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Antoine Laurain, La donna dal taccuino rosso, il gatto si rifiutava di dire alcunché

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain

La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain
Traduzione di Margherita Botto
Einaudi Editore, 2015, 170 pp., 17 € (cartaceo), 9,99 € (ebook)

«Il gatto socchiuse i suoi occhi d’oro e fissò la padrona. Laure pensò alla dea egizia Bastet: Belfagor aveva assunto esattamente la stessa posa».

Grazie alla gentilezza dell’editore ho potuto leggere un giorno prima dell’uscita in libreria La donna dal taccuino rosso di Antoine Laurain, incuriosito più che altro dalla bella copertina dove una donna con un vestito rosso a pois (se leggete la storia rimpiagerete che non sia invece bianco) guarda attraverso una vetrina (?). Non conoscevo l’autore che in Italia fin’ora ha visto uscire tre libri – i primi due sono “Il cappello di Mitterrand”, Atmosphere libri, 2013 (in ebook a meno di due euro) e “Undicesimo: fuma. Storia efferata di delitti e sigarette” Vallecchi, 2009 – su cinque della sua produzione letteraria. Chissà che Einaudi non riesca a dare più visibilità a uno scrittore che si è rivelato una piacevole sorpresa, almeno per me. “La donna dal taccuino rosso” appartiene alla categoria delle storie deliziose, i cinici sono avvisati.

La trama è in apparenza semplice, a una donna viene rubata una borsa, un uomo la ritrova e si mette in testa di cercare la sua proprietaria basandosi solo sugli “indizi” contenuti in essa. In mezzo c’è Parigi e non è certo poco. Alla larga tutti quelli che non ne possono più di arrondissement, di appartamenti in stabili ottocenteschi, di bistrot dai camerieri gentili e persone affascinanti, di librerie in ogni via… benvenuti tutti gli altri. Dato che scriviamo all’inizio del XXI secolo, questa storia fosse stata raccontata da altri media non avrebbe potuto essere un film, troppo breve, né un cortometraggio, troppo lungo. Una miniserie in quattro puntate probabilmente, dove il regista – mi arrogo questo ruolo, concedetemelo – avrebbe omesso appena le ultime due pagine del libro. E qui mi fermo.

Una storia dove uno degli elementi funzionali della trama è nientepopodimeno che un premio Nobel per la letteratura, Patrick Modiano, tuttavia non può essere un intreccio banale, buttato giù di corsa da un ex giornalista francese la cui biografia su wikipedia.fr recita così: Antoine Laurain est un écrivain français né à Paris. Un rigo e basta, giuro. In realtà “La donna dal taccuino rosso” è una piccola miniera di citazioni di altri libri, di strizzatine d’occhio all’attualità, di velata e divertita critica a determinate classi sociali, non si esaurisce vale a dire nel cliché o nell’equazione “ragazzo cerca ragazza incomprensione ragazza cerca ragazzo”. La storia scorre veloce, si legge in un giorno o poco più, rimane poi la voglia di rileggerla con più calma per riprendere particolari sfuggiti in un primo momento.

Anche i gatti che appaiono nel corso della vicenda, in particolare Belfagor, ricoprono un ruolo non decorativo ma strutturale. Non vivremmo tutti meglio se fossimo almeno in parte come loro? pare che suggerisca l’autore sin dalle prime pagine. A un certo punto mi sono ritrovato a sovrapporre il protagonista maschile al gatto della donna dal taccuino rosso. Chissà, nascerà da una simile fantasia l’idea che ha dato vita a questa storia? A ogni modo solo un uomo molto curioso avrebbe potuto rintracciare la proprietaria della borsa perduta e non è affatto detto che un gatto avrebbe avuto tutta questa voglia di rintracciare un proprio simile. Qui finiscono le analogie tra i gatti e gli umani protagonisti di questa vicenda, che rientrano invece nella categoria di quelli che alla solitudine non voglio darla vinta, se li aiuta poi il destino…

“La donna dal taccuino rosso” l’avrete capito è una storia lieve come l’acqua di una fonte d’alta quota, tuttavia è anche ricca di “proprietà” nascoste e come minimo incuriosisce il lettore più pigro, mi piace pensare, lasciando cadere in lui il seme di saperne di più sulle donne, sugli uomini, sui gatti, sulle librerie, su Modiano, su Parigi, sulle dorature… per citare solo alcuni degli spunti che non casualmente (non c’è nulla di casuale in questa storia di Laurain) questo scrittore francese ha disseminato per tutta la vicenda. E ora sono talmente preso bene, come direbbe la figlia del protagonista, Chloé, se fosse italiana e non francese, che corro subito a comprare l’ebook di “Il cappello di Mitterrand”, una storia diversa da quella appena pubblicata da Einaudi, di cui in Rete si dice un gran bene.

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Stefania Bertola, Romanzo rosa, la lettrice di Melody legge solo Melody, sufficientemente chiaro?

Romanzo rosa di Stefania Bertola

Romanzo rosa di Stefania Bertola

Romanzo rosa di Stefania Bertola
Einaudi, 2012, 6,99 €

«”E via, via subito, da non ripetere mai piú, l’allusione letteraria. Cos’è quel Darcy, cos’è quel Georgiana? Vuole fare sfoggio di cultura? Scriva un libro per il premio Strega. A noi non interessa, signorina, sapere che lei ha letto Orgoglio e Pregiudizio“».

Mentre nelle librerie esce l’ultimo romanzo di Stefania Bertola, Ragazze mancine, omaggiato su TuttoLibri di questa settimana da una delle incomprensibili recensioni di Bruno Quaranta, mi sono invece deciso a leggere Romanzo rosa della stessa autrice piemontese apparso sempre per Einaudi l’anno scorso. Ha del resto una trama molto curiosa. Riassunto: cronaca in prima persona del corso di scrittura di genere – come scrivere un Melody, ovvero un Harmony – frequentato dalla protagonista con la possibilità di leggere l’intreccio sentimentale viva via inventato dalla scrittrice in erba. Il libro alterna infatti le lezioni, con tanto di dispense, del corso con i capitoli del romanzo scritto dalla bibliotecaria di San Mauro Torinese che narra la storia.

“I Melody e i Gialli Mondadori vivono un’esistenza precaria e clandestina sui carrelli, non hanno posto negli scaffali. Non sono catalogati, non hanno schede, e i clienti della biblioteca li possono prendere con una certa noncuranza” scrive Bertola, tuttavia sono molto divertenti da scrivere e quindi anche il lettore fino alla fine dell’ebook rimarrà con il fiato sospeso: riuscirà la biblitoecaria Olimpia, pur incapace di rendere sulla pagina la vera passione che tutto travolge, a scrivere un Meleody che soddisfi le aspettative della severissima insegnante del corso Leonora Forneris? Mentre la storria corre veloce in una Torino che vediamo  dai finestrini del 61 Bertola schizza intanto divertenti sottotrame secondarie aventi come protagonisti i compagni di corso di Olimpia.

Alla fine di Romanzo rosa lo ammetto sono rimasto perplesso, ho letto un ebook che mi è piaciuto? Ho incontrato una nuova autrice di cui potermi fidare? La tripartizione del volume – storia di Olimpia, dispense del corso, storia del Melody – nel respiro breve della narrazione mi è sembrata troppo schematica per creare, almeno in me, quella immedesimazione che ti spinge sotto la superficie della storia, a immergerti completamente in essa voglio dire, e che vedo da tante recensioni in Rete è scattata in altri lettori. Durante la mia lettura invece questa ritmica alternzanza di piani mi ha lasciato fuori dall’opera, più ammirato dalla bravura della scrittrice che avvinto da quello che avevo sotto gli occhi.

Non di puro esercizio di stile si tratta ad ogni modo perché Romanzo rosa è anche una guida per comprendere meglio la fortuna dei “romanzi Harmony” (intesi come genere) nel nostro paese: come sono costruiti? a chi si rivolgono? perché piacciono? Capisco allora che per quanto riguarda il sottoscritto avrei forse apprezzato meglio tre libri: un saggio breve sul romanzo rosa in Italia, un Harmony vero e proprio, la stessa storia concepita da Bertola con protagonista Olimpia, i suoi gatti, le sue nipoti, la Forneris, Paola, Vittorio e gli altri compagni di corso ma raccontata senza l’ironia che pervade ogni paragrafo di tutto questo bel romanzo. Romanzo rosa racchiude invece tutti e tre. Mi viene da pensare addirittura che trasformato in sceneggiatura e raccontato per mezzo di un film mi piacerebbe il doppio questa storia 🙂 chissà che qualcuno non mi accontenti.

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