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Kristen Roupenian, Cat Person, una raccolta di orrori

Cat Person (racconti) di Kristen Roupenian

Cat Person di Kristen Roupenian
Traduzione di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino e Maurizia Balmelli
Einaudi, febbraio 2019, (cartaceo 17,50 €, 252 pagine; ebook 9,99 €)

«Ragazza degli snack, dammi il tuo numero, – disse, e sorprendendo sé stessa lei glielo diede».

Ero curioso di leggere Cat Person tradotto in italiano. L’avevo intercettato su Internet, insieme a milioni di altri lettori, quando era uscito nel dicembre del 2017 su “The New Yorker”. Per chi ancora non lo sapesse, quell’Everest di visualizzazioni ha portato la sua autrice, Kristen Roupenian, a siglare un contratto a sette cifre con la Scout Press per la stesura di due libri, il primo è appunto la raccolta di racconti “You Know You Want This” pubblicato in Italia col titolo “Cat Person” (dedicato quindi innanzitutto a chi era piaciuto il racconto uscito sul New Yorker). Ringrazio Einaudi che mi ha fatto dono di una copia prima che potessi comprarlo. E quindi? Questa raccolta di dodici racconti scritti dalla scrittrice ed esperta di gatti (così la sua biografia su Twitter) Kristen Roupenian com’è?

È un mix di racconti fantastici e realistici. Già qui Roupenian spiazza la sua lettrice o il suo lettore che di “Cat Person” aveva apprezzato lo specchiamento con la propria esperienza personale. La scrittrice vuole raccontare altri genere di storie e sin da subito Ragazzaccio, che apre la raccolta, mette sulla buona strada raccontando come un rapporto amicale possa trasformarsi in una storia di cronaca orrenda e plausbile sebbene grottesca. Look At You Game, Girl viceversa ritorna su binari realistici narrando il possibile (?) incontro di una ragazzina con un tipo strambo. Neanche il tempo di rifiatare e Sardine ci riconsegna alle fantasie di vendetta tramutate in realtà di una madre separata.

Come considerare poi Il lettore notturno? Quanto credere al volontario internazionale di stanza in Kenya alle prese con una classe di ragazzine impossibili e una leggenda locale? Siamo ancora dalle parti del plausibile mentre con Lo specchio, il secchio e il vecchio femore torniamo al fantastico con la fantasia gotica di un’antica corte dove una principessa poi regina scivola piano piano verso una lucida follia. A metà raccolta Roupenian o i suoi editor collocano Cat Person, racconto più realistico che realistico non si può di una relazione (?) disastrosa. In quarta di copertina Einaudi ha scritto che i legami tra genere, sesso e potere descritti da Roupenian sono “ferocemente divertenti”. Da divertirsi c’è ben poco. C’è molta angoscia, questo di sicuro.

Il settimo racconto Il bravo ragazzo fin dal titolo si contraddice: chi è un bravo ragazzo, specialmente il protagonista immaginato da Roupenian, non lo è per nulla e se smascherato (o autosmascheratosi) si merita la punizione più severa. Il ragazzo della piscina avrebbe meritato qualche pagina in più: può una fantasia preadolescienzale avere ancora uno scopo una volta diventati adulti? E se sì perché e per chi? In Non avere paura torniamo sul fantastico (o allegorico) incontrando una donna e l’uomo da lei evocato, letteralmente. Sempre a questo genere appartiene La prova nel portafiammiferi che racconta di una coppia di San Francisco in crisi.

Gli ultimi due racconti, realistici sebbene estremi – Voglia di morire e Mordere – parlano rispettivamente di un appuntamento su Tinder in grado di cambiarti la vita e di come reagire alle molestie assecondando la propria natura non sia sbagliato. In conclusione: Roupenian non disdegna l’orrido, gli escrementi e il sangue (prima di Cat Person era riuscita a pubblicare principalmente online su testate di genere come “Body Parts Magazine” e “Weird Fiction Review”) e, visto che è nata nel 1981, mi permetto di suggerire che il suo immaginario rimanda a film come Schegge di follia (Heaters) decisamente virati all’horror e allo splatter. Io ho apprezzato le sue storie realistiche, meno le altre.

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Marco Missiroli, Fedeltà, un rogito era la loro grande speranza?

Fedeltà di Marco Missiroli
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (19 € cartaceo, 232 pagine)

Fedeltà di Marco Missiroli

Ogni volta che la cercava prima del sonno, lui cercava anche Margherita: la guardava rannicchiata a letto, la sagoma bruna e il respiro calmo, e la riconosceva. Avrebbe voluto godere per Sofia e godeva per sua moglie e ugualmente pativa per gli orizzonti che non sarebbe mai riuscito a vivere.

E com’è Fedeltà di Marco Missiroli? Valeva la pena per i suoi fan aspettare quattro anni dall’uscita di “Atti osceni in luogo privato” per un suo nuovo romanzo? Il volume pubblicato per Feltrinelli nel 2015 non l’ho letto, e “Il senso dell’elefante”, tanto tempo fa, l’avevo abbandonato dopo le prime pagine, quindi prendete questa segnalazione come il parere di un suo lettore per caso (grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia). L’attesa può dirsi ripagata, chiuderete queste 230 pagine domandandovi quanto dovrete aspettare il prossimo libro. Certo farete più o meno fatica nel procedere con la lettura perché Missiroli non ha in mente il lettore occasionale (quello che su IBS ieri ha scritto che “le storie [della vicenda] non si concludono e si perdono”). D’altronde a 38 anni, al quinto romanzo pubblicato nell’arco di quattordici anni, o uno è diventato uno scrittore oppure non lo è stato mai.

Perché ho riportato la recensione di IBS di cui sopra prendendola per vera (certo, potrebbe essere di qualche hater o collega invidioso)? Perché è il punto di “Fedeltà”. I protagonisti della storia sono cinque (sei con Milano, eh oh, pare ci sia in molti libri di questi tempi): Carlo, Margherita, Sofia, Anna e Andrea. Lui e lei, l’altra, la madre di lei più un personaggio a tutto tondo a mio avviso più contradditorio e simile al vero dei primi quattro. Ha davvero cercato Carlo di possedere Sofia nei bagni dell’università? Cosa è disposta a fare sua moglie Margherita per superare questo “malinteso”? Cosa voleva davvero Sofia dal suo trasferimento a Milano da Rimini? Quali riflessioni sulla propria esistenza può trarre la vedova Anna dai ricordi lasciatele dal marito? E Andrea? Di cosa ha davvero bisogno? Della sua professione? Della violenza? Dell’edicola di famiglia? Di un amore?

Sarebbe stato semplice per Missiroli distinguere a una a una queste voci – e magari in una prima bozza l’avrà anche fatto –, ma per tenere lontano il recensore di IBS deluso sopramenzionato ha deciso di farle compenetrare una dentro l’altra. Ovvero, mentre stai leggendo ciò che pensa Margherita ti accorgi che sei passato alle riflessioni di Carlo e poi ancora a quelle di Anna e così via. Non ci sono spazi a indicare le transizioni. Consiglio. Bisogna fermarsi. Appoggiare sul tavolo il libro. Dire: “Ma che cacchio”. E poi riprendere la lettura avendo capito il meccanismo. Sempre che non vi abbia innervosito, del resto non l’ha certo inventato Missiroli, lui l’ha applicato bene a una trama di storie che trovano tutte conclusione. E sono vicissitudini che toccheranno corde sensibili nei nati negli anni Settanta e Ottanta, perché di quelle generazioni parlano. Quelle, riprendendo una frase del padre di Carlo del “Non è colpa vostra se avete lavori da poco”.

Ad avere una vita da poco, lo avrete capito dalle parole del padre, quello che il cliché definirebbe “ingombrante”, è anche Carlo che trova nel tradimento le giustificazioni di tutti coloro che tradiscono – “E se tradire, per lui, fosse stato il modo per tornare a essere fedele a Margherita?” – e una coerenza con una supposta propria vera natura. I tradimenti che non hanno conseguenze sono il leitmotiv di Fedeltà e c’è da chiedersi se possano davvero definirsi tali ma in modo diverso da come li concettualizza Missiroli. Il vero pericolo per la coppia di corso Concordia è rappresentato non a caso da un desiderio non soddisfatto, che pare più una mancata corrispondenza di amorosi sensi che la voglia di lui di farsi una studentessa (“Come non sono la mia storia le mani di un insegnante che mi hanno stretto il culo” dice Sofia; bell’esempio di donna che vuole e sarà padrona della sua vita/narrazione sin dalle prime pagine del romanzo).

E tornando alla sesta protagonista, se c’è una Milano che porta le cicatrici di un cambiamento e, non solo metaforicamente, muore, c’è pure una Milano “brulicante di quartieri e ingorda di sorprese, come un giovane cui viene detto: ora vivi”. Ma nelle pagine di Missiroli, con un ruolo importante per la storia di uno dei personaggi, c’è anche l’intorno di Milano, quello che non viene più chiamato hinterland perché fa troppo anni Novanta, San Donato e i suoi spazi rurali sotto alle rampe della tangenziale. E poi ancora, più tardi, il territorio tra la provincia di Como e la Brianza a simboleggiare forse un luogo di incontro clandestino tra necessità e povertà. In “Fedeltà” Missiroli offre al lettore un biglietto di andata e ritorno alla scoperta del nostro tempo. Non fate l’errore di scendere a metà strada e guardate con attenzione il paesaggio fuori dal finestrino.

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Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Mannocchi-Khaled-Einaudi
“Io Khaled vendo uomini e sono innocente” di Francesca Mannocchi

Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (17 € cartaceo, 208 pagine)

«Vi aspetto tutti al varco, a chiedermi di partire, ipocriti e zozzoni. Miserabili e traditori. […] Sono loro, quelli pericolosi, come diceva il cameraman al fronte sette anni fa, i falsi amici, i mezzi nemici, la zona grigia. Ti ricordi, Murad, come parlava bene, quel cameraman?».

Speculare a “Exit West”, libro di Mohsin Hamid uscito sempre per Einaudi l’anno scorso, Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi dà voce non ai migranti ma a chi i migranti dietro compenso li aiuta a partire. I disperati d’Africa e d’Asia non salpano più per le coste dell’Europa per rendere nero il Vecchio continente, come auspicava il colonnello Gheddafi, ma perché se da una parte c’è una domanda (non posso più stare nel mio paese), dall’altra c’è una risposta (pagami e ti metto su un barcone per l’Italia). E il personaggio di Khaled che come prima occupazione gestisce la sicurezza dei dipendenti delle grandi società petrolifere occidentali in Libia risponde a questa domanda nel modo più professionale possibile. Meglio non far morire i propri clienti ad esempio, altrimenti, sai che pubblicità negativa?

“Continueremo a ricattare via mare, e il mare, a sua volta, ci ricatterà” afferma Khaled ricordandoci come la Libia non abbia altra risorsa che il petrolio e sia costretta a ricevere materie prime e beni di consumo dall’estero. In cambio di cosa? In cambio di trattenere entro i propri confini i migranti, o almeno, di farli partire un po’ per volta perché all’Occidente fa comodo in fondo che i barconi in mare ci siano sempre. I libici si lamentano di essere sfruttati da italiani e francesi ma rimangono seduti fuori dai bar a far scorrere la propria vita invece di cambiare lo stato delle cose, riflette il trafficante. Anche la guerra, è davvero finita con la morte di Gheddafi nel 2011? Alcuni si erano illusi di sì, prima dell’inizio dei conflitti tra le milizie, ed erano perfino andati a combatterne un’altra in Siria, ammaliati dal carisma di alcuni capi mercenari.

Il personaggio di Khaled invece ha deciso di votarsi a un traffico che al pari della guerra non si estinguerà mai – forse si affievolirà –, ma più sicuro: il traffico di esseri umani.  Khaled the smuggler, lo chiamano gli inglesi degli impianti petroliferi che protegge, tutti sanno tutto in Libia del resto perché lì “i muri hanno le orecchie”. E Mannocchi è abile a farcelo conoscere piano piano questo personaggio che ascolta i Die Antwoord, che ha fatto la guerra, che ha perso persone care, che protegge la sua famiglia di Misurata, che dà lavoro, che viene definito da uno dei suoi clienti “una brava persona”. E un po’ ti ci affezioni a Khaled fino a quando non vengono svelati nuovi particolari mentre il romanzo avanza, d’altronde, come si può rimanere brave persone a vendere uomini?

Ho citato all’inizio di questo post un altro romanzo Einaudi sul fenomeno migratorio, ricordate? “Exit West” di Mohsin Hamid. In quella storia le persone non fuggivano dai loro paesi prendendo la strada del deserto e poi il mare ma attraverso comuni porte che di punto in bianco davano accesso ad altre porte qui in Occidente. Tutti hanno un maestro e anche Khaled il mestiere se l’è fatto insegnare da uno che i barconi li faceva partire anche sotto Gheddafi, Husen. Sentite cosa afferma: “Una volta che hanno pagato e sono sopra, stop, non sono più affari nostri, sono nelle mani di Dio. Noi comandiamo sulla terra, il mare non è nostro, Khaled. Gli facciamo attraversare una porta, ma una volta che l’hanno superata, Stop”. Avete capito di quali terribili porte si tratta?

E leggendo Mannocchi mi sono venute in mente anche alcune cose che scrive Simone Perotti sul suo blog a proposito del Mediterraneo, quanto sia in potenza un elemento unificante, perché tutte le città di questo piccolo mare si guardano l’un l’altra dopotutto e allora perché non cercare una koinè che già un tempo è esistita e potrebbe tornare ancora? Forse per via della facilità con cui si fanno i soldi con i traffici illeciti laddove uno stato non esiste più come in Libia. E se anche un’autorità statale forte tornasse sotto forme più o meno democratiche, chi ci assicura che la corruzione dilagante non spingerebbe comunque i libici a ricorrere al traffico di esseri umani come un mezzo per arricchirsi in fretta? Intanto se Khaled è innocente decidetelo voi dopo aver letto il libro.

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Haruki Murakami, L’assassinio del Commendatore – Libro secondo, senza stringere rapporti con strane idee o metafore

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo di Murakami Haruki
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, gennaio 2019, (cartaceo 20 €, 436 pagine; ebook 10,99 €)

«Ma per il momento era l’unica cosa che desiderassi. Usare semplicemente una tecnica che avevo assimilato bene, senza cercare altro».

Anche se grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia cartacea non ho letto L’assassinio del Commendatore – Libro secondo: metafore che si trasformano in digitale posso dirvi lo stesso quanto ci ho messo a finirlo, sette ore (tre più quattro ovviamente, non potevo prendermi ferie). Tanta era la voglia di sapere come sarebbe andata a finire questa storia per poi scoprire in fondo che Murakami ce l’aveva già detto all’inizio del primo libro. Non vi rovino nulla dato che come si scioglierà la trama lo scoprirete da voi, pagina dopo pagina, rispettando i vostri tempi. Rientra tra le abilità di uno scrittore farti dimenticare quello che ha scritto nel prologo, specie se sembra (?) la descrizione di un sogno.

A ogni modo, a Murakami Haruki servivano circa ottocentosessanta pagine per raccontarci “L’assassinio del Commendatore”; per svelarci un poco alla volta il passato di Amada Tomohiko, pittore famosissimo di quadri in stile nihonga oramai in preda al decadimento mentale dell’età avanzata; per mostrarci qualche dettaglio in più del mondo elegante e ordinato del signor Menshiki; per farci affezionare alla piccola Marie con la sua fretta di diventare grande e i suoi piccoli segreti anche se “è una bambina molto corretta” come ci tiene a precisare sua zia Shōko e come apprenderemo anche noi lettori con l’avanzare della trama.

Caduti nella tana del Bianconiglio che Murakami Haruki ha scavato per noi in questo romanzo, del resto – o nella buca in mezzo al bosco per essere più precisi –, altro non rimane che inoltrarci nel cunicolo tenebroso che ci si spalanca davanti pregando che abbia una via d’uscita. Senza orologi che ci possano indicare di preciso lo scorrere del tempo. E tutto il libro secondo si configura in parte come una riflessione sul tempo a nostra disposizione e sul viaggio rappresentato dall’esistenza, forse non a caso il protagonista ha quasi la stessa età di Dante. “‘Lei ha trentasei anni, vero?’ mi chiese di punto in bianco [Menshiki]. ‘Sì’ [risposi]. ‘Sono probabilmente gli anni più belli della vita’”.

Davvero difficile stabilire se la chiusura del cerchio de “L’Assassinio del Commendatore” sia una pennellata che piacerà a tutti (lo scrivevo anche nel mio commento al primo volume), Murakami Haruki ci mette del suo per destabilizzare il lettore, penso in particolare a un sogno del protagonista che ha un’importanza capitale nell’economia della storia. Rimane molto in sospeso alla fine della storia? Poco? Personaggi come quello di Menshiki avrebbero tollerato uno sviluppo diverso della vicenda? Un altro modo di interpretare “L’Assassinio del Commendatore” è quello di concepirlo come una riflessione sulle scelte che ciascuno di noi fa durante la sua vita.

Non sono infatti forse scelte anche quelle decisioni che non abbiamo preso? È corretto custodire un segreto per tutta la vita? Quanto ci toccano i lutti (come dice in due occasioni il personaggio di Masahiko: “La morte di una persona non è una faccenda da poco”) che inevitabilmente subiremo col passare del tempo? Dobbiamo raccogliere l’eredità dei nostri genitori o lasciarla perdere? A Murakami Haruki – arrivato proprio in coincidenza dell’uscita di questo libro all’età di settant’anni – non importa tanto darci risposte ma portarci sul fondo di una buca dalle pareti di carta dove farci riflettere sullo scorrere dei giorni.

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Ester Viola, Gli spaiati, inizio a pensare che per alcuni sia una scelta

Gli spaiati di Ester Viola

Gli spaiati di Ester Viola
Einaudi Editore, 2018, 8,99 € ebook (17 € cartaceo)

«”Diteci che io non sono fessa, la vedo. Fa la scema pure col vicino vostro, l’ingegnere. Quello che vi dovevate sposare voi, se tenevate ‘a capa ‘n capa”».

Qualcosa non mi tornava girata l’ultima pagina di L’amore è eterno finché non risponde – titolo d’esordio per Einaudi di Ester Viola nel 2016e sono contento, ora che ho finito il seguito, “Gli spaiati” appunto, di aver capito per quale motivo. Ritroviamo l’avvocato Olivia Marni, personaggio cui con tutta probabilità vi affezionerete se già non l’avevate adottato nel primo libro, incredibilmente imbrogliata in una relazione funzionale. Trasferitasi da Napoli a Milano per seguire il suo capo Luca fresco di separazione dalla moglie Carla, Olivia ci fa partecipe delle sue riflessioni su cosa significhi essere in coppia con qualcuno che un rapporto lo sa condurre. Ma è questo che la nostra quarantenne vuole? Non è che una volta raggiunto l’obbiettivo di essere felici in due non ci si possa rendere di colpo conto che non faccia per noi? Non è che esistono gli spaiati per natura?

Cosa mi è piaciuto de “Gli spaiati”: Milano. Se nel primo libro una delle protagoniste era la città di Napoli (immancabile anche ne “Gli spaiati” dove compare come attrice non protagonista), la Milano della borghesia meneghina, quella che può permettersi le case e i vestiti che compaiono negli inserti settimanali del Corriere della Sera, è comprimaria a tutti gli effetti. Forse perché palcoscenico più adatto – “Milano non si intromette” – del capoluogo partenopeo della nuova vita di Luca e Olivia. Un’esistenza tranquilla da coppia in carriera dove lui può continuare a essere il papà dei due figli nell’appartamento accanto e lei chiedersi quanto gli stia bene un uomo che non le dà alcun motivo di dubitare del suo sentimento. Tutto bene? Non proprio visto che stare insieme a Luca significa aver perso Viola (primo amore di lui), la migliore amica e la confidente più cara dell’ex-spaiata.

E quindi siamo di fronte a problemi da primo mondo? Beh, sì, non si capiva dal titolo? O per meglio dire, siamo in un mondo alternativo dove tutti noi siamo scritti da Nora Ephron, non certo per caso evocata con nome e cognome a un certo punto de “Gli spaiati”. La sospensione dell’incredulità è obbligatoria perché l’assunto da cui parte Ester Viola è l’estrema attenzione che tutti i personaggi nutrono nei confronti degli altri. Olivia è ipersensibile a ogni minimo segnale che le viene lanciato, anche in modo inconsapevole, dalle persone che la circondano. E questo è applicabile a tutti gli uomini e le donne che incontreremo lungo il libro, esperti sopraffini dell’interpretazione del comportamento umano. Eppure, l’esperienza ci dice che l’indifferenza è il primo abito mentale che, almeno nell’Italia settentrionale, ti abitui presto a indossare.

Cosa non mi è piaciuto: aver capito molto presto le mire di uno dei personaggi (ma vallo a sapere, magari Ester Viola l’ha fatto a bella posta) fondamentale per la risoluzione della trama. D’altro canto, però, sarò troppo ingenuovedi a questo proposito la mia irritazione su come era finito il primo libro –, non mi aspettavo per niente il finale de “Gli spaiati” che mi auguro possa rimanere parte di un dittico perfetto. Non ce la vedo Olivia Marni protagonista di un terzo capitolo conclusivo, perché non c’è portata l’avvocato alle conclusioni. Le sciagure sentimentali non le prevedono perché hanno insito il preludio di una nuova e quindi, a rigor di logica, le loro non si possono definire conclusioni autentiche. Nemmeno l’incedere dell’età può confortare, chi è spaiato è spaiato anche quando uno si aspetterebbe di aver raggiunto per esperienza una certa maturità amorosa.

Potrebbe sembrare che stia augurando a Ester Viola di smettere di scrivere. Non è così. Quel che auspico è che possa, vista la sua facilità di scrittura, abbandonare il personaggio di Olivia Marni per raccontarci altre storie. E forse ha già iniziato a pensarci, perché “Gli spaiati”, a mio avviso, narra una complicata storia d’amore che rimane sempre dietro le quintenascosta e ciò nonostante alla portata di tutti, come un faldone del labirintico tribunale di Napoli – e che non è riconducibile alla voce narrante di questo libro. Posso aver sbagliato in pieno la mia interpretazione del testo ma più volte mi è capitato di pensare: i veri protagonisti chi sono? P.S. Anche se aiuta a comprendere meglio i rovelli di Olivia, non è necessario leggere prima di questo libro “L’amore è eterno finché non risponde”. P.S.S. Viola ci dice che un ex-spaiato è uno spaiato che ha smesso… ma che rimane sempre tale proprio perché “vuole essere felice a tutti i costi con qualcuno”.

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Paolo Cognetti, Senza mai arrivare in cima, ma cosa ci faccio qui?

Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti

Senza mai arrivare in cima: viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti
Einaudi Editore, 2018, 7,99 € ebook (14 € cartaceo, 120 pagine)

«Gli occhi invece stavano bene. Bagnandoli pensai: fa’ che io sappia guardare e fa’ che trovi le parole per raccontare ciò che ho visto».

Questo è il fine settimana ideale per leggere Senza mai arrivare in cima di Paolo Cognetti. Specie se si fa coincidere il tempo della lettura con il periodo raccontato dallo scrittore, questo libricino per me, lo avrete capito, è autunnale. Cognetti racconta di un suo viaggio in Nepal svoltosi esattamente nell’ottobre 2017 nella zona del Dolpo, una parte della nazione nepalese dove ha trovato rifugio una parte dei tibetani fuggiti dal loro paese dopo l’annessione cinese. Immaginate un lembo dell’altipiano tibetano abitato da meno di ventimila persone e avrete subito sotto gli occhi le terre alte raccontate nel libro, un deserto d’alta quota dove il legno deve essere importato e l’economia è principalmente di sussistenza, tutt’intorno, però, le magnifiche vette dell’Himalaya.

A proposito, in caso non vi bastassero le parole di Cognetti, potete ripercorrere in video il suo viaggio nel Dolpo di tre settimane diviso in puntate su Montagne.tv (basta cliccare qui) o in foto sul numero 90 di Meridiani Montagne. Rimaniamo però al libro pubblicato da Einaudi, di cui auspichiamo un’edizione economica speciale, che si possa arrotolare come il taccuino dove Paolo ha preso i suoi appunti mentre percorreva quelle mulattiere. Siamo dalle parti del resoconto di viaggio sulle tracce di altri viaggi, in particolare la guida letteraria scelta da Cognetti è “Il leopardo delle nevi” di Peter Matthiessen uscito nel 1978, lo stesso anno di nascita del nostro premio Strega. È curioso come il quarantesimo anno si stagli all’orizzonte per lo scrittore come il limite della gioventù.

“Ecco il viaggio che desideravo per i miei quarant’anni, adatto a celebrare l’addio a quell’altro regno perduto che è la giovinezza”. Davvero, ognuno di noi sente di essere diventato adulto alle età più diverse.  E se l’Himalaya fa un dono a Cognetti è proprio quello di fargli assaggiare cosa significhi invecchiare. “Chinarsi, aprire la tenda, entrarci, trascinare dentro lo zaino, bastava questo a farmi sentire l’affanno […]. Sarà così che ci si sente da vecchi?, pensavo. Costretti a economizzare ogni gesto, in un corpo a cui anche il semplice stare al mondo costa fatica?”. Le altezze non fanno paura allo scrittore eppure il suo corpo, non abituato fin dalla nascita ai quattromila metri come quello della popolazione locale (e che belle le descrizioni dedicate al passo leggero delle guide) lo mette alla prova più volte durante il viaggio.

Se nell’autunno del 1973 Matthiessen per esplorare il Dolpo si era lasciato dietro un figlio di otto anni, affidato a parenti perché l’anno prima era rimasto vedovo della seconda moglie, Cognetti in Italia lascia invece il fido Lucky per incontrare in Nepal una cagna randagia di due/tre anni, Kanjiroba, nata forse in concomitanza con la dipartita di Matthiessen per l’altro mondo nel 2014. Solo una coincidenza? Suggestioni che Cognetti dissemina lungo il cammino, dove la ricerca di una montagna incontaminata si scontra con testimonianze del passato remoto e prossimo del Nepal – templi in rovina e tracce sbiadite della guerriglia maoista a cavallo del cambio di secolo –  e con il presente di un “piccolo paese stritolato tra l’India e la Cina, sempre più ridotto a periferia di altri”.

Ho acquistato in formato cartaceo “Senza mai arrivare in cima” perché sfogliandolo in libreria ho visto che conteneva anche i disegni di Paolo che spesso si intrecciano con i suoi appunti. Contenendo a un certo punto la fatidica domanda “Ma cosa ci faccio qui?” il libretto appartiene alla categoria dei racconti di viaggio esistenziali (ma quale viaggio non lo è?) e non ho dubbi che tra dieci, venti, trent’anni, quando Cognetti sentirà di nuovo il richiamo del Monte di Cristallo da cui si vede il Monte Kailash, potrò leggere un seguito di questo libro. E a maggior ragione ne sono convinto perché se arriverete in fondo a “Senza mai arrivare in cima” scoprirete, come ho fatto io, i tre desideri che il nostro scrittore si regala per i suoi quarant’anni, che fanno intravedere molte altre pagine nel suo futuro.

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Alessandro Baricco, The Game, come una sorta di vibrazione

The Game di Alessandro Baricco

The Game di Alessandro Baricco
Einaudi Editore, ottobre 2018, 330 pagine, (18 € cartaceo; 9,99 € ebook)

«Sappiamo con certezza che ci orienteremo con mappe che ancora non esistono, avremo un’idea di bellezza che non sappiamo prevedere, e chiameremo verità una rete di figure che in passato avremmo denunciato come menzogne».

Se il nuovo libro di Baricco The Game ha un torto è quello di avere lo stesso titolo di un film di Fincher del 1997 con Michael Douglas, preistoria, un film di più di vent’anni fa che mi ricorda di essere sulla soglia dei quaranta. Aneddoti personali a parte, “The Game” – come avrebbero detto nel Novecento – è un utile vademecum per capire come siamo arrivati fin qui. Ovvero, come siamo passati dal mondo dei telefoni fissi della fine degli anni Novanta a quello di oggi, dove ci potrebbe capitare di spiegare ai nostri figli che “cos’è” un telefono fisso. Baricco si prende questa briga, del resto il saggio che avete per le mani è il risultato di mesi e anni di ricerche che poi sintetizzati sono stati distillati in poco più di trecento pagine (sempre che non lo stiate leggendo su un e-reader e allora in ore non so dirvi quanto ci vuole per finirlo).

A seconda di quando siete nati, e di quanto siete impallinati con la tecnologia, troverete “The Game” più o meno interessante. Poteva essere il canovaccio di uno spettacolo teatrale – forse non a caso è stato presentato al Parenti di Milano a metà ottobre –, Baricco ha deciso di cristallizzare la sua riflessione sui tempi odierni in un libro, ideale seguito de “I barbari”* che tanto fece discutere nel 2006. L’ha fatto per rompere le scatole ovviamente a quell’élite intellettuale che lo tiene ai margini da quando ha avuto l’ardire di avere successo, come spiega bene Davide Rossi su Link in Apologia di Baricco, e un po’ per chiarirsi le idee lui per primo su cosa diavolo sia successo negli ultimi quarant’anni. Ci siamo avvitati in un processo di perdita dell’aura dell’intera realtà o c’è in giro una nuova vibrazione di cui dobbiamo prendere coscienza? Non facciamo tutti parte di un gioco inventato in California che ha mappato tutta la realtà e ce l’ha restituita elaborata? Allora giochiamo.

Come tutte le semplificazioni a scopo divulgativo “The Game” salta dei passaggi. Fa un po’ sorridere la sequenza utilizzata da Baricco: primi videogiochi (Pong ecc.) -> videogiochi da bar -> PlayStation… se siete cresciuti con il Nintendo e il Sega Master System. Fa un po’ strano, alla fine dei paragrafi dedicati al nuovo modo di concepire l’esperienza, non trovare uno straccio, uno, di riferimento ai punti esperienza di Dungeons & Dragons (del resto i giochi di ruolo non sono stati considerati da Baricco eppure tanto spiegherebbero del modo attuale di intendere l’apprendimento). Però, d’accordo, glieli si perdona. L’altro aspetto che lascia perplessi è il riferimento dell’autore al “vecchio Steve Jobs” (p. 130) quando si fa caso all’anno di nascita del fondatore della Apple, il 1955, paragonandolo a quello di Baricco, il 1958. Parole d’affetto? Oppure non si sente vecchio quanto lui?

Superate le prime due parti del saggio – L’epoca classica (1981-1998) e La colonizzazione (1999-2007) – arriverete a quella più intrigante, The Game (2008-2016) in cui Baricco si spinge praticamente ai nostri giorni analizzando anche il Movimento 5 Stelle (“È come se fossero digitali senza esserlo”) e smontando molto del senso comune che la gente (sì, parlo dell’uomo della strada e anche del sottoscritto a volte), mette in campo senza timore del ridicolo quando parla dei pericoli della Rete: “Il fatto che la Rete bene o male ti faccia arrivare solo le notizie che vuoi leggere, […] è un[a] cosa che può davvero temere gente che ha conosciuto le parrocchie, le sezioni di partito, il Rotary, il telegiornale di quando non c’era la Rete e i giornali degli anni ’60?”.

Bella domanda, no? Ancora meglio la definizione che viene subito dopo: “Il Game c’è, funziona, ma a giocarlo è gente che inizia ad odiarlo. Tecnicamente allineata, e mentalmente dissidente”. Ora, avrete capito che “The Game”, pur non nascondendone le storture, propone una visione ottimistica del futuro, esplicitata a chiare lettere nelle riflessioni dedicate alla verità e all’arte e alle 25 tesi finali (tra le quali: “È l’umanesimo che deve colmare un ritardo e raggiungere il Game”; Baricco non è il primo a dirlo ma sarebbe bello vedere questo proposito realizzato). Abbiamo inserito la monetina molto tempo fa e per dirla alla Pascal molto meglio giocare che non giocare.

* È Baricco stesso a dichiararlo a pagina 204: “Neanche ci provo a spiegarvi cosa esattamente significa [l’espressione Intelligenza Artificiale, ndr], ci penserò tra dieci anni quando scriverò la terza puntata della saga dei Barbari”.

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Haruki Murakami, L’assassinio del Commendatore – Libro primo, forse il tempo è dalla sua parte

L’assassinio del Commendatore – Libro primo di Murakami Haruki

L’assassinio del Commendatore – Libro primo di Murakami Haruki
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, ottobre 2018, (cartaceo 20 €, 424 pagine; ebook 10,99 €)

«Sono davvero desolata, ma non credo di poter continuare a vivere con te, – mi disse mia moglie con tono pacato. Poi rimase a lungo in silenzio».

Non so dove andrà a parare Murakami Haruki con L’assassinio del Commendatore – Libro primo: idee che affiorano questa volta, so che le prime cento pagine si voltano da sole. Insieme alla copia omaggio che mi ha inviato Einaudi settimana scorsa c’era un tubetto di colore bianco, indizio misterioso come misteriosa è la storia raccontata dal narratore di questo romanzo. Un pittore. Un artista di talento, sebbene non di un talento eccezionale (almeno, questo è quello che afferma più e più volte lui), che, per una serie di coincidenze, si ritrova ad abitare nella casa di un pittore che celebre è stato davvero, prima di cedere all’avanzare dell’età: Amada Tomohiko.

E la prima investigazione che Murakami Haruki abilmente mette in scena è proprio artistica. Per quale motivo a un certo punto della sua vita Amada Tomohiko aveva modificato il suo stile sposando la corrente nihonga che dà al vuoto la stessa importanza della figura? Allo stesso modo le prime pagine de “L’assassinio del Commendatore” sembrano una riflessione a posteriori sul senso del proprio lavoro: “A volte mi sentivo come una escort di lusso che lavora nel mondo della pittura. Dovevo svolgere un determinato compito, senza sbavature, con padronanza delle tecniche e tutto lo scrupolo possibile. […]. Desiderio e piacere, da parte mia, zero”.

Abbiamo senza dubbio fra le mani un’avvincente storia del mistero, dove non mancano quei micro-scivolamenti verso quella “realtà altra” cui Murakami Haruki ci ha abituato, dove i sogni devono essere presi molto sul serio. Ad esempio, per la moglie del protagonista “i sogni avevano un grande significato. Spesso determinavano le sue decisioni o influenzavano le sue opinioni”. Vi lascio scoprire quanto quest’affermazione si faccia concreta in “L’assassinio del Commendatore” insieme al suggerimento, almeno per quel che riguarda le prime sessanta pagine, di avere sottomano Google Maps perché l’autore si diverte a farci conoscere un po’ di Giappone mettendoci nella macchina dell’inizialmente spaesato protagonista.

Chissà se i fan di Murakami Haruki si riconoscono nel termine collettivo “harukisti” – non posso dichiararmi tale perché di suo ho letto solo “Norwegian Wood. Tokyo blues” e “19Q4” – ma basta l’attacco di “L’Assassinio del Commendatore” per decidere subito, in caso non l’abbiate mai letto, se essere dalla sua parte o meno: “Oggi, svegliandomi da un breve sonno pomeridiano, davanti a me ho trovato l’uomo senza volto”. Vale a dire, non ci sono tentennamenti di fronte al fatto che lo scrittore giapponese sia un fuoriclasse della scrittura cui oggi resta solo il cruccio di come stupire i suoi lettori. È altrettanto del tutto naturale che il mondo di Murakami Haruki possa non andare a genio a tutti.

Murakami Haruki ha comunque il pregio di giocare (in apparenza?) a carte scoperte col lettore. Non troverete Internet se non accennata; non esiste d’altra parte interesse per la quotidianità per il protagonista, che in più di un’occasione tiene a precisare come per lui abbia poco significato. Sarete portati insomma in una stanza, la vostra, dove sarete circondati da libri e vinili, il massimo della tecnologia che Murakami Haruki vi mette a disposizione. Tra il mondo e ciò che accade esiste la mediazione del corpo, che però di per se stesso non può portarvi a capire nulla, e della mente. Ipotizzo che sia per questo motivo che il libro abbia come sottotitolo “idee che affiorano”. Adesso mi scuserete, è tempo di tornare nella mia stanza a leggere “L’assassinio del Commendatore”.

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Peppe Fiore, Dimenticare, sotto di loro si spalancava la valle

Dimenticare di Peppe Fiore

Dimenticare di Peppe Fiore
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (18,50 € cartaceo)

«Non c’è spettacolo più miserabile per un bambino piccolo di un adulto che piange».

Avessi letto quattro anni orsono “Nessuno è indispensabile” di Peppe Fiore non avrei dato nessuna possibilità al suo secondo romanzo per Einaudi – Dimenticare – uscito giusto una settimana fa. Invece nel 2013, come capita più facilmente agli ebook che ai libri cartacei, l’avevo comprato per poi dimenticarlo all’interno del mio lettore digitale. Di conseguenza l’ho letto dopo, convinto dallo stile alla Dürrenmatt in vacanza per l’Italia centrale che pervade “Dimenticare” (ringrazio Einaudi che me l’ha mandato). E se “Nessuno è indispensabile”, ambientato in un’azienda laziale di latticini e derivati dove ne capitano di cotte e di crude, non mi è piaciuto per il suo essere esagerato e sopra le righe ho apprezzato a posteriori ancora di più “Dimenticare”: il freno a mano che Fiore tiene tirato per quasi tutto il romanzo, una tormentata storia famigliare, ti tiene avvinto fino all’ultima riga.

Peppe Fiore prima di tutto, proprio come nel gioco delle tre carte, ci presenta subito i protagonisti della sua storia per farcene subito dimenticare. Franco e Daniele sono due fratelli di Fiumicino invischiati, per via dei debiti di gioco di Franco (poker e scommesse), nei giri della malavita del litorale laziale. Suo fratello si è messo nei casini? Daniele è al suo fianco nel momento in cui gli viene chiesto di pagare il conto, sempre, anche se lui non ha nessuna responsabilità delle scelte autolesioniste del fratello, il tutto con una ostinazione che forse soltanto i figli unici non capiranno. Sono entrambi intelligenti ma il loro ambiente li ha come costretti a mettersi, loro malgrado, al servizio dei capricci di quella che pare la più reddittizia delle attivià di Fiumicino: gli affari torbidi messi in piedi da uomini senza scrupoli cui a dire il vero Fiore concede fin troppa umanità.

Dodici anni dopo averli conosciuti in un incipit che vi rimarrà impresso, Daniele lo ritroviamo alle pendici del Monte Penne, a trenta chilometri dal confine con l’Abruzzo. Per quale motivo si trova lì? Come mai gli è stato dato il compito di rimettere a nuovo una struttura turistica presso un impianto sciistico chiuso? Perché è così lontano dal mare e da suo fratello? Nei boschi sopra Trecase quali insidie si nascondono? È un luogo sicuro oppure no? Man mano che procede la lettura, Daniele si rivela un uomo profondo sebbene di poche parole, affascinato dal concetto di bellezza (perché non la riconosce in sé) capace di instaurare relazioni e di farsi benvolere. Torniamo con lui anche in riva al mare dove Fiore ci fa capire che è quello il suo vero posto, del resto i fratelli sono cresciuti a pochi metri dalla spiaggia tra i lettini del lido di proprietà dei genitori.

Come in un altro libro pubblicato di recente da Einaudi – “Il giro del miele” di Sandro Campani –, uno dei temi forti di “Dimenticare” è l’essere genitori, in particolare il rapporto tra la figura del padre e quella dei figli maschi. Nota a margine: anche se Fiore è apparentemente indulgente con alcune figure femminili che accompagnano i suoi protagonisti, ci sono almeno un paio di passaggi che non mi hanno convinto riguardanti le donne (uno è funzionale alla trama ma l’ho trovato troppo romanzesco, mi perdonerà) e, lo ammetto, spierò incuriosito le recensioni on-line per capire se hanno dato fastidio solo a me. Di più non si può dire di “Dimenticare”, perché è una sveglia narrativa che una volta caricata a molla procede con l’implacabilità dei meccanismi automatici verso un trillo che non vi lascerà indifferenti. Decidete poi voi se il modo in cui si scioglie il finale sta in piedi.

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Mohsin Hamid, Exit West, le notizie parlavano di guerra e migranti e nativisti

Exit West di Mohsin Hamid

Exit West di Mohsin Hamid
Traduzione di Norman Gobetti
Einaudi Editore, 2017, 9,99 € ebook (17,50 € cartaceo)
n.b. Lettura su copia gratuita inviata dall’editore

«[…] e ora si stavano aprendo tutte quelle porte da chissà dove, e arrivava ogni sorta di strana gente […], e quando usciva l’anziana signora aveva la sensazione di essere emigrata anche lei, che tutti emigriamo anche se restiamo nella stessa casa per tutta la vita, perché non possiamo evitarlo. Siamo tutti migranti attraverso il tempo».

In copertina quelli dell’Einaudi, per l’edizione italiana di Exit West di Mohsin Hamid, hanno messo una foto di due stanze separate da una porta aperta, gli ambienti sono parzialmente riempiti dalla sabbia del deserto. Evocata forse non a caso dall’autore stesso all’interno del suo romanzo, la fotografia è stata scattata in Namibia, nella città fantasma di Kolmanskop. Un insediamento che i minatori tedeschi abitarono a inizio Novecento per poi abbandonarlo una volta esaurite le miniere di diamanti. È anche un esempio delle migrazioni che sono accettate dagli occidentali, quelle verso gli altri paesi, mentre è tutto un altro discorso quando si tratta di accogliere entro i propri confini le migliaia e migliaia di migranti che si vedono sbarcare ogni giorno sugli schermi televisivi europei.

È interessante come alcuni recensori abbiano attribuito a Exit West l’etichetta di romanzo distopico quando a mio parere si tratta esattamente dell’opposto. Finalmente un romanzo utopico. Cosa accadrebbe se da un giorno all’altro una porta comune, una di quelle che tutti abbiamo in casa, si aprisse non sulla prossima stanza ma su quella di un altro continente? Un passaggio non certo facile, molto simile a una seconda nascita, che si può fare anche al contrario per tornare da dove si è venuti e tutte le volte che si vuole. Forse dopo un primo periodo di stupore, e anche di paura, ci accorgeremmo che così tante porte aperte verso l’altro consentirebbero all’umanità di riconciliarsi in una sola comunità, non più divisa dal colore della pelle e dall’appartenenza religiosa.

Spesso chi non vuole “subire” i flussi migratori si barrica dietro alla perentoria affermazione: “Qui non c’è più spazio”. Exit West dimostra come vi sia sempre spazio per l’altro e di come tale concetto sia del tutto relativo. Tutte le città del mondo ad esempio sono piene di spazi (o di case) vuoti che si potrebbero mettere a disposizione per coloro che per libera scelta o costretti sono in cammino. Come nel brano riportato all’inizio siamo tutti migranti attraverso il tempo, siamo tutti destinati a passare altrove. Anche la stessa distinzione tra migranti e nativi fino a quanti anni indietro nel tempo vale? Chi sono gli abitanti originali della California?

Mohsin Hamid è abile a trasformare la sua storia per gradi, trasportandoci nello stesso tempo da un luogo a un altro, esattamente come capita ai migranti: da una città (asiatica?) dilaniata da una non ben precisata guerra civile si passa a un luogo diventato simbolo dell’attuale fenomeno migratorio in atto, Mykonos. Dalle isole Cicladi arriviamo a Londra e poi da lì sulla costa ovest degli Stati Uniti. In attesa che la realtà virtuale si sviluppi abbastanza da farci vivere ciò che prova un’altra persona, un romanzo come Exit West è tra le poche possibilità che abbiamo oggi di comprendere, almeno per sommi capi, che cosa sta succedendo in questo inizio di XXI secolo, perché così tante persone stiano lasciando le loro case per cercare un nuovo futuro lontanissimo da dove sono nate.

Ma allora ci troviamo di fronte a un romanzo buonista? Chiamando i difensori dello status quo “nativisti” Hamid smonta il meccanismo sotteso a ogni tipo di razzismo legato a un’appartenenza territoriale. Se riconosciamo che siamo tutti ospiti dello stesso pianeta e che siamo tutti uguali per quale motivo dovremmo combatterci? O siete fra quelli che credono che l’Occidente sia l’ultima e più perfetta forma di società della Storia? Saeed e Nadia – la coppia protagonista di Exit West, raffigurazione plastica del pensiero religioso e del pensiero laico – assistono all’uscita di scena (exit) dell’Occidente senza dimenticare di raccoglierne l’eredità più importante, la democrazia. Auguriamoci che sia davvero così per le generazioni che verranno a sostituirci.

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