, a una donna viene rubata una borsa, un uomo la ritrova e si mette in testa di cercare la sua proprietaria basandosi solo sugli “indizi” contenuti in essa. In mezzo c’è Parigi e non è certo poco. Alla larga tutti quelli che non ne possono più di arrondissement, di appartamenti in stabili ottocenteschi, di bistrot dai camerieri gentili e persone affascinanti, di librerie in ogni via… benvenuti tutti gli altri. Dato che scriviamo all’inizio del XXI secolo, questa storia fosse stata raccontata da altri media non avrebbe potuto essere un film, troppo breve, né un cortometraggio, troppo lungo. Una miniserie in quattro puntate probabilmente, dove il regista – mi arrogo questo ruolo, concedetemelo – avrebbe omesso appena le ultime due pagine del libro. E qui mi fermo.

Una storia dove uno degli elementi funzionali della trama è nientepopodimeno che un premio Nobel per la letteratura, Patrick Modiano, tuttavia non può essere un intreccio banale, buttato giù di corsa da un ex giornalista francese la cui biografia su wikipedia.fr recita così: Antoine Laurain est un écrivain français né à Paris. Un rigo e basta, giuro. In realtà “La donna dal taccuino rosso” è una piccola miniera di citazioni di altri libri, di strizzatine d’occhio all’attualità, di velata e divertita critica a determinate classi sociali, non si esaurisce vale a dire nel cliché o nell’equazione “ragazzo cerca ragazza incomprensione ragazza cerca ragazzo”. La storia scorre veloce, si legge in un giorno o poco più, rimane poi la voglia di rileggerla con più calma per riprendere particolari sfuggiti in un primo momento.

Anche i gatti che appaiono nel corso della vicenda, in particolare Belfagor, ricoprono un ruolo non decorativo ma strutturale. Non vivremmo tutti meglio se fossimo almeno in parte come loro? pare che suggerisca l’autore sin dalle prime pagine. A un certo punto mi sono ritrovato a sovrapporre il protagonista maschile al gatto della donna dal taccuino rosso. Chissà, nascerà da una simile fantasia l’idea che ha dato vita a questa storia? A ogni modo solo un uomo molto curioso avrebbe potuto rintracciare la proprietaria della borsa perduta e non è affatto detto che un gatto avrebbe avuto tutta questa voglia di rintracciare un proprio simile. Qui finiscono le analogie tra i gatti e gli umani protagonisti di questa vicenda, che rientrano invece nella categoria di quelli che alla solitudine non voglio darla vinta, se li aiuta poi il destino…

“La donna dal taccuino rosso” l’avrete capito è una storia lieve come l’acqua di una fonte d’alta quota, tuttavia è anche ricca di “proprietà” nascoste e come minimo incuriosisce il lettore più pigro, mi piace pensare, lasciando cadere in lui il seme di saperne di più sulle donne, sugli uomini, sui gatti, sulle librerie, su Modiano, su Parigi, sulle dorature… per citare solo alcuni degli spunti che non casualmente (non c’è nulla di casuale in questa storia di Laurain) questo scrittore francese ha disseminato per tutta la vicenda. E ora sono talmente preso bene, come direbbe la figlia del protagonista, Chloé, se fosse italiana e non francese, che corro subito a comprare l’ebook di “Il cappello di Mitterrand”, una storia diversa da quella appena pubblicata da Einaudi, di cui in Rete si dice un gran bene.

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