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Tana French, Il collegio, se mai sono state davvero giovani ne hanno perso il ricordo

Il collegio di Tana French

Il collegio di Tana French
Traduzione di Alfredo Colitto, Einaudi editore, giugno 2019, (cartaceo 21 €, 664 pagine; ebook 9,99 €; letto grazie a una copia gratuita inviata dall’editore)

Tutto sanno che moglie e bambini sono un laccio. Ma la gente non capisce che anche gli amici lo sono. Avere degli amici significa che ti sei assestato. Il punto in cui siete arrivati insieme è dove resterai: non andrai oltre. È la fermata a cui sei sceso.

È soltanto colpa mia se sono diventato un lettore di Tana French solo ora, nel 2019. Non sarò mai abbastanza riconoscente ai tipi di Einaudi per la copia omaggio de Il collegio speditami qualche settimana fa. Tana French è infatti sugli scaffali delle nostre librerie da tempo, per la precisione dal 2007, quando uscì per Mondadori “Nel bosco”, cui sono seguiti “La somiglianza” (2009), “I luoghi infedeli” (2011) e “L’intruso” (2018), inutile aggiungere che mi affretterò a recuperarli tutti. E per di più, felicità, pare ce ne siano almeno due (“Broken Harbour”, 2016; “The Wych Elm”, 2018 ) in attesa di traduzione. Certo corro il rischio, essendo partito da uno dei suoi ultimi romanzi, di aver letto uno dei suoi romanzi migliori, perché “Il collegio” sono seicento pagine di puro godimento, almeno lo sono state per il sottoscritto, ben contento di leggere un bel giallo irlandese.

A parer mio, bene ha fatto Einaudi a cambiargli il titolo. “Il collegio” poteva uscire da noi come “Il luogo segreto”, aderente alla titolazione originale (“The Secret Place”) ma proprio per questo forse troppo trasparente al fine della risoluzione della trama. O quantomeno, troppo sbilanciato nel presentare l’ambiente in cui si svolge l’investigazione del detective Antoinette Conway e del responsabile dei Casi Freddi (cold case) Stephen Moran. I due poliziotti, alla loro prima collaborazione, tornano sulla scena di un crimine avvenuto un anno prima: chi ha ucciso Chris Harper, studente del St. Colm nel giardino del St. Kilda, il collegio femminile lì vicino? Chi ha lasciato un biglietto sulla bacheca della scuola che sembra gettare nuova luce su un omicidio in apparenza senza alcun movente?

Il montaggio utilizzato da French per scrivere “Il collegio” alterna l’investigazione di Conway e Moran al racconto della vita delle studentesse del St. Kilda nell’anno appena trascorso. Vale a dire, più ci addentriamo nel romanzo più ci avviciniamo al momento esatto dell’omicidio di Harper, meglio conosciamo le dinamiche interne del collegio, più a fondo entriamo nella testa di Moran, che vuole utilizzare questa investigazione per fare il salto dai Casi Freddi alla Omicidi. I lettori italiani fedeli di French già sanno che verranno a capo del mistero visto che Conway e Moran faranno coppia nel romanzo successivo a “Il collegio”, “L’intruso”. French ama i personaggi ricorrenti visto che in questa storia ritorna Frank Mackey, protagonista de “I luoghi infedeli”, addirittura la figlia di Mackey, Holly, è una delle protagoniste della vicenda.

Da una parte il mondo degli adolescenti – “E tutti ricorderemo quella festa per il resto delle nostre vite. Quando avremo quarant’anni, un lavoro, dei figli, e la cosa più eccitante che faremo sarà il ‘golf’, quando vorremo ricordarci di com’era la vita da giovani sarà a quel party che penseremo” –dall’altra quello degli adulti, in particolare quelli a contatto diretto con le brutture del mondo – “In giardino c’era un ragazzo con la testa spaccata da una zappa e lei mi parlava di un mondo di frappuccini e lezioni di violoncello, dove nessuno ha mai un pensiero cattivo. Capisci cosa intendo per ingenuo?” –, in mezzo, o a lato, suggestioni sovrannaturali che forse solo questo sono, appunto, suggestioni, una certa radura nel giardino del collegio, il respiro trattenuto sotto la luce della luna di epoche che seguivano ragionamenti diversi dai nostri.

Non ho idea se gli altri libri di French raccontino così bene l’adolescenza, questo lo fa – e forse proprio per questo è piaciuto così tanto a Stephen King, come ci ricordano in copertina – insieme naturalmente al disseminare indizi per farci arrivare a individuare il colpevole, come in un vero giallo che si rispetti. Leggetelo come il semplice racconto di una investigazione appena fuori Dublino o come il riflesso della vostra migliore età perduta, decidete voi. Se non vi piacerà sarà perché volete romanzi gialli più spediti che non si perdano in tanti ragionamenti. Se vi piacerà, avrete trovato un’autrice molto attenta a ciò che pensano i suoi personaggi di cui potete fidarvi.

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Luca D’Andrea, Il respiro del sangue, il sorriso del colibrì

Il respiro del sangue D'Andrea

Il respiro del sangue di Luca D’Andrea

Il respiro del sangue di Luca D’Andrea
Einaudi editore, maggio 2019, (ebook 9,99 €; cartaceo 19 €, 392 pagine)

«Gli tornò in mente quanto lei stessa aveva pensato vedendolo per la prima volta, la domenica mattina in mezzo ai meleti. “Uno di quegli arnesi coperti di gomma che sembrano giocattoli ma nascondono un’anima di metallo”».

Il thriller di Luca D’Andrea Il respiro del sangue sfreccia dalla prima all’ultima pagina a 160 km/h. È un romanzo che fila a tutto gas, almeno quanto la Ford Mustang che l’autore regala al suo protagonista, Antonio “Tony” Carcano, scrittore di bestseller rosa di Sciangai, soprannome di uno dei quartieri di Bolzano, coinvolto suo malgrado in una storia riemersa dal suo passato. Quale mistero nasconde l’annegamento risalente al 1999 di Erika, una giovane ragazza? Perché Sibylle  l’intraprendente figlia ventenne dell’annegata decide di incontrare Carcano sobbarcandosi un lungo viaggio in moto fin da Kreuzwirt, ridente paesino del Sud Tirolo dove nulla accade che la riservata e potente famiglia Perkman non voglia?

Gli ingredienti per il romanzo sovrannaturale ci sono tutti: la piccola comunità isolata tra i monti tranquilla ma inquietante; persone che scompaiono e omicidi irrisolti con risvolti spettrali; antiche tradizioni e rabbiosi animali selvatici; tarocchi e testi che nessuno dovrebbe mai leggere. Il tutto ripreso in variante sudtirolese, con brevi ed efficaci descrizioni della complicata convivenza tra la comunità italiana e quella tirolese di cui forse qualche italiano sopra i quaranta ricorda qualcosa ma i più ignorano. È vero da questo punto di vista che D’Andrea è abile a muovere tutte le sue pedine su un campo da gioco, quello della provincia dove è nato e cresciuto, in funzione delle storie che vuole raccontare.

Non ho letto i volumi precedenti a Il respiro del sangue La sostanza del male (2016) e Lissy (2017) – ma se è vero che uno scrittore migliora col passare degli anni questo terzo romanzo conferma la bontà della scrittura di D’Andrea. Si rimane avvinti all’intreccio dell’autore bolzanino soprattutto per comprendere quanto ci sia di sovrannaturale nella morte di Erika o quanto essa sia dovuta alla “semplice” crudeltà umana. Intanto D’Andrea torna sul passato di tutti i suoi personaggi ricreando sapientemente il Sud Tirolo della fine degli anni Novanta tra bar, musica, droga e baracchini di cibo spazzatura lungo le strade di montagna. Natura con la enne maiuscola poca, antropizzazione molta, per riassumere.

Se siete arrivati fin qui però vorrete anche sapere se Il respiro del sangue è un romanzo realistico o un romanzo fantastico. Dietro al sorriso del colibrì – un modo di disporre i tarocchi che ricorre per tutta la vicenda – cosa si nasconde davvero? Non posso rivelarvelo per non rovinarvi la lettura del terzo libro di D’Andrea ma vi assicuro che il finale di partita difficilmente vi lascerà l’amaro in bocca. Tutti gli elementi per arrivare alla risoluzione della trama sono a disposizione del lettore fin da subito perché D’Andrea, almeno in questo libro, non vuole prenderci in giro. Arrivo anzi a dire che lo scrittore vuole troppo bene ai suoi lettori, si capisce da come tratta i suoi protagonisti – Tony Carcano e Sibylle – nei cui confronti si accanisce poco.

Chissà se D’Andrea terrà fede alla promessa che mette in bocca a Carcano: ogni romanzo diverso dall’altro evitando personaggi ricorrenti. Dispiace sapere di non incontrare più Freddy, Pollianna e Tante Frida (rispettivamente, il San Bernardo, la collaboratrice domestica e l’avvocato-consulente dello scrittore). Un altro modo di leggere Il respiro del sangue è infatti quello metalettario facendo caso alle frecciatine o ai riferimenti che D’Andrea inanella all’indirizzo del mondo editoriale nostrano: librai, lettori,  editor, agenti ecc. In questo tiene apparentemente conto di uno degli insegnamenti propri a certe scuole di pensiero inerenti alla scrittura: scrivete di ciò che sapete.

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Sally Rooney, Persone normali, ma lei è più generosa

Persone-normali-Rooney

Persone normali di Sally Rooney

Persone normali di Sally Rooney
Traduzione di Maurizia Balmelli, Einaudi editore, maggio 2019, (cartaceo 19,50 €, 248 pagine; ebook 9,99 €; letto grazie a una copia gratuita inviata dall’editore)

Mi dispiace molto per quello che ti ho fatto. Ha sempre pensato che se l’avesse rivista le avrebbe detto questo. Ma in qualche modo lei non sembra consentirglielo, o forse è vigliacco lui, o entrambe le cose.

Non essendo un critico ma solo un lettore di passaggio, azzardo un’ipotesi ardita, Persone normali di Sally Rooney è un libro generazionale. Un romanzo di formazione dove si riconoscerà chi aveva vent’anni all’inizio degli anni dieci (Rooney è nata nel 1991); primo dato interessante, il volume è uscito l’anno scorso quindi non ci troviamo di fronte a un fenomeno alla Enrico Brizzi per intenderci, Rooney non viene scoperta dal mondo letterario a vent’anni e “Persone normali” è già il suo secondo libro, non il suo romanzo d’esordio (“Parlarne tra amici”, 2017). Ma perché tiro in ballo il buon vecchio Enrico con sprezzo del ridicolo? Perché alcuni fondamentali punti di contatto tra “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” e “Persone normali” a mio avviso ci sono, ronzavano nella mia testa durante la lettura ma sono riuscito a vederli solo dopo aver voltato l’ultima pagina. Ed è anche interessante analizzare al volo come due libri generazionali possano distinguersi pur avendo a mio avviso molte somiglianze.

Dicevamo, 2011, Irlanda, Sligo. Immaginate un posto di provincia qualsiasi in Italia a due ore dal capoluogo e a tre dalla città dove “bisogna stare”: Milano, Roma, decidete voi. I protagonisti. Connell e Marianne. Entrambi sono all’ultimo anno delle superiori irlandesi e si amano, non solo platonicamente (prima differenza). Lui è figlio di una ragazza madre, lei è benestante ma orfana di padre, con una madre e un fratello sadici che a ogni incontro cercano di distruggerla psicologicamente. In particolare il fratello di Marianne, Alan, all’inizio credevo fosse una proiezione della sua mente tanto era sgradevole. Connell e Marianne stanno insieme ma il ragazzo a scuola è popolare e tiene la relazione nascosta perché la ragazza è considerata dai più una spostata. Rispetto a venti/venticinque anni fa siamo in piena età dell’ammirazione (seconda differenza). A Connell quel che la gente possa pensare di lui interessa a Marianne no.

Quanto durava di solito una relazione tira e molla una generazione fa? Lo spazio di un’estate. Quelle di chi aveva vent’anni dieci anni fa anche anni (terza differenza). Tipo quattro per Connell e Marianne. Non so se colpirà anche voi ma la scansione temporale degli eventi scandita dalla divisione in capitoli scelta da Rooney mi ha fatto rabbrividire: tre settimane dopo, un mese dopo, sei settimane dopo… Il tempo del non prendere decisioni, del non sapere se si è in un rapporto o no e perché (come la madre di Connell sottolinea a un certo punto: “Non riesco proprio a capirle, le vostre relazioni. Ai miei tempi stavi con qualcuno o non ci stavi”) per la generazione di Rooney pare dilatarsi all’infinito, la giovinezza sembra non finire mai e anche andare all’università non rappresenta più un rito di passaggio ma solo un prolungamento delle superiori.

Rooney ci fa partecipe sia dei pensieri di Connell sia di quelli di Marianne (quarta differenza) ma ci accorgiamo presto come il non detto tra lui e lei sia il vero protagonista di “Persone normali”.  Fatti l’uno per l’altra, intelligenti, compatibili al cento per cento sessualmente e spiritualmente, non è una minaccia esterna (o un evento, ad esempio un anno all’estero, quinta differenza) a impedire loro di essere coppia, sono loro stessi che sabotano il rapporto. E intorno a loro del resto, a parziale giustificazione non richiesta, non c’è nulla che giustifichi una ricerca di senso (tanto che una morte inaspettata quasi devasta uno dei due): motivazioni come l’impegno politico o sociale non entrano che a romanzo quasi finito vedendoli non a caso come semplici spettatori.

Cosa cercano i giovani adulti di oggi? Non l’amore sembra suggerire Rooney ma il raggiungimento di una qualche forma di consapevolezza del proprio ruolo nel mondo. Se ci mettiamo che la società attuale non dà più punti di riferimento a tale riguardo, o se esistono sono da loro percepiti come obsoleti, è un’impresa ancora più complicata di quella di trovare l’amore vero. Ho letto in un’intervista che Rooney non si sente il portavoce di nessuno. Le credo ma ciò non toglie che leggere “Persone normali” sia un mezzo efficace per empatizzare con una generazione di trentenni all’apparenza indecifrabile che ben presto sarà chiamata a diventare grande, sempre che non lascino questa responsabilità a chi oggi di anni ne ha venti.

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Rachel Kushner, Mars Room, il mondo va avanti da tanto, tantissimo tempo

Mars Room di Rachel Kushner

Mars Room di Rachel Kushner
Traduzione di Giovanna Granato, Einaudi editore, aprile 2019, (cartaceo 20 €, 344 pagine; ebook 9,99 €; letto grazie a una copia gratuita inviata dall’editore)

Partì un allarme. Io nel frattempo parlavo con la ragazza. Le ricordavo di respirare. Lei continuava a ripetere “no”, come se non volesse avere il bambino, come se potesse impedire al futuro di fondersi con il presente.

Mi ritengo fortunato ad aver letto Mars Room di Rachel Kushner,  soprattutto d’ora in poi alla domanda “Mi consigli un romanzo fatto bene?” avrò la risposta pronta. Già autrice di due romanzi storici, pubblicati in Italia da Ponte alle Grazie, Kushner ci riporta nella sua nativa California all’inizio degli anni Duemila  quando l’omicida Romy Leslie Hall viene tradotta in carcere per scontare i suoi due ergastoli in un carcere della Central Valley. Un assaggio di tutto quel che l’aspetta in galera avviene proprio sul cellulare: la riduzione a numero, la vicinanza al disagio mentale, la correzione dei devianti, le regole non scritte dei luoghi di reclusione, la punizione delle minoranze, perfino la morte.

A riprova che il mito degli Stati Uniti d’America come terra promessa delle opportunità sia, appunto, solo un mito, Romy Leslie Hall ci racconta la sua giovinezza mentre lentamente si assuefa alla vita carceraria. Come poteva, data la sua storia famigliare e il suo status sociale, sottrarsi alla Notte delle Catene? Puntuale come un carro bestiame (o un camion di tacchini stipati in minuscole gabbie diretti al macello), una volta a settimana, dalla casa circondariale di Los Angeles sessanta persone vengono portate in prigione. E chi credete che ci finisca dietro alle sbarre negli States? Chi non può permettersi un buon avvocato, chi non ha la pelle bianca o chi pur avendola è “spazzatura bianca” o, alla Manson, dà fuori di matto.

L’innocenza è propria solo dei bambini, Romy Leslie Hall ha un figlio che le cura la madre e di cui parla spesso. Rachel Kushner dona alla sua protagonista il tipico bambino aperto al mondo, quello che ti lascia a bocca aperta per le uscite che fa sulla realtà che lo circonda, quello che ti aspetti diventerà uno scienziato da grande, quello che non smarrirà la strada verso un futuro di fratellanza e di pace. Eppure se la madre l’innocenza l’ha persa sulle soglie dell’adolescenza come possiamo credere che il destino di Jackson possa rivelarsi diverso? Dobbiamo credere che ce la farà, in particolare dobbiamo credere che ce la farà da solo, senza la madre, che è ormai parte di un universo diverso, quello carcerario americano, che di bambini, perfino quando ne nascono fra le sue mura, non ne vuole sapere.

Non so quanto ci sia di verosimile nella ricostruzione dell’ambiente carcerario fatta da Kushner, quel che è certo è che ti passa l’angoscia delle detenute una riga per volta, sia di quelle speciali, quelle rinchiuse nel braccio della morte – chiamato in un altro modo per non turbare le guardie, suggerisce Romy Leslie Hall –, sia di quelle ordinarie, quelle che hanno solo un ergastolo oppure dalla galera entrano ed escono perché la concepiscono come la loro vera casa. Intelligente l’alternanza dei punti di vista, la vicenda viene raccontata tra gli altri anche da Gordon Hauser incaricato di insegnare l’inglese alle detenute. Hauser vive sulle montagne vicino al carcere che sono tutt’altro che un luogo incontaminato come anche alcuni inserti di finti diari di Theodore Kaczynski ci ricordano.

Ambizioso, intelligente e “sentito”, tre aggettivi che posso associare a Mars Room, nome non solo del romanzo ma anche del locale in cui Romy Leslie Hall si esibisce per guadagnarsi da vivere, un lavoro che Kushner non giudica come non giudica nessuno dei suoi personaggi. “Per voi sarebbe stato tutto diverso” fa affermare alla sua protagonista, ma è davvero così? Quanto di quello che ha inciso sulla nostra vita dipende dall’ambiente che ci ha formato rispetto a quello che abbiamo deciso di essere di nostra propria volontà? È una fortuna o una sciagura che Romy Leslie Hall possegga le capacità di riflettere su quel che le è accaduto?

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Joe R. Lansdale, Hap and Leonard – Sangue e limonata, ma la quercia e il lago non ci sono più

Hap & Leonard – Sangue e limonata

Hap & Leonard – Sangue e limonata di Joe R. Lansdale
Traduzione di Luca Briasco, Einaudi editore, marzo 2019, (cartaceo 17 €, 212 pagine; ebook 9,99 €)

Amo molto le storie che trovate qui raccolte. Non sono tutte eroiche o avventurose, ma colmano un’ampia serie di carenze e di punti oscuri e forniscono informazioni che non troverete mai negli altri miei libri. Soprattutto su Hap.

Non ho letto nessuno dei romanzi di Joe R. Lansdale con protagonisti Hap & Leonard e probabilmente ora mi trovo in compagnia di chi ha scoperto questa coppia di investigatori solo con la serie TV. Ho quindi la fortuna di poter leggere d’ora in avanti in ordine cronologico tutto il ciclo a loro dedicato – partendo da “Una stagione selvaggia” fino ad arrivare a “Il sorriso di Jackrabbit” (uscito nel 2018) essendo partito dai quattordici racconti di Hap & Leonard – Sangue e limonata, che raccontano l’infanzia e l’adolescenza dei due detective. Inviandomi questa copia omaggio Einaudi si è in pratica assicurata da parte mia l’acquisto di almeno una decina di libri! Ah, Joe R. Lansdale nella postfazione ci tiene a precisare che “Sangue e limonata” è un romanzo a mosaico e anche così si può considerare.

Lansdale ci riporta agli anni Cinquanta e Sessanta quando nel Texas orientale i neri stavano con i neri e i bianchi con i bianchi, in virtù della segregazione razziale e della mentalità stessa dei bianchi, che tutto potevano accettare tranne che un nero avesse i loro stessi diritti. Come fai a spiegare oggi a una ragazza o a un ragazzo che se hai la pelle di un colore diverso dal bianco non puoi permetterti di entrare in un negozio dalla porta principale? Che se ti metti dalla parte dei neri sei un traditore della “razza bianca” e devi essere punito o perfino eliminato? Oltre a suggerirgli un buon testo di storia, gli consigli di leggere “Sangue e limonata” che nel racconto omonimo e in “Una pausa per il caffè” lo spiegano molto bene.

Un altro tema trasversale a tutti i racconti di questa raccolta è quello della giustizia, evidente fin dal racconto di apertura, “La parabola del bastone”, che mette in dubbio le logiche del sistema educativo americano attuale che sanziona sia il bullo sia la vittima del bullo, in caso questa abbia cercato di difendersi con la forza dalle angherie del primo. In “Il bambino che diventò invisibile” si torna sull’argomento della crudeltà tra pari in ambito scolastico – e sui meccanismi che portano all’esclusione del più debole – portandolo alle estreme conseguenze, fino a che punto ci si può ribellare a una palese ingiustizia?

Il lettore italiano, almeno il sottoscritto, non può non notare un altro elemento evidente di “Hap & Leonard – Sangue e limonata”: la pervasività dell’utilizzo delle armi, e di converso della liceità dell’atto violento. Si va dal coltello fino al fucile ma in quasi tutti i racconti un’arma è presente. Necessaria perché funzionale alla caccia, del resto. Perché si cacciava o pescava in Texas negli anni Cinquanta/Sessanta? Non per sport ma per arricchire una dieta altrimenti povera di proteine. Ci viene ben spiegato da Lansdale che nel racconto “In riva al fiume” fa finire un’amicizia del suo giovane protagonista Hap con un altro ragazzino, Davis, proprio per questo motivo, se la caccia o la pesca diventa pretesto per sfogare le proprie frustrazioni allora perde senso.

Le pagine della raccolta di Lansdale non tratteggiano soltanto la società texana di quarant’anni fa e il passato Hap – il suo rapporto con la madre e il padre, l’inizio dell’amiciza con Leonard –, descrivono a chiare lettere come l’ambiente naturale di questa parte degli Stati Uniti abbia battuto in ritirata di fronte all’avanzata inesorabile dell’uomo. Se prima bastava uscire di casa per entrare in un bosco, adesso il laghetto della vecchia cava è stato riempito e la quercia abbattuta per fare spazio a un’ordinata infilata di alberi da legna e così via. Nostalgica ma non malinconica, “Hap & Leonard – Sangue e limonata” è l’introduzione ideale per fare i primi passi nel Texas di Lansdale.

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John Niven, Uccidi i tuoi amici, fa freddo lì fuori

Uccidi i tuoi amici di John Niven

Uccidi i tuoi amici di John Niven
Traduzione di Marco Rossari, Einaudi editore, marzo 2019, (cartaceo 18,50 €, 348 pagine; ebook 9,99 €)

In quanto persona che si guadagna da vivere prevedendo e formando il gusto di milioni di dementi senza gusto, devi ripeterti che le sensazioni che provi tu sono universali, che le cose che pensi e le sensazioni che provi sono pensate e provate da milioni di altre persone.

Come spesso capita quando uno scrittore straniero trova un suo pubblico affezionato qui in Italia si procede sistematicamente a tradurre tutta la sua produzione. Il successo può arridire subito o a scoppio ritardato. Succede così che, seguendo la logica completista di cui sopra, il primo libro di John Niven – Uccidi i tuoi amici, uscito in Inghilterra nel 2008 ci venga proposto da Einaudi (grazie per la copia omaggio!) a dieci anni di distanza.   Tenendo conto che Niven in questo suo romanzo ci raccontava il 1997 di Steven Stelfox, un talent scout londinese, siamo quasi di fronte a un documento storico. Come ve la passavate vent’anni fa? Steven benissimo, sguazzante com’è nei fiumi di soldi, droga, alcol e sesso caratterizzanti il suo ambiente lavorativo, l’industria discografica pre-Napster.

Affrontato a cuor leggero “Uccidi i tuoi amici” regala divertimento e risate. Certo se non avete problemi con il linguaggio esplicito utilizzato dall’autore che proprio come il suo protagonista è privo di filtri. Niven procede per accumulo mostrando il suo giovane protagonista senza passato (solo alla fine del romanzo si scoprirà che è figlio unico e che ha ancora una madre) in preda a tutti i suoi vizi. Efficace da questo punto di vista la descrizione della propria mente che Steven ci spiega all’inizio del romanzo. Una sala controllo in stile Inside Out della Disney vietata ai minori, dove le sostanze psicoattive hanno da tempo bruciato qualsiasi possibilità di pensiero razionale che non sia la soddisfazione immediata dei propri bisogni e il riconoscimento sul lavoro di essere al top.

E visto che tutti i bisogni si realizzano grazie al denaro – “Penso sempre ai soldi.  Io ho due mutui, un prestito ponte, un fido e sei carte di credito più tutte le spese mensili” – la priorità per Steven è imbroccare un paio di successi all’anno mettendo sotto contratto il musicista giusto. Scoperto attraverso la propria abilità e il proprio sapere musicale? Assolutamente no, quest’aspetto della professione di talent scout discografico è rappresentato non a caso da un altro personaggio, Parker-Hall, uno a cui la musica pare, che ribrezzo, piacere davvero. Steven va avanti confidando nella fortuna investendo migliaia di sterline nella produzione di musicisti che non ha idea se riusciranno o meno a sfondare sul mercato.

In questo senso il libro di Niven funziona come metafora di qualsiasi industria che non abbia indicatori chiari su come portare a casa i risultati in base all’impegno profuso nello sforzo: potete spaziare dallo sport fino all’editoria e fare i paralleli con gli ambienti che meglio conoscete. In particolare, i festival musicali sembrano nient’altro che feste infinite dove gli addetti del settore strafatti non riescono neppure ad abbandonare le stanze degli alberghi per andare ad ascoltare un concerto. Il vero banco di prova per capire se un brano piace o meno sono le discoteche dove la bestia, il pubblico inglese, reagisce a caldo alla novità più grezza e becera su cui sono proprio i discografici stessi i primi a nutrire i dubbi maggiori.

Stelfox a dispetto del titolo non ha amici e i suoi colleghi sono in fondo tutti delle possibili minacce al suo dispendiosissimo stile di vita (da loro condiviso sia ben chiaro, viene citato non a caso quale sia il meglio della vita per Conan il barbaro all’inizio del romanzo). Stupisce quindi che si debba aspettare quasi un quarto del libro per assistere alla messa in scena di un tentato omicidio, preludio di tutto quel che capiterà dopo… esistono molti modi per mettere fuori gioco un avversario. Politicamente scorretto, misogino e cinico “Uccidi i tuoi amici” piacerà oltre ai fan di Niven a chi oggi trova ancora divertenti film come “Lock & Stock – Pazzi scatenati” o, per rimanere nel nuovo secolo, “Una notte da leoni”.

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Kristen Roupenian, Cat Person, una raccolta di orrori

Cat Person (racconti) di Kristen Roupenian

Cat Person di Kristen Roupenian
Traduzione di Cristiana Mennella, Gianni Pannofino e Maurizia Balmelli
Einaudi, febbraio 2019, (cartaceo 17,50 €, 252 pagine; ebook 9,99 €)

«Ragazza degli snack, dammi il tuo numero, – disse, e sorprendendo sé stessa lei glielo diede».

Ero curioso di leggere Cat Person tradotto in italiano. L’avevo intercettato su Internet, insieme a milioni di altri lettori, quando era uscito nel dicembre del 2017 su “The New Yorker”. Per chi ancora non lo sapesse, quell’Everest di visualizzazioni ha portato la sua autrice, Kristen Roupenian, a siglare un contratto a sette cifre con la Scout Press per la stesura di due libri, il primo è appunto la raccolta di racconti “You Know You Want This” pubblicato in Italia col titolo “Cat Person” (dedicato quindi innanzitutto a chi era piaciuto il racconto uscito sul New Yorker). Ringrazio Einaudi che mi ha fatto dono di una copia prima che potessi comprarlo. E quindi? Questa raccolta di dodici racconti scritti dalla scrittrice ed esperta di gatti (così la sua biografia su Twitter) Kristen Roupenian com’è?

È un mix di racconti fantastici e realistici. Già qui Roupenian spiazza la sua lettrice o il suo lettore che di “Cat Person” aveva apprezzato lo specchiamento con la propria esperienza personale. La scrittrice vuole raccontare altri genere di storie e sin da subito Ragazzaccio, che apre la raccolta, mette sulla buona strada raccontando come un rapporto amicale possa trasformarsi in una storia di cronaca orrenda e plausbile sebbene grottesca. Look At You Game, Girl viceversa ritorna su binari realistici narrando il possibile (?) incontro di una ragazzina con un tipo strambo. Neanche il tempo di rifiatare e Sardine ci riconsegna alle fantasie di vendetta tramutate in realtà di una madre separata.

Come considerare poi Il lettore notturno? Quanto credere al volontario internazionale di stanza in Kenya alle prese con una classe di ragazzine impossibili e una leggenda locale? Siamo ancora dalle parti del plausibile mentre con Lo specchio, il secchio e il vecchio femore torniamo al fantastico con la fantasia gotica di un’antica corte dove una principessa poi regina scivola piano piano verso una lucida follia. A metà raccolta Roupenian o i suoi editor collocano Cat Person, racconto più realistico che realistico non si può di una relazione (?) disastrosa. In quarta di copertina Einaudi ha scritto che i legami tra genere, sesso e potere descritti da Roupenian sono “ferocemente divertenti”. Da divertirsi c’è ben poco. C’è molta angoscia, questo di sicuro.

Il settimo racconto Il bravo ragazzo fin dal titolo si contraddice: chi è un bravo ragazzo, specialmente il protagonista immaginato da Roupenian, non lo è per nulla e se smascherato (o autosmascheratosi) si merita la punizione più severa. Il ragazzo della piscina avrebbe meritato qualche pagina in più: può una fantasia preadolescienzale avere ancora uno scopo una volta diventati adulti? E se sì perché e per chi? In Non avere paura torniamo sul fantastico (o allegorico) incontrando una donna e l’uomo da lei evocato, letteralmente. Sempre a questo genere appartiene La prova nel portafiammiferi che racconta di una coppia di San Francisco in crisi.

Gli ultimi due racconti, realistici sebbene estremi – Voglia di morire e Mordere – parlano rispettivamente di un appuntamento su Tinder in grado di cambiarti la vita e di come reagire alle molestie assecondando la propria natura non sia sbagliato. In conclusione: Roupenian non disdegna l’orrido, gli escrementi e il sangue (prima di Cat Person era riuscita a pubblicare principalmente online su testate di genere come “Body Parts Magazine” e “Weird Fiction Review”) e, visto che è nata nel 1981, mi permetto di suggerire che il suo immaginario rimanda a film come Schegge di follia (Heaters) decisamente virati all’horror e allo splatter. Io ho apprezzato le sue storie realistiche, meno le altre.

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Marco Missiroli, Fedeltà, un rogito era la loro grande speranza?

Fedeltà di Marco Missiroli
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (19 € cartaceo, 232 pagine)

Fedeltà di Marco Missiroli

Ogni volta che la cercava prima del sonno, lui cercava anche Margherita: la guardava rannicchiata a letto, la sagoma bruna e il respiro calmo, e la riconosceva. Avrebbe voluto godere per Sofia e godeva per sua moglie e ugualmente pativa per gli orizzonti che non sarebbe mai riuscito a vivere.

E com’è Fedeltà di Marco Missiroli? Valeva la pena per i suoi fan aspettare quattro anni dall’uscita di “Atti osceni in luogo privato” per un suo nuovo romanzo? Il volume pubblicato per Feltrinelli nel 2015 non l’ho letto, e “Il senso dell’elefante”, tanto tempo fa, l’avevo abbandonato dopo le prime pagine, quindi prendete questa segnalazione come il parere di un suo lettore per caso (grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia). L’attesa può dirsi ripagata, chiuderete queste 230 pagine domandandovi quanto dovrete aspettare il prossimo libro. Certo farete più o meno fatica nel procedere con la lettura perché Missiroli non ha in mente il lettore occasionale (quello che su IBS ieri ha scritto che “le storie [della vicenda] non si concludono e si perdono”). D’altronde a 38 anni, al quinto romanzo pubblicato nell’arco di quattordici anni, o uno è diventato uno scrittore oppure non lo è stato mai.

Perché ho riportato la recensione di IBS di cui sopra prendendola per vera (certo, potrebbe essere di qualche hater o collega invidioso)? Perché è il punto di “Fedeltà”. I protagonisti della storia sono cinque (sei con Milano, eh oh, pare ci sia in molti libri di questi tempi): Carlo, Margherita, Sofia, Anna e Andrea. Lui e lei, l’altra, la madre di lei più un personaggio a tutto tondo a mio avviso più contradditorio e simile al vero dei primi quattro. Ha davvero cercato Carlo di possedere Sofia nei bagni dell’università? Cosa è disposta a fare sua moglie Margherita per superare questo “malinteso”? Cosa voleva davvero Sofia dal suo trasferimento a Milano da Rimini? Quali riflessioni sulla propria esistenza può trarre la vedova Anna dai ricordi lasciatele dal marito? E Andrea? Di cosa ha davvero bisogno? Della sua professione? Della violenza? Dell’edicola di famiglia? Di un amore?

Sarebbe stato semplice per Missiroli distinguere a una a una queste voci – e magari in una prima bozza l’avrà anche fatto –, ma per tenere lontano il recensore di IBS deluso sopramenzionato ha deciso di farle compenetrare una dentro l’altra. Ovvero, mentre stai leggendo ciò che pensa Margherita ti accorgi che sei passato alle riflessioni di Carlo e poi ancora a quelle di Anna e così via. Non ci sono spazi a indicare le transizioni. Consiglio. Bisogna fermarsi. Appoggiare sul tavolo il libro. Dire: “Ma che cacchio”. E poi riprendere la lettura avendo capito il meccanismo. Sempre che non vi abbia innervosito, del resto non l’ha certo inventato Missiroli, lui l’ha applicato bene a una trama di storie che trovano tutte conclusione. E sono vicissitudini che toccheranno corde sensibili nei nati negli anni Settanta e Ottanta, perché di quelle generazioni parlano. Quelle, riprendendo una frase del padre di Carlo del “Non è colpa vostra se avete lavori da poco”.

Ad avere una vita da poco, lo avrete capito dalle parole del padre, quello che il cliché definirebbe “ingombrante”, è anche Carlo che trova nel tradimento le giustificazioni di tutti coloro che tradiscono – “E se tradire, per lui, fosse stato il modo per tornare a essere fedele a Margherita?” – e una coerenza con una supposta propria vera natura. I tradimenti che non hanno conseguenze sono il leitmotiv di Fedeltà e c’è da chiedersi se possano davvero definirsi tali ma in modo diverso da come li concettualizza Missiroli. Il vero pericolo per la coppia di corso Concordia è rappresentato non a caso da un desiderio non soddisfatto, che pare più una mancata corrispondenza di amorosi sensi che la voglia di lui di farsi una studentessa (“Come non sono la mia storia le mani di un insegnante che mi hanno stretto il culo” dice Sofia; bell’esempio di donna che vuole e sarà padrona della sua vita/narrazione sin dalle prime pagine del romanzo).

E tornando alla sesta protagonista, se c’è una Milano che porta le cicatrici di un cambiamento e, non solo metaforicamente, muore, c’è pure una Milano “brulicante di quartieri e ingorda di sorprese, come un giovane cui viene detto: ora vivi”. Ma nelle pagine di Missiroli, con un ruolo importante per la storia di uno dei personaggi, c’è anche l’intorno di Milano, quello che non viene più chiamato hinterland perché fa troppo anni Novanta, San Donato e i suoi spazi rurali sotto alle rampe della tangenziale. E poi ancora, più tardi, il territorio tra la provincia di Como e la Brianza a simboleggiare forse un luogo di incontro clandestino tra necessità e povertà. In “Fedeltà” Missiroli offre al lettore un biglietto di andata e ritorno alla scoperta del nostro tempo. Non fate l’errore di scendere a metà strada e guardate con attenzione il paesaggio fuori dal finestrino.

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Francesca Mannocchi, Io Khaled vendo uomini e sono innocente

Mannocchi-Khaled-Einaudi
“Io Khaled vendo uomini e sono innocente” di Francesca Mannocchi

Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi
Einaudi Editore, 2019, 9,99 € ebook (17 € cartaceo, 208 pagine)

«Vi aspetto tutti al varco, a chiedermi di partire, ipocriti e zozzoni. Miserabili e traditori. […] Sono loro, quelli pericolosi, come diceva il cameraman al fronte sette anni fa, i falsi amici, i mezzi nemici, la zona grigia. Ti ricordi, Murad, come parlava bene, quel cameraman?».

Speculare a “Exit West”, libro di Mohsin Hamid uscito sempre per Einaudi l’anno scorso, Io Khaled vendo uomini e sono innocente di Francesca Mannocchi dà voce non ai migranti ma a chi i migranti dietro compenso li aiuta a partire. I disperati d’Africa e d’Asia non salpano più per le coste dell’Europa per rendere nero il Vecchio continente, come auspicava il colonnello Gheddafi, ma perché se da una parte c’è una domanda (non posso più stare nel mio paese), dall’altra c’è una risposta (pagami e ti metto su un barcone per l’Italia). E il personaggio di Khaled che come prima occupazione gestisce la sicurezza dei dipendenti delle grandi società petrolifere occidentali in Libia risponde a questa domanda nel modo più professionale possibile. Meglio non far morire i propri clienti ad esempio, altrimenti, sai che pubblicità negativa?

“Continueremo a ricattare via mare, e il mare, a sua volta, ci ricatterà” afferma Khaled ricordandoci come la Libia non abbia altra risorsa che il petrolio e sia costretta a ricevere materie prime e beni di consumo dall’estero. In cambio di cosa? In cambio di trattenere entro i propri confini i migranti, o almeno, di farli partire un po’ per volta perché all’Occidente fa comodo in fondo che i barconi in mare ci siano sempre. I libici si lamentano di essere sfruttati da italiani e francesi ma rimangono seduti fuori dai bar a far scorrere la propria vita invece di cambiare lo stato delle cose, riflette il trafficante. Anche la guerra, è davvero finita con la morte di Gheddafi nel 2011? Alcuni si erano illusi di sì, prima dell’inizio dei conflitti tra le milizie, ed erano perfino andati a combatterne un’altra in Siria, ammaliati dal carisma di alcuni capi mercenari.

Il personaggio di Khaled invece ha deciso di votarsi a un traffico che al pari della guerra non si estinguerà mai – forse si affievolirà –, ma più sicuro: il traffico di esseri umani.  Khaled the smuggler, lo chiamano gli inglesi degli impianti petroliferi che protegge, tutti sanno tutto in Libia del resto perché lì “i muri hanno le orecchie”. E Mannocchi è abile a farcelo conoscere piano piano questo personaggio che ascolta i Die Antwoord, che ha fatto la guerra, che ha perso persone care, che protegge la sua famiglia di Misurata, che dà lavoro, che viene definito da uno dei suoi clienti “una brava persona”. E un po’ ti ci affezioni a Khaled fino a quando non vengono svelati nuovi particolari mentre il romanzo avanza, d’altronde, come si può rimanere brave persone a vendere uomini?

Ho citato all’inizio di questo post un altro romanzo Einaudi sul fenomeno migratorio, ricordate? “Exit West” di Mohsin Hamid. In quella storia le persone non fuggivano dai loro paesi prendendo la strada del deserto e poi il mare ma attraverso comuni porte che di punto in bianco davano accesso ad altre porte qui in Occidente. Tutti hanno un maestro e anche Khaled il mestiere se l’è fatto insegnare da uno che i barconi li faceva partire anche sotto Gheddafi, Husen. Sentite cosa afferma: “Una volta che hanno pagato e sono sopra, stop, non sono più affari nostri, sono nelle mani di Dio. Noi comandiamo sulla terra, il mare non è nostro, Khaled. Gli facciamo attraversare una porta, ma una volta che l’hanno superata, Stop”. Avete capito di quali terribili porte si tratta?

E leggendo Mannocchi mi sono venute in mente anche alcune cose che scrive Simone Perotti sul suo blog a proposito del Mediterraneo, quanto sia in potenza un elemento unificante, perché tutte le città di questo piccolo mare si guardano l’un l’altra dopotutto e allora perché non cercare una koinè che già un tempo è esistita e potrebbe tornare ancora? Forse per via della facilità con cui si fanno i soldi con i traffici illeciti laddove uno stato non esiste più come in Libia. E se anche un’autorità statale forte tornasse sotto forme più o meno democratiche, chi ci assicura che la corruzione dilagante non spingerebbe comunque i libici a ricorrere al traffico di esseri umani come un mezzo per arricchirsi in fretta? Intanto se Khaled è innocente decidetelo voi dopo aver letto il libro.

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Haruki Murakami, L’assassinio del Commendatore – Libro secondo, senza stringere rapporti con strane idee o metafore

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo

L’assassinio del Commendatore – Libro secondo di Murakami Haruki
Traduzione di Antonietta Pastore
Einaudi, gennaio 2019, (cartaceo 20 €, 436 pagine; ebook 10,99 €)

«Ma per il momento era l’unica cosa che desiderassi. Usare semplicemente una tecnica che avevo assimilato bene, senza cercare altro».

Anche se grazie a Einaudi che mi ha inviato una copia cartacea non ho letto L’assassinio del Commendatore – Libro secondo: metafore che si trasformano in digitale posso dirvi lo stesso quanto ci ho messo a finirlo, sette ore (tre più quattro ovviamente, non potevo prendermi ferie). Tanta era la voglia di sapere come sarebbe andata a finire questa storia per poi scoprire in fondo che Murakami ce l’aveva già detto all’inizio del primo libro. Non vi rovino nulla dato che come si scioglierà la trama lo scoprirete da voi, pagina dopo pagina, rispettando i vostri tempi. Rientra tra le abilità di uno scrittore farti dimenticare quello che ha scritto nel prologo, specie se sembra (?) la descrizione di un sogno.

A ogni modo, a Murakami Haruki servivano circa ottocentosessanta pagine per raccontarci “L’assassinio del Commendatore”; per svelarci un poco alla volta il passato di Amada Tomohiko, pittore famosissimo di quadri in stile nihonga oramai in preda al decadimento mentale dell’età avanzata; per mostrarci qualche dettaglio in più del mondo elegante e ordinato del signor Menshiki; per farci affezionare alla piccola Marie con la sua fretta di diventare grande e i suoi piccoli segreti anche se “è una bambina molto corretta” come ci tiene a precisare sua zia Shōko e come apprenderemo anche noi lettori con l’avanzare della trama.

Caduti nella tana del Bianconiglio che Murakami Haruki ha scavato per noi in questo romanzo, del resto – o nella buca in mezzo al bosco per essere più precisi –, altro non rimane che inoltrarci nel cunicolo tenebroso che ci si spalanca davanti pregando che abbia una via d’uscita. Senza orologi che ci possano indicare di preciso lo scorrere del tempo. E tutto il libro secondo si configura in parte come una riflessione sul tempo a nostra disposizione e sul viaggio rappresentato dall’esistenza, forse non a caso il protagonista ha quasi la stessa età di Dante. “‘Lei ha trentasei anni, vero?’ mi chiese di punto in bianco [Menshiki]. ‘Sì’ [risposi]. ‘Sono probabilmente gli anni più belli della vita’”.

Davvero difficile stabilire se la chiusura del cerchio de “L’Assassinio del Commendatore” sia una pennellata che piacerà a tutti (lo scrivevo anche nel mio commento al primo volume), Murakami Haruki ci mette del suo per destabilizzare il lettore, penso in particolare a un sogno del protagonista che ha un’importanza capitale nell’economia della storia. Rimane molto in sospeso alla fine della storia? Poco? Personaggi come quello di Menshiki avrebbero tollerato uno sviluppo diverso della vicenda? Un altro modo di interpretare “L’Assassinio del Commendatore” è quello di concepirlo come una riflessione sulle scelte che ciascuno di noi fa durante la sua vita.

Non sono infatti forse scelte anche quelle decisioni che non abbiamo preso? È corretto custodire un segreto per tutta la vita? Quanto ci toccano i lutti (come dice in due occasioni il personaggio di Masahiko: “La morte di una persona non è una faccenda da poco”) che inevitabilmente subiremo col passare del tempo? Dobbiamo raccogliere l’eredità dei nostri genitori o lasciarla perdere? A Murakami Haruki – arrivato proprio in coincidenza dell’uscita di questo libro all’età di settant’anni – non importa tanto darci risposte ma portarci sul fondo di una buca dalle pareti di carta dove farci riflettere sullo scorrere dei giorni.

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