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Peppe Fiore, Dimenticare, sotto di loro si spalancava la valle

Dimenticare di Peppe Fiore

Dimenticare di Peppe Fiore
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (18,50 € cartaceo)

«Non c’è spettacolo più miserabile per un bambino piccolo di un adulto che piange».

Avessi letto quattro anni orsono “Nessuno è indispensabile” di Peppe Fiore non avrei dato nessuna possibilità al suo secondo romanzo per Einaudi – Dimenticare – uscito giusto una settimana fa. Invece nel 2013, come capita più facilmente agli ebook che ai libri cartacei, l’avevo comprato per poi dimenticarlo all’interno del mio lettore digitale. Di conseguenza l’ho letto dopo, convinto dallo stile alla Dürrenmatt in vacanza per l’Italia centrale che pervade “Dimenticare” (ringrazio Einaudi che me l’ha mandato). E se “Nessuno è indispensabile”, ambientato in un’azienda laziale di latticini e derivati dove ne capitano di cotte e di crude, non mi è piaciuto per il suo essere esagerato e sopra le righe ho apprezzato a posteriori ancora di più “Dimenticare”: il freno a mano che Fiore tiene tirato per quasi tutto il romanzo, una tormentata storia famigliare, ti tiene avvinto fino all’ultima riga.

Peppe Fiore prima di tutto, proprio come nel gioco delle tre carte, ci presenta subito i protagonisti della sua storia per farcene subito dimenticare. Franco e Daniele sono due fratelli di Fiumicino invischiati, per via dei debiti di gioco di Franco (poker e scommesse), nei giri della malavita del litorale laziale. Suo fratello si è messo nei casini? Daniele è al suo fianco nel momento in cui gli viene chiesto di pagare il conto, sempre, anche se lui non ha nessuna responsabilità delle scelte autolesioniste del fratello, il tutto con una ostinazione che forse soltanto i figli unici non capiranno. Sono entrambi intelligenti ma il loro ambiente li ha come costretti a mettersi, loro malgrado, al servizio dei capricci di quella che pare la più reddittizia delle attivià di Fiumicino: gli affari torbidi messi in piedi da uomini senza scrupoli cui a dire il vero Fiore concede fin troppa umanità.

Dodici anni dopo averli conosciuti in un incipit che vi rimarrà impresso, Daniele lo ritroviamo alle pendici del Monte Penne, a trenta chilometri dal confine con l’Abruzzo. Per quale motivo si trova lì? Come mai gli è stato dato il compito di rimettere a nuovo una struttura turistica presso un impianto sciistico chiuso? Perché è così lontano dal mare e da suo fratello? Nei boschi sopra Trecase quali insidie si nascondono? È un luogo sicuro oppure no? Man mano che procede la lettura, Daniele si rivela un uomo profondo sebbene di poche parole, affascinato dal concetto di bellezza (perché non la riconosce in sé) capace di instaurare relazioni e di farsi benvolere. Torniamo con lui anche in riva al mare dove Fiore ci fa capire che è quello il suo vero posto, del resto i fratelli sono cresciuti a pochi metri dalla spiaggia tra i lettini del lido di proprietà dei genitori.

Come in un altro libro pubblicato di recente da Einaudi – “Il giro del miele” di Sandro Campani –, uno dei temi forti di “Dimenticare” è l’essere genitori, in particolare il rapporto tra la figura del padre e quella dei figli maschi. Nota a margine: anche se Fiore è apparentemente indulgente con alcune figure femminili che accompagnano i suoi protagonisti, ci sono almeno un paio di passaggi che non mi hanno convinto riguardanti le donne (uno è funzionale alla trama ma l’ho trovato troppo romanzesco, mi perdonerà) e, lo ammetto, spierò incuriosito le recensioni on-line per capire se hanno dato fastidio solo a me. Di più non si può dire di “Dimenticare”, perché è una sveglia narrativa che una volta caricata a molla procede con l’implacabilità dei meccanismi automatici verso un trillo che non vi lascerà indifferenti. Decidete poi voi se il modo in cui si scioglie il finale sta in piedi.

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Mohsin Hamid, Exit West, le notizie parlavano di guerra e migranti e nativisti

Exit West di Mohsin Hamid

Exit West di Mohsin Hamid
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (17,50 € cartaceo)
n.b. Lettura su copia gratuita inviata dall’editore

«[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente […], e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo».

In copertina quelli dell’Einaudi, per l’edizione italiana di Exit West di Mohsin Hamid, hanno messo una foto di due stanze separate da una porta aperta, gli ambienti sono parzialmente riempiti dalla sabbia del deserto. Evocata forse non a caso dall’autore stesso all’interno del suo romanzo, la fotografia è stata scattata in Namibia, nella città fantasma di Kolmanskop. Un insediamento che i minatori tedeschi abitarono a inizio Novecento per poi abbandonarlo una volta esaurite le miniere di diamanti. È anche un esempio delle migrazioni che sono accettate dagli occidentali, quelle verso gli altri paesi, mentre è tutto un altro discorso quando si tratta di accogliere entro i propri confini le migliaia e migliaia di migranti che si vedono sbarcare ogni giorno sugli schermi televisivi europei.

È interessante come alcuni recensori abbiano attribuito a Exit West l’etichetta di romanzo distopico quando a mio parere si tratta esattamente dell’opposto. Finalmente un romanzo utopico. Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro una porta comune, una di quelle che tutti abbiamo in casa, si aprisse non sulla prossima stanza ma su quella di un altro continente? Un passaggio non certo facile, molto simile a una seconda nascita, che si può fare anche al contrario per tornare da dove si è venuti e tutte le volte che si vuole. Forse dopo un primo periodo di stupore, e anche di paura, ci accorgeremmo che così tante porte aperte verso l’altro consentirebbero all’umanità di riconciliarsi in una sola comunità, non più divisa dal colore della pelle e dall’appartenenza religiosa.

Spesso chi non vuole “subire” i flussi migratori si barrica dietro alla perentoria affermazione: “Qui non c’è più spazio”. Exit West dimostra come vi sia sempre spazio per l’altro e di come tale concetto sia del tutto relativo. Tutte le città del mondo ad esempio sono piene di spazi (o di case) vuoti che si potrebbero mettere a disposizione per coloro che per libera scelta o costretti sono in cammino. Come nel brano riportato all’inizio siamo tutti migranti attraverso il tempo, siamo tutti destinati a passare altrove. Anche la stessa distinzione tra migranti e nativi fino a quanti anni indietro nel tempo vale? Chi sono gli abitanti originali della California?

Mohsin Hamid è abile a trasformare la sua storia per gradi, trasportandoci nello stesso tempo da un luogo a un altro, esattamente come capita ai migranti: da una città (asiatica?) dilaniata da una non ben precisata guerra civile si passa a un luogo diventato simbolo dell’attuale fenomeno migratorio in atto, Mykonos. Dalle isole Cicladi arriviamo a Londra e poi da lì sulla costa ovest degli Stati Uniti. In attesa che la realtà virtuale si sviluppi abbastanza da farci vivere ciò che prova un’altra persona, un romanzo come Exit West è tra le poche possibilità che abbiamo oggi di comprendere, almeno per sommi capi, che cosa sta succedendo in questo inizio di XXI secolo, perché così tante persone stiano lasciando le loro case per cercare un nuovo futuro lontanissimo da dove sono nate.

Ma allora ci troviamo di fronte a un romanzo buonista? Chiamando i difensori dello status quo “nativisti” Hamid smonta il meccanismo sotteso a ogni tipo di razzismo legato a un’appartenenza territoriale. Se riconosciamo che siamo tutti ospiti dello stesso pianeta e che siamo tutti uguali per quale motivo dovremmo combatterci? O siete fra quelli che credono che l’Occidente sia l’ultima e più perfetta forma di società della Storia? Saeed e Nadia – la coppia protagonista di Exit West, raffigurazione plastica del pensiero religioso e del pensiero laico – assistono all’uscita di scena (exit) dell’Occidente senza dimenticare di raccoglierne l’eredità più importante, la democrazia. Auguriamoci che sia davvero così per le generazioni che verranno a sostituirci.

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Sandro Campani, Il giro del miele, stare con le api mi ha calmato

Il giro del miele di Sandro Campani

Il giro del miele di Sandro Campani
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Ho pensato, proprio all’improvviso: io non riuscirò mai più a parlarle. Come facevo a parlarle, fino adesso? cos’è stato, che lei è qui con me? come ho fatto?».

Ho deciso di leggere Il giro del miele di Sandro Campani dopo averlo ascoltato alla radio; intervistato a Fahrenheit su Radio3 ho pensato: “Però che tipo umile Campani” (se volete ascoltarlo anche voi cliccate qui per il podcast), grazie a Einaudi poi ho ricevuto l’ebook gratis. Ho iniziato a leggere questa storia di un’Italia finalmente contemporanea – basta gli anni Settanta, esiste anche il XXI secolo – senza aspettarmi granché ma sono rimasto letteralmente incollato allo schermo eink del mio Kobo. C’è una storia ne “Il giro del miele”, c’è una ossessione moderna che passa attraverso un certo tipo di lavoro che scompare, i telefonini che non prendono, la vita dell’Appennino italiano che ci ricordiamo esistere solo quando in TV passano le disgrazie, che almeno a me ha catturato.

Davide si confida con Giampiero, falegname che oramai ha chiuso la sua attività passatagli da Uliano, il padre di Davide. Davide ha sposato Silvia. Silvia ha lasciato Davide perché si erano trovati ma non si erano davvero conosciuti prima. Solo che Davide non ha capito quel che Giampiero ha compreso, non c’è riparazione possibile per il suo matrimonio. Esattamente come per la mano di Giampiero bruciata dal fuoco nella sua segheria, la relazione tra Silvia e Davide è andata. La ragazza si era lasciata salvare dal ragazzo anni prima, durante il giro del miele Davide l’aveva strappata a una Bologna ostile, accucciata ai piedi delle montagne, pronta a far perdere il senno alla gente della provincia, in giornate e appartamenti privi di senso. Quel che non era mai partita però era stata la comunicazione nella giovane coppia.

Una comunicazione che Davide cerca e trova con Giampiero. Accade tutto in una notte, il ragazzo ormai adulto bussa alla porta dell’uomo quasi vecchio. Davide è il figlio che Giampiero non ha mai avuto, Giampiero è il padre che Davide avrebbe potuto avere al posto del suo papà naturale, che invece non l’ha mai capito. Uno dei temi forti del romanzo è legato proprio alla paternità/maternità. Chi avrebbe voluto avere figli non li ha avuti, e chi li ha avuti in fondo li ha persi. La comunità appenninica è frantumata, ognuno in fondo vive per sé e il nemico è il vicino di casa che tiene un cane non preoccupandosi del fastidio che dà. Non c’è alcun rimpianto però per il passato remoto, c’è solo il tempo del vivere attuale che corre veloce come le stagioni, come il furgone di Davide che sposta le sue arnie per l’Italia settentrionale.

D’accordo, però almeno la natura ne “Il giro del miele” si salverà. Sì e no. Perché di sicuro la bellezza non scontata dell’ambiente collinare/montano è tra le ragioni che trattengono i protagonisti della storia dallo spostarsi in pianura, là dove la vita si capisce ha ritmi diversi – magistrale da questo punto di vista la visita dei ragazzi di città a Silvia, del tutto fuori luogo a quelle altitudini. Tuttavia, è una natura che è talmente quotidiana da essere in pratica invisibile, è ai lati delle strade a tornanti che collegano i paesi, è il luogo dove si va a fare un picnic… solo a tratti si fa più presente coi recessi pericolosi e segreti dei cercatori di funghi, con le notti dove si aggira la lince, con ambienti a metà tra la civiltà e la wilderness, come il macello a cielo aperto degli agnelli.

Da maschio ho trovato forse la profondità della confessione di Davide eccessiva, davvero andrei a rivelare certi particolari della mia vita intima a un altro uomo? Lo concedo però a Campani perché grazie alla sua tecnica narrativa è riuscito a illuminare due coscienze – quella di Davide e quella di Giampiero – come nemmeno mille sedute di psicanalisi potrebbero fare. Molto ben definite poi, sempre a mio avviso, le donne de “Il giro del miele”, Silvia naturalmente ma anche Ida, Giuliana e Adele. E interessante anche il tema della violenza tratteggiato dal punto di vista di Davide e di Silvia. Speriamo Sandro Campani possa trovare un pubblico attento alle sue storie nei prossimi anni.

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Aleksandar Hemon, L’arte della guerra zombi, Non sarò spaventato. Sarò pronto, pensò Joshua

L'arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon

L’arte della guerra zombi di Aleksandar Hemon
Traduzione di Maurizia Balmelli
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo, 280 pagine)

«Quella sera Bega gli aveva detto che i suoi zombi gli piacevano. Era parecchio ubriaco ma gli zombi gli piacevano, e Joshua gli aveva creduto perché Bega era troppo ubriaco per mentire e lui troppo ubriaco per non credergli».

Aleksandar “Sasha” Hemon mi ha fregato, durante la lettura ho creduto dapprima che il suo L’arte della guerra zombi fosse prima un libro strano, poi inutile e poi… poi mi ha stupito. Ne sono contento perché era dai tempi di Tibor Fischer – uno dei miei scrittori preferiti che da troppi anni ahimè non scrive più – che un autore non mi prendeva per il naso, in senso buono, come Hemon. Devo così ancora una volta ringraziare Einaudi che mi ha permesso di conoscerlo (gratis) attraverso questa sua ultima prova pubblicata l’anno scorso in inglese e questo marzo in italiano, tradotta da Maurizia Balmelli. Se sarete folgorati come il sottoscritto sappiate che sono già disponibili altre due storie di Hemon in ebook, “Il libro delle mie vite” (2013) e “Amori e ostacoli” (2014).

“L’arte della guerra zombi” è ambientato a Chicago nel 2003 – che strano il mondo prima dei social network e dei telefonini, dovreste farci un giro – e segue le vicende di Joshua Levin, un ragazzo come tanti con l’ambizione di fare lo sceneggiatore per Hollywood. Com’è chiaro fin dal titolo, in originale “The Making of Zombie Wars”, a Joshua piacciono le storie con i morti viventi e le sue traversie personali durante il romanzo avanzano in parallelo con una storia di zombi con tutti i crismi. Una storia, intitolata provvisoriamente Guerre zombi, che si riconosce a vista d’occhio poiché è impaginata come una sceneggiatura vera e propria, con tanto di carattere tipografico a imitazione di quello delle macchine da scrivere, per chi si ricorda cosa sono).

Mentre in Guerre zombi l’umanità com’è un classico soccombe all’invasione dei mangiacervelli Joshua a Chicago si incasina la vita come in un film dei fratelli Coen senza censure, anzi, come in un lungometraggio dei Coen ma sceneggiato dal Kevin Smith degli anni d’oro, quello di Clerks spero abbiate presente. È anche la parte del romanzo in cui Hemon ti incastra mettendo Joshua al centro del palcoscenico del solito teatrino della famiglia ebraica disfunzionale col padre assente, la madre severa e la sorella insopportabile. Terza storia a intrecciarsi con le altre il rapporto del protagonista con gli immigrati esteuropei post collasso Unione sovietica e guerre balcaniche, sì, c’è anche il tradizionale reduce dall’Iraq e la fidanzata d’origine asiatica.

Tutti elementi che Hemon fa interagire fra di loro con spietatezza illudendoti di seguire una storia normale anche se grottesca (tra parentesi, secondo libro Einaudi che leggo a distanza di pochi mesi e secondo gatto che… lasciamo perdere) per poi giocare di prestigio e farti rimanere di sale. A suo merito va anche detto che non è un autore che si autocompiace, uno di quelli che ti strizza l’occhio a ogni frase per farti capire quanto è bravo, almeno in questa storia. Si arriva in fondo e si può dargli atto che, pur tra scene di sesso e violenza gratuite, L’arte della guerra zombi ci ha instillato alla Spinoza dubbi sulla nostra stereotipata visione del mondo, su chi siano davvero coloro i quali pensiamo siano “gli altri”, su cosa davvero stiamo aspettando e perché.

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Helen Macdonald, Io e Mabel, ma come si fa a stufarsi di un astore?

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel di Helen Macdonald

Io e Mabel ovvero l’arte della falconeria di Helen Macdonald
Traduzione di Anna Rusconi
Einaudi Editore, 2016, 9,99 € ebook (19,50 € cartaceo)

«Adesso che lascio Mabel libera, che le permetto di volare dove vuole, ho scoperto una cosa fantastica. Anche lei si sta costruendo un paesaggio di luoghi magici. […] sta appropriandosi della sua collina. Della mia. Della nostra».

Quest’anno potreste anche leggere un solo ebook (o un solo libro, fate voi), Io e Mabel di Helen Macdonald. Siete anche fortunati, è uscito ieri a fine gennaio per Einaudi, che mi ha gentilmente concesso di leggerlo in anteprima nei giorni scorsi. “Io e Mabel” appartiene a quei libri che possiamo definire “Altri dieci minuti e poi lo metto giù”. Soltanto che poi non lo vuoi più lasciare sul comodino e cosa capita? Che in un giorno lo finisci, un consiglio, iniziatelo nel fine settimana, meglio ancora di mattina. Intitolato in originale “H is for Hawk” ha vinto il Samuel Johnson Prize 2014 per la non-fiction, Helen Macdonald è nata nel 1970, è una storica e una ricercatrice; c’è da uscire pazzi a pensare che sebbene abbia al suo attivo altri due libri “Io e Mabel” sia la storia che l’ha resa celebre, è una scrittrice vera e potessi la implorerei di scrivere altri romanzi.

Tuttavia questo libro forse è nato in un’occasione irripetibile per Macdonald. Combina insieme un manuale di falconeria, un ritratto biografico dello scrittore T.H. White e l’elaborazione di un lutto. L’autrice è abilissima a intrecciare questi tre elementi per quasi trecento pagine. Il padre di Macdonald muore all’improvviso “il cuore, credo, niente da fare, non c’è bisogno che vieni stasera” e l’autrice, già esperta falconiera, per fuggire dal dolore devastante della propria perdita si getta in un’impresa. Addestrare non un falco ma un astore. Sa che sarà difficile, l’ha letto da bambina in un libro, “The Goshawk” di Terence Hanbury White. Un nome che non vi dirà niente. O forse sì, se vi dico “La spada nella roccia”? Pensate a Walt Disney? In realtà l’ha scritto White nel 1938.

Dubito che dopo aver letto “Io e Mabel” rivedrete le avventure di Semola e Merlino con gli stessi occhi. White era un uomo dalla sessualità e dalla psiche tormentata che a un certo punto della sua vita si era messo in testa di addestrare un astore. “The Goshawk” narra appunto di questo tentativo e la traduttrice Anna Rusconi si può dire abbia tradotto non solo Macdonald ma anche ampi brani di White, visto che questo libro è tutt’ora inedito nel nostro paese. L’autrice porta avanti in parallelo il racconto dell’esperienza di White con il suo Gos negli anni Trenta e quella che lei ai giorni nostri conduce con la sua Mabel. Sono passati settant’anni e tra gli spunti interessanti di “Io e Mabel” di sicuro rientra la ricostruzione storica di un’Inghilterra meno antropizzata di quella attuale immortalata a cavallo della Seconda guerra mondiale.

Impareremo presto come la passione dell’autrice per i rapaci sia stata ispirata da un uguale interesse del papà per gli aeroplani, prima dovuto alla necessità – era essenziale sapere distinguere tra gli aeromobili amici e quelli nemici – poi portato avanti per diletto e grazie al mezzo fotografico. Più volte ricorre nel testo l’autoiscrizione dell’autrice alla categoria degli osservatori; sia da storica sia da falconiere Helen si rende conto di avere perpetuato in qualche modo la professione del padre Alisdair giornalista e fotografo. Tutto il libro è anche una ricerca minuziosa tesa a ricostruire la vita del papà a partire da quando giocava bambino tra le macerie londinesi dei bombardamenti nazisti. Quando ci lascia qualcuno a noi caro fortunatamente il suo passato non scompare altrettanto in fretta.

La lenta accettazione di Macdonald della sua condizione di orfana è forse la parte più toccante di “Io e Mabel”. Se stabilirete con l’autrice un legame empatico a tratti vi verrà voglia, come la sua amica Christina, di bussare alla sua porta e di cercare alleviare la sua solitudine; Helen è infatti come sola al mondo durante l’addestramento di Mabel, per sua scelta certo. Al contrario di altri volumi che parlano di perdita è molto più chiaro del resto, quasi dalle prime pagine, che il balsamo per le ferite dell’anima non si trova in una natura a noi indifferente. Sebbene stupendo ai nostri occhi come il rapace, perfetto strumento di morte dalla punta del capo all’ultimo artiglio, il mondo naturale non può essere la risposta ai nostri interrogativi più profondi. “Le mani umane sono fatte per tenere altre mani”, scrive a un certo punto.

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Antoine Laurain, La donna dal taccuino rosso, il gatto si rifiutava di dire alcunché

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain
Traduzione di Margherita Botto
Einaudi Editore, 2015, 170 pp., 17 € (cartaceo), 9,99 € (ebook)

«Il gatto socchiuse i suoi occhi d’oro e fissò la padrona. Laure pensò alla dea egizia Bastet: Belfagor aveva assunto esattamente la stessa posa».

Grazie alla gentilezza dell’editore ho potuto leggere un giorno prima dell’uscita in libreria La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain, incuriosito più che altro dalla bella copertina dove una donna con un vestito rosso a pois (se leggete la storia rimpiagerete che non sia invece bianco) guarda attraverso una vetrina (?). Non conoscevo l’autore che in Italia fin’ora ha visto uscire tre libri – i primi due sono “Il cappello di Mitterrand”, Atmosphere libri, 2013 (in ebook a meno di due euro) e “Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette” Vallecchi, 2009 – su cinque della sua produzione letteraria. Chissà che Einaudi non riesca a dare più visibilità a uno scrittore che si è rivelato una piacevole sorpresa, almeno per me. “La donna dal taccuino rosso” appartiene alla categoria delle storie deliziose, i cinici sono avvisati.

La trama è in apparenza semplice, a una donna viene rubata una borsa, un uomo la ritrova e si mette in testa di cercare la sua proprietaria basandosi solo sugli “indizi” contenuti in essa. In mezzo c’è Parigi e non è certo poco. Alla larga tutti quelli che non ne possono più di arrondissement, di appartamenti in stabili ottocenteschi, di bistrot dai camerieri gentili e persone affascinanti, di librerie in ogni via… benvenuti tutti gli altri. Dato che scriviamo all’inizio del XXI secolo, questa storia fosse stata raccontata da altri media non avrebbe potuto essere un film, troppo breve, né un cortometraggio, troppo lungo. Una miniserie in quattro puntate probabilmente, dove il regista – mi arrogo questo ruolo, concedetemelo – avrebbe omesso appena le ultime due pagine del libro. E qui mi fermo.

Una storia dove uno degli elementi funzionali della trama è nientepopodimeno che un premio Nobel per la letteratura, Patrick Modiano, tuttavia non può essere un intreccio banale, buttato giù di corsa da un ex giornalista francese la cui biografia su wikipedia.fr recita così: Antoine Laurain est un écrivain français né à Paris. Un rigo e basta, giuro. In realtà “La donna dal taccuino rosso” è una piccola miniera di citazioni di altri libri, di strizzatine d’occhio all’attualità, di velata e divertita critica a determinate classi sociali, non si esaurisce vale a dire nel cliché o nell’equazione “ragazzo cerca ragazza incomprensione ragazza cerca ragazzo”. La storia scorre veloce, si legge in un giorno o poco più, rimane poi la voglia di rileggerla con più calma per riprendere particolari sfuggiti in un primo momento.

Anche i gatti che appaiono nel corso della vicenda, in particolare Belfagor, ricoprono un ruolo non decorativo ma strutturale. Non vivremmo tutti meglio se fossimo almeno in parte come loro? pare che suggerisca l’autore sin dalle prime pagine. A un certo punto mi sono ritrovato a sovrapporre il protagonista maschile al gatto della donna dal taccuino rosso. Chissà, nascerà da una simile fantasia l’idea che ha dato vita a questa storia? A ogni modo solo un uomo molto curioso avrebbe potuto rintracciare la proprietaria della borsa perduta e non è affatto detto che un gatto avrebbe avuto tutta questa voglia di rintracciare un proprio simile. Qui finiscono le analogie tra i gatti e gli umani protagonisti di questa vicenda, che rientrano invece nella categoria di quelli che alla solitudine non voglio darla vinta, se li aiuta poi il destino…

“La donna dal taccuino rosso” l’avrete capito è una storia lieve come l’acqua di una fonte d’alta quota, tuttavia è anche ricca di “proprietà” nascoste e come minimo incuriosisce il lettore più pigro, mi piace pensare, lasciando cadere in lui il seme di saperne di più sulle donne, sugli uomini, sui gatti, sulle librerie, su Modiano, su Parigi, sulle dorature… per citare solo alcuni degli spunti che non casualmente (non c’è nulla di casuale in questa storia di Laurain) questo scrittore francese ha disseminato per tutta la vicenda. E ora sono talmente preso bene, come direbbe la figlia del protagonista, Chloé, se fosse italiana e non francese, che corro subito a comprare l’ebook di “Il cappello di Mitterrand”, una storia diversa da quella appena pubblicata da Einaudi, di cui in Rete si dice un gran bene.

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Stefania Bertola, Romanzo rosa, la lettrice di Melody legge solo Melody, sufficientemente chiaro?

Romanzo rosa di Stefania Bertola

Romanzo rosa di Stefania Bertola

Romanzo rosa di Stefania Bertola
Einaudi, 2012, 6,99 €

«”E via, via subito, da non ripetere mai piú, l’allusione letteraria. Cos’è quel Darcy, cos’è quel Georgiana? Vuole fare sfoggio di cultura? Scriva un libro per il premio Strega. A noi non interessa, signorina, sapere che lei ha letto Orgoglio e Pregiudizio“».

Mentre nelle librerie esce l’ultimo romanzo di Stefania Bertola, Ragazze mancine, omaggiato su TuttoLibri di questa settimana da una delle incomprensibili recensioni di Bruno Quaranta, mi sono invece deciso a leggere Romanzo rosa della stessa autrice piemontese apparso sempre per Einaudi l’anno scorso. Ha del resto una trama molto curiosa. Riassunto: cronaca in prima persona del corso di scrittura di genere – come scrivere un Melody, ovvero un Harmony – frequentato dalla protagonista con la possibilità di leggere l’intreccio sentimentale viva via inventato dalla scrittrice in erba. Il libro alterna infatti le lezioni, con tanto di dispense, del corso con i capitoli del romanzo scritto dalla bibliotecaria di San Mauro Torinese che narra la storia.

“I Melody e i Gialli Mondadori vivono un’esistenza precaria e clandestina sui carrelli, non hanno posto negli scaffali. Non sono catalogati, non hanno schede, e i clienti della biblioteca li possono prendere con una certa noncuranza” scrive Bertola, tuttavia sono molto divertenti da scrivere e quindi anche il lettore fino alla fine dell’ebook rimarrà con il fiato sospeso: riuscirà la biblitoecaria Olimpia, pur incapace di rendere sulla pagina la vera passione che tutto travolge, a scrivere un Meleody che soddisfi le aspettative della severissima insegnante del corso Leonora Forneris? Mentre la storria corre veloce in una Torino che vediamo  dai finestrini del 61 Bertola schizza intanto divertenti sottotrame secondarie aventi come protagonisti i compagni di corso di Olimpia.

Alla fine di Romanzo rosa lo ammetto sono rimasto perplesso, ho letto un ebook che mi è piaciuto? Ho incontrato una nuova autrice di cui potermi fidare? La tripartizione del volume – storia di Olimpia, dispense del corso, storia del Melody – nel respiro breve della narrazione mi è sembrata troppo schematica per creare, almeno in me, quella immedesimazione che ti spinge sotto la superficie della storia, a immergerti completamente in essa voglio dire, e che vedo da tante recensioni in Rete è scattata in altri lettori. Durante la mia lettura invece questa ritmica alternzanza di piani mi ha lasciato fuori dall’opera, più ammirato dalla bravura della scrittrice che avvinto da quello che avevo sotto gli occhi.

Non di puro esercizio di stile si tratta ad ogni modo perché Romanzo rosa è anche una guida per comprendere meglio la fortuna dei “romanzi Harmony” (intesi come genere) nel nostro paese: come sono costruiti? a chi si rivolgono? perché piacciono? Capisco allora che per quanto riguarda il sottoscritto avrei forse apprezzato meglio tre libri: un saggio breve sul romanzo rosa in Italia, un Harmony vero e proprio, la stessa storia concepita da Bertola con protagonista Olimpia, i suoi gatti, le sue nipoti, la Forneris, Paola, Vittorio e gli altri compagni di corso ma raccontata senza l’ironia che pervade ogni paragrafo di tutto questo bel romanzo. Romanzo rosa racchiude invece tutti e tre. Mi viene da pensare addirittura che trasformato in sceneggiatura e raccontato per mezzo di un film mi piacerebbe il doppio questa storia 🙂 chissà che qualcuno non mi accontenti.

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